Riuscirà il design a salvare i nostri artigiani? Ugo La Pietra al Design Match di Roma - CTD
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Può il design salvare il vecchio ceramista? Ugo La Pietra e Claudia Pignatale al Design Match di Roma

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Il maestro e la gallerista di Secondome aprono la seconda stagione dei talk dinamici al Palazzo delle Esposizioni

Oggi, 8 novembre, il maestro Ugo La Pietra presenta il suo ultimo libro Argomenti per un dizionario del design, edito da Quodlibet, durante il primo appuntamento con i Design Match, la rassegna di talk dinamici giunta alla seconda edizione, organizzata da Cieloterradesign in collaborazione con ADI Lazio e Studio Algoritmo e ospitata dal Palazzo delle Esposizioni di Roma. Il talk ha per titolo Design e arte, le relazioni pericolose: a sfidare La Pietra ci sarà Claudia Pignatale, titolare della galleria Secondome. Presenta il match, il fondatore di Cieloterradesign, Paolo Casicci. Pubblichiamo un estratto dal volume di La Pietra dedicato ai rapporti tra artigianato e design, in particolare il design da collezione, tema molto caro al maestro, che da tempo sottolinea come non può essere il design del pezzo unico e delle limited edition a salvare le botteghe italiane e la varietà del nostro genius loci, sempre più negletto dal sistema dell’istruzione e ignorato dai musei. Design Match Roma si svolge con il contributo di 9Periodico Rosario Di Vincenzo e di The Yellow.

Argomenti per un dizionario del design, di Ugo La Pietra, edito da Quodlibet

di Ugo La Pietra

Guardo il vecchio ceramista, mentre colloca con orgoglio il piccolo vaso appena tornito sopra la mensola, insieme ad altri già pronti per l’asciugatura. Ha passato tutta la vita a realizzare ceramiche pensando di essere un buon artista, ha costruito oggetti con le proprie mani sentendo crescere la sua abilità e raggiungendo nel tempo quel rapporto di sicurezza e familiarità con la lavorazione della materia. Ha esposto i suoi pezzi migliori nel suo laboratorio, sfruttando la vetrina che affaccia sulla strada, e d’estate, quando il forno è troppo caldo per lavorare, è rimasto dietro la vetrina tra gli scaffali, a sistemare la sua collezione in attesa…

Guardo il vecchio ceramista e mi domando da quante generazioni lui, come chi l’ha preceduto, ha sostenuto con il proprio lavoro e il proprio impegno quella «piccola impresa». Sì, perché la sua bottega era una piccola impresa dove il progetto, la produzione, la comunicazione e la vendita venivano espresse come le quattro fondamentali caratteristiche del suo lavoro. Un’impresa che si sviluppava e arricchiva nel tempo anche grazie alla presenza di giovani e apprendisti che uscivano dall’Istituto d’Arte della sua città.

Oggi una simile impresa non funziona più: scomparsi i laboratori degli Istituti d’Arte, sono sempre più rari e inesperti i garzoni di bottega, il progetto è stanco e ripetitivo, nessuna collaborazione esterna è in grado di rinnovarlo e i clienti non si fermano più davanti alla vetrina.Quando era più giovane, il vecchio ceramista aveva provato ad affittare piccole vetrine in occasione del Salone del Mobile di Milano per confrontarsi con il design: nessuno lo prendeva sul serio anche se i suoi vasi erano belli quanto quelli che venivano dal Nord Europa; erano pezzi unici e quindi il mondo del nostro disegno industriale li rifiutava come «estranei».

Oggi il design riscopre l’artigianato, il pezzo unico o di piccola serie, ma guarda avanti e non si sente in debito con il vecchio artigianato, impoverito da decenni di emarginazione e di difficoltà economiche. Oggi l’artigiano diventa simbolo di una produzione riferibile alla diversità e alla qualità ma nessuna scuola (priva ormai di laboratori) instaura delle convenzioni con gli ultimi laboratori artigiani per far vedere e sperimentare agli studenti «come si fa a fare!».

