Ugo La Pietra, un maestro al Fuorisalone: l'artigianato rinasce solo nel lusso - CTD
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Paolo Casicci

4 aprile 2019

“L’artigianato italiano dovrebbe stare nei negozi, non in galleria”. Ugo La Pietra, maestro eretico al Fuorisalone

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Parla l’artista che porta il suo Design territoriale alle 5Vie: “La manifattura che rinasce è solo quella del lusso”

di Paolo Casicci

“Quando mi parlano di rinascita dell’artigianato italiano, mi viene da chiedere in quanti sanno distinguere un bianco di Albissola da uno di Grottaglie o hanno un’idea anche vaga di che cosa sia la cottura a tre forni…”.

Al Fuorisalone, in zona 5Vie, nel cortile di via Cesare Correnti 14, arriva quest’anno un maestro. E porta, oltre a un piccolo e magistrale allestimento dal titolo Design territoriale Genius Loci, una visione critica, o quantomeno in controluce, del mantra secondo cui da anni la tradizione artigiana del Belpaese sarebbe in ripresa, spinta dal mercato del lusso, dei pezzi unici e delle limited edition. “Il che è vero” ammette Ugo La Pietra, “ma soltanto in parte. E la parte che non è vera è quella che a me interessa di più, perché è anche lì, nella tradizione artigianale che possiamo definire povera, che sta il cuore del saper fare italiano”.

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Vaso Scaramantico, ceramica di Vietri sul mare, Francesco Raimondi

Ma vediamo questa storia dall’inizio. La mostra che Ugo La Pietra porta alle 5Vie è una campionatura simbolica delle collezioni di oggetti progettati nel tempo da La Pietra e da altri artisti e designer e realizzati da artigiani che hanno così rinnovato la loro tradizione, espressione della loro cultura e del loro territorio.

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Souvenir di Vietri sul mare, Francesco Raimondi

Tra le aree produttive ancora vitali e in mostra ci sono il mosaico di Spilimbergo, Monreale e Ravenna, la pietra leccese e di Lavagna, l’alabastro di Volterra, i marmi di Carrara e del Veronese, i vetri di Murano, Altare e Colle Val d’Elsa, le ceramiche di Grottaglie, Caltagirone, Vietri sul Mare, Albissola, Faenza, i bronzi del Veronese.

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Souvenir di Vietri sul mare, Francesco Raimondi

Dagli anni Ottanta, La Pietra lavora per quella che lui stesso definisce una “supplenza” (“sono un artista, non un designer”), ovvero per far emergere la diversità della cultura materiale italiana. E i risultati, nel tempo, si sono visti: “L’artigianato non è più in contrapposizione all’industria ed è stato riscoperto anche dai più giovani. Non è più considerato qualcosa di cattivo gusto. Nel frattempo, però, anche la tradizione del craft europeo ha continuato a crescere, con la differenza che quest’ultima è riuscita a imporsi nei bookshop dei musei e non solo nelle gallerie, trovando uno sbocco commerciale non di nicchia, mentre il nostro artigianato continua a essere in sofferenza perché mancano le maestranze e non ci sono più scuole con laboratori come quelle che invece si trovano appena fuori dai nostri confini”.

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Madonnina di Albissola, Ceramiche Mazzotti

Eppure le cronache riferiscono del successo di fiere e rassegne che mutuano il proprio messaggio e definiscono la loro identità dallo storytelling della manifattura italiana, da quell’handcrafting così ben celebrato per esempio da Homo Faber, lo scorso settembre, a Venezia, e prima ancora da saggi, documentari e siti di e-commerce nati proprio per portare nel mondo la bellezza del fatto a mano nel Belpaese.

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Nicolò C. Morales, L’architetto, ceramica di Caltagirone.

“Il rinnovamento dell’artigianato è un fenomeno complesso” spiega La Pietra. “Già negli anni Cinquanta non aveva senso parlare di manifattura italiana in modo generico, perché c’erano maestranze diversissime tra di loro e ogni grande architetto, da Zanuso a Ponti, sceglieva quelle che gli erano più congeniali. Erano gli anni degli industriali con un dito in meno perché erano partiti come falegnami o fabbri e lo avevano perso in laboratorio o in officina. Quella tradizione, con il design, ha preso un’altra strada e si è trasferita in un altro mondo: è diventata lusso, collezioni per gallerie, mentre gli artigiani locali che non sono entrati in questo circuito, la maggior parte, spariscono perché il loro lavoro non è remunerativo. Oggi in un negozio per turisti, uno di quelli che da anni dettano la linea al mercato dei souvenir, nessuno sarebbe in grado di spiegare le qualità e il valore della manifattura di un alabastro di Volterra, che quindi resta condannato a vedere la sua quotazione immobile, mentre creazioni simili in Europa arrivano a superare il migliaio di euro. Peraltro – aggiunge La Pietra – fuori dall’Italia c’è più consapevolezza del valore dell’artigianato povero perché ci sono ancora scuole dove lo si insegna e pratica mentre da noi le hanno smantellate. E soltanto da poco le Accademie hanno iniziato a essere qualcosa appartenente a un rango non inferiore a quello delle università”.

Che fare, allora? La soluzione, secondo La Pietra, è ripartire comunque dal design, “perché è l’altra nostra grande ricchezza e perché sarebbe stupido inseguire il craft europeo sul suo stesso terreno, ovvero quello di una materialità spinta. Il valore aggiunto degli oggetti italiani è che sposano artigianalità e design, concetto e materia, e su quello bisogna spingere. E quindi puntare su piccole edizioni realizzate da artigiani, come quelle che si possono vedere in questa mostra, e che meriterebbero di finire nei bookshop dei musei. La via delle gallerie, di fiere come Art Basel, non ha senso: sono occasioni e luoghi per milionari e divi di Hollywood che continueranno a voler spendere mille volte tanto. Io stesso ho provato, anni fa, a rivolgermi ai musei, senza successo, scontrandomi con la miopia o il disinteresse dei responsabili di alcune istituzioni culturali. Se qualcuno adesso vuol riprovare, è il benvenuto”.

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Vaso per giardino, Coop ceramica Imola