Copia o citazione? Una mostra sul dibattito eterno | CieloTerraDesign
menu

Copia o citazione? Una mostra sul dibattito eterno

Share:

Al Grand Hornu in Belgio un percorso su design, imitazioni cinesi e molto altro

Una frase attribuita a Pablo Picasso recita che un buon artista copia, ma un grande artista ruba. Quello del rapporto tra ispirazione, plagio e omaggio è una questione da sempre attuale, rilanciata, ammesso che ce ne fosse bisogno, dalla stampa in 3D, che ha moltiplicato le possibilità di replicare manufatti ispirati a modelli coperti dal diritto d’autore.

A esplorare il confine tra creatività e copia arriva ora una mostra al Centre for Innovation and Design al Grand Hornu in Belgio, dal titolo Ceci n’est pas un copie (questa non è una copia), a sua volta un omaggio (o un plagio?) a/di un famosissimo titolo di Magritte. Un tema evidentemente spinoso, quello scelto da Chris Meplon, che ha curato l’allestimento. Tanto che, va detto subito, non tutti i designer stati invitati a dare il proprio parere da stampare su carta ed esporre alla mostra hanno poi voluto rispondere.

“Innovazione o imitazione? Raramente la risposta è bianco o nero” spiega Meplon. Del resto, è almeno dall’inizio del Novecento che il dibattito è aperto. Da quando, cioè, fecero notare a Josef Hoffman che il suo celebre portafrutta quadrato sembrava avere troppo in comune con quello di un suo contemporaneo meno famoso, Kolomon Moser. Nel 1938, invece, gli architetti argentini Antonio Bonet, Juan Kurchan e Jorge Ferrari Hardoy produssero la prima Butterfly chair, destinata a diventare uno dei pezzi più copiati (o omaggiati) del design internazionale. Ma pure i tre creativi di Buenos Aires avevano a loro volta preso ispirazione dalla sedia disegