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Luigi Patitucci

13 marzo 2018

Caldo come un orso polare, così l’art design ci seduce (e inganna)

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Il divano Pack di Edra, emblema del contemporaneo e dei suoi paradossi

 

Prende il via con questo articolo la rubrica BanzaaaiiiDesign!, di Luigi Patitucci, designer, storico e critico del design, ma anche “demolitore di multinazionali, clinico osservatore del carnevale umano, sensor, elogiatore dei luoghi comuni e praticante il conflitto di disinteresse”. Tra i suoi libri, laDonnaèMobile! Donne del design, selezionato dalla Triennale di Milano per l’evento W.Woman in Italian Design, Il Design è una Favola!Sensi di Polpa. Design erotico e persistenza nella memoria. In uscita Condom, Common & ReFuel Design. Il design, scatola del sogno e del bisogno.

 

– …vieni, ti faccio vedere…. ti faccio vedere il Pack….

– Daaaiiiii tesoro, va bene che ho deciso di restare a dormire, ma ti avverto: non sono disposto a dormire con GliArtigianidellaQualità, sia chiaro!!

– ….aaaaah,…basta, ti prego…!

– ………………………………………………………….

– …allora?….vieni a vedere il Pack, ti piacerà.

– IL PAAACK??

– E dai! Non quello …!!

– ….la banchisa polare, sentito mai parlare della banchisa polare?

 

….che ti dicevo, come in un niente, sei già entrato nella misteriosa ed imperscrutabile magia del sogno, lo scenario straniante ti afferra per le membra e ti solleva nell’aria introducendoti in un nuovo ambiente morbido e caldo.

Nonostante le fisionomie polari, non vi è nulla di cristallino e glaciale, anzi, ed è proprio quando ti stai chiedendo dell’incomprensibile paradosso, guardandoti da fuori, con ingenua angoscia profonda e disarmante naturalezza, che intravedi una sagoma indecente, e tenera, allo stesso tempo, e sei troppo consapevole degli enormi paradossi che ti investono.

Quasi fosse un Festival Internazionale del Paradosso e tu stai lì, a presentare l’ennesimo scherzo del destino, ogni volta.

Adesso è la silhouette di un orso bianco, con la testa nascosta tra le zampe, il nasone enorme e nero avvolto da enormi zampone pelose e calde. Attende che la sua preda sbuchi dal buco nel Pack, arieggiando le chiappe, vertice della montagna di pelo, bianco, morbido, profondo, salvifico, in uno scenario in cui l’assenza è la cifra veramente inquietante.

Ed è facile scoprire che la sua preda preferita sei Tu.

Impossibile resistergli.

Troppe sinestesie, troppa efficacia nel coinvolgimento sensibile, un ingaggio che gioca sporco, agganciandoti da lontano e pescando ancora più lontano, nella malìa misteriosa ed infantile del profondo.

E tu, avvicinandoti, sei già dentro.

Caduto dentro.

Dentro una magia fatta di continui rimandi a qualcosa di irresistibile ed insopportabilmente materno, troppe possibilità concesse, attraverso l’inarrestabile ricerca della frazione del pericolo pronta a farti fuggire: quel nasone nero che è l’accesso ad uno scatto violento ed inesorabile.

Ma scopri presto che non esiste questo accesso, non esiste nessun naso, non esiste questo dato, e sei già adagiato e all’opera per fare tutto ciò che è in tuo possesso, tutto ciò che è nelle tue facoltà muscolari e creative, per poter realizzare la migliore fisionomia del tuo Ventre Materno, dove potersi adagiare, sicuro, protetto, e dimenticare ogni connessione con il mondo esterno, dimenticare di esistere.

 

 

Si, perché è così che il design, quello vero, risponde alle nostre mutate esigenze, accogliendo con ironia ed efficacia parametri che ai nostri giorni, alle latitudini della nostra esistenza, appaiono strepitosi ed irrinunciabili per il nostro naturale modus vivendi, parametri magici e severi, come quelli dell’impermanenza, della transitorietà, della provvisorietà.

Qui, con il divano Pack di Francesco Binfarè per Edra, mediante una morfologia che opera come un catalizzatore, attivando una serie di coazioni che si imperniano nel nostro modus vivendi, e che sono descrittive di una sempre più inesorabile decostruzione dell’Io.

In fondo, è quello che gli artisti hanno sempre fatto mediante l’ostensione delle loro opere, ed è lì che sta riposto il motivo della loro inossidabile sopravvivenza, che esprime una longevità che va al di là dei sistemi di trasmissione che contraddistinguono, inesorabilmente, ogni epoca, realizzando invece in maniera estremamente efficace l’operazione di messa in scena di scherno, rabbia, furore, entusiasmo, che altro non è che una rivelazione, uno sguardo prepotente, ribelle e critico, nei confronti della società.

Uno sguardo afferente ad una particolare situazione sociale, economica, affettiva, non necessariamente vincolata a dei parametri restrittivi propri di un’epoca storica precisa.

Ecco perché siamo soliti dire che l’Arte è per sempre!

   

Con l’esercizio di affrancamento dal contingente, dal frammento temporale, come per l’Arte, che appunto, è per sempre, così il Design riesce nell’operazione di traghettamento del proprio approccio di metodo, in una dimensione propria dell’esercizio espressivo senza limite alcuno, senza l’utilizzo vincolante di confini di genere.

L’ibridazione delle discipline che hanno a che fare con i processi creativi, ne ha prodotto l’erosione e l’annullamento dei confini, e ha demolito l’idea di un unico codice sorgente, capace di relegare il Design (e l’Arte) all’interno di griglie di indagine prestabilite. E’ soltanto superando il concetto di ‘genere’ che si può descrivere il contemporaneo, figuriamoci introdurre elementi di progetto!

  

– …SSSssshhh!!!

– … quasi quasi lo lascio dormire sul mio Pack.