Oggi l’artigiano è chiamato artigiano metropolitano (se usa materiali non tradizionali), è chiamato artigiano tecnologico se usa apparecchiature a controllo numerico ma nessuno si preoccupa più di salvaguardare la «cultura del fare»: qualcosa che passa attraverso l’esercizio prolungato e quotidiano della manualità. Dove sono le scuole primarie che obbligano i giovani allievi ad apprendere l’uso dello strumento musicale, a frequentare un laboratorio per realizzare – tutti insieme – un oggetto, un muro, una panca in legno… una piccola fusione a cera persa? Perché negli ultimi sessant’anni nessun professore di progettazione architettonica ha portato i propri allievi in cantiere a vedere come si costruisce una casa? Purtroppo in tutte le scuole italiane si continua a privilegiare la cultura del progetto rispetto alla cultura del fare, anche se recentemente in molte università del design si insegna l’autoproduzione: una nuova disciplina? Forse! Una nuova disciplina che però non riesce o non vuole fare i conti con i modelli produttivi che storicamente l’hanno preceduta, come le botteghe artigiane ancora sparse su tutto il nostro territorio.

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Claudia Pignatale, gallerista di Secondome a Roma

Nel mondo del design sembra che l’università, l’industria, le istituzioni, i progettisti si siano tutti convinti dell’importanza dell’artigianato per la nostra cultura del progetto e cultura d’impresa.Non è facile partecipare a questo entusiasmo collettivo, avendo visto negli ultimi decenni centinaia di strutture artigiane interrompere la propria attività.Tutti ricordano l’euforia, all’inizio degli anni 80, del mondo del design nei confronti di gruppi come Memphis e Alchimia e nei confronti del postmoderno, tendenze che non contemplavano il recupero della manualità e del fare.

Pochi forse ricordano la difficoltà di far accettare al mondo del design il valore di quegli artigiani che conservavano nel loro lavoro la sola cultura del fare, design che si era allontanato dalle opere che non erano in grado di moltiplicarsi. Per troppo tempo i tanti tentativi di far avvicinare la cultura del progetto alla cultura del fare, alla ricerca di un design territoriale (attraverso le mostre organizzate negli anni 80 e 90 Progetti e territori, Genius Loci…), furono ignorati dalla cultura ufficiale del design italiano. Quella cultura che fondò per la prima volta a Milano una scuola, all’interno del Politecnico, che venne chiamata «Facoltà del Disegno Industriale» definizione che dopo anni venne trasformata in «Politecnico del Design» guardando così finalmente le arti applicate nella loro complessità (anche artigianale!).

Non è facile, dicevo, partecipare all’entusiasmo che sembra attraversare tutta la cultura del design italiano nei confronti dell’artigianato quando l’ultima riforma didattica ha cancellato tutti i laboratori degli Istituti d’Arte e constatare inoltre che non esistono in Italia gallerie d’arte applicata dove è facile incontrare collezionisti che capiscano la differenza tra porcellana e ceramica, tra vetro e cristallo e sappiano riconoscere «la mano» (e quindi il nome) dell’artigiano che ha realizzato l’opera.Ancora pochi sono i veri cultori che hanno impegnato e impegneranno le proprie energie per far conoscere e valorizzare una grande area culturale e produttiva a cui mancano musei, istituzioni, mercato.

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Design Match Roma vs Milano, ottobre 2018: da sinistra, Stefano Mirti, Francesco Dobrovich e Paolo Casicci

Comunque voglio credere e partecipare a questo entusiasmo collettivo e lo farò come ho sempre fatto: indirizzando l’attenzione dei vari operatori verso gli esempi che vengono dal mondo del craft europeo che ha da sempre apprezzato «il design che realizzava tre sedie all’anno!». Nella speranza che tutto questo entusiasmo verso l’artigianato non sia solo l’ennesima moda passeggera in grado di alimentare il sempre più debole design italiano.