Codice degli appalti, non piace più neanche ai costruttori - CTD
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1 ottobre 2018

Codice degli appalti, neanche ai costruttori piace più così

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Terzo appuntamento al Maxxi di Roma del ciclo Verso una legge per l’architettura. Il fronte contro la normativa è compatto

di Cecilia Anselmi

Una professione in crisi, quella dell’architetto, sfavorita in Italia da una normativa che crea sbarramenti e seleziona, per l’affidamento di importanti opere pubbliche, sulla base di requisiti impossibili per i professionisti. A questo si aggiunge un intero sistema di aggiudicazione basato esclusivamente sul principio dell’offerta minima. Il risultato è un cocktail micidiale che sta mettendo in ginocchio un’intera categoria professionale e seriamente a rischio la qualità dell’architettura dello spazio pubblico, delle infrastrutture e del paesaggio nel nostro Paese.

Un codice da riformare

Nel mirino del terzo incontro al MAXXI Per una legge sull’architettura, c’è stato proprio il Codice degli Appalti e la necessità ormai acclarata di modificarlo. Questa estate lo stesso Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti ha infatti avviato un’open call on line per la revisione e la semplificazione del quadro normativo dei contratti pubblici (http://consultazioni.mit.gov.it/) cui hanno già provveduto a depositare osservazioni Oice (Organizzazioni di ingegneria e consulenza), Ance, l’associazione dei costruttori, e il Consiglio nazionale degli architetti.
Il dissidio da risolvere ormai è chiaro.

Architettura come opera dell’ingegno, non fornitura di servizio

Le riflessioni di tutti i partecipanti all’incontro sono partite da questa domanda: l’architettura è una “fornitura di servizi”, posta sullo stesso piano di altre professionalità come la intende il Codice, o è un’opera dell’ingegno? I professionisti fanno la voce grossa e sottolineano: il progetto di architettura va stralciato dal codice e ricollocato al proprio posto come opera d’ingegno, afferma Maria Claudia Clemente, moderatrice dell’incontro, rivendicando il diritto di titolarità per gli architetti di stare nei tavoli di definizione di progetti per opere pubbliche con competenze disciplinari e non solo requisiti economici. Condizione necessaria per ottenere un ritorno della centralità dell’architettura nel progetto culturale e una revisione seria dell’interesse pubblico in Italia.

Leggi che favoriscono le grosse società di capitali

Per fare questo non si può prescindere da quanto però sia cambiato l’intero processo di definizione del progetto, frutto oggi di una vera e propria filiera produttiva, che va dall’assegnazione al concepimento fino alla realizzazione.
La stessa professione è divenuta inafferrabile in una molteplicità di identità molto diverse tra loro. Come afferma Luca Molinari, “la capacità politecnica che ha sempre caratterizzato l’identità dell’architetto rimane oggi un modo per compensare ad un ruolo che non è completamente a fuoco nella nostra società”. Un eufemismo per non dire che ormai la figura romantica e demiurgica dell’architetto come definita nel XX secolo, non esiste più. Nel sistema Italia dove i circa 150.000 architetti iscritti agli albi professionali sono in sovranumero a fronte di un mercato che non li richiede (in Francia, dove la legge per l’architettura esiste dal ’77, sono solo 35.000), il progetto architettonico attualmente è molto frammentato e le figure che se ne occupano sono molteplici: geometri e ingegneri che lavorano sul territorio alle diverse scale ma alle stesse tipologie di intervento non fanno che sovrapporsi al ruolo degli architetti ed indebolirli nella possibilità di procacciarsi lavoro. Per quanto concerne incarichi sopra una certa soglia di investimento anche pubblico, oramai sono in grado di entrare in gioco esclusivamente le grandi società di progettazione e ingegneria, uniche a rispondere ai requisiti richiesti dalla normativa. Favorendo sempre più una concezione della professione di tipo imprenditoriale, in aggiornamento continuo rispetto a esigenze dettate quasi esclusivamente solo dalle regole del mercato.

Gli studi-azienda all’estero

“Il confronto tra studi di progettazione italiani e grandi compagnie internazionali non è praticabile” continua Molinari, “se si pensa che in Europa i più prestigiosi studi di architettura, per citarne solo alcuni come Atelier Jean Nouvel o OMA, non appartengono più ai professionisti, ma sono ormai parte di fondi di investimento di grandi banche, oppure vere e proprie aziende in grado di produrre e accogliere in sé una molteplicità di servizi per l’edilizia, dall’ingegnerizzazione del progetto alla comunicazione”. Una confusione quella dei ruoli tra servizi di architettura ed ingegneria su cui è d’accordo anche Gabriele Scicolone, ingegnere, presidente dell’OICE, associazione confindustriale delle società d’ingegneria, “per dei ruoli che non dovrebbero escludersi a vicenda, ma essere sempre complementari tra loro avendo come priorità non un concetto di primato da dimostrare, ma piuttosto la centralità e qualità della processo progettuale cui concorrono assieme a definire”.

No al massimo ribasso

“Una legge per l’architettura dovrebbe esistere per dettare una linea di indirizzo che argini il più possibile la logica del massimo ribasso che domina oramai indisturbata nel nostro Paese”, taglia corto Edoardo Bianchi, avvocato e vice presidente dell’ANCE, l’associazione nazionale dei costruttori edili, nel ricordare quanto sia sempre rischioso ai fini della concreta realizzabilità e qualità delle opere il principale criterio di affidamento di incarichi per appalti e sub appalti usato in Italia. Cosa ne è della qualità di un’opera se persino i coordinatori della sicurezza vengono incaricati con il 30 % di ribasso dalle maggiori stazioni appaltanti esistenti in Italia?

Quando la politica cambia le carte in tavola

“C’è da dire inoltre che in Italia le ultime due leggi sulle opere pubbliche (la Merloni del 94 e l’attuale Codice degli Appalti più volte revisionato)”, ricorda sempre Bianchi “non contribuiscono a migliorare lo status quo. Risentono del fatto di essere state definite a valle di grossi scandali giudiziari, dopo il MOSE, Tangenetopoli per esempio. Ne consegue una legislazione eccessivamente attenta a evitare il ripetersi di errori passati, con un proliferare di articoli e commi maggiormente incentrati sulle modalità di accesso, selezione e linee guida piuttosto che sulla realizzazione dell’opera con conseguente trascuratezza per la parte relativa all’esecuzione lavori“. Un ulteriore disagio lo crea il ritardo dei tempi nelle realizzazioni, cui contribuisce un eccessivo spazio dedicato al dibattito pubblico, diritto certamente auspicato in tutte le democrazie ma che in Italia però sembra non arrestarsi mai. Per quanto concerne ampliamenti o aggiornamenti continui necessari di grandi infrastrutture ogni ministro di un nuovo governo si sente in diritto di fare l’ennesima project review allungando inesorabilmente i tempi delle approvazioni e dei finanziamenti. “I contratti per opere strategiche” conclude Bianchi “non possono essere messi in discussione ogni volta, anche quando la realizzazione di opere come la TAV sono a tre quarti del loro traguardo conclusivo”.

Dalla home page di Concorrimi

Focus del prossimo incontro: i ruoli e le responsabilità che contribuiscono alla definizione del progetto di architettura. Al centro del confronto anche l’atto progettuale visto non solo sotto l’aspetto tecnico ma anche come frutto di un processo che scaturisce da un lavoro intellettuale. Data ancora da definire. Per informazioni: http://www.versounaleggeperlarchitettura.it/

Leggi anche l’articolo sul primo e sul secondo incontro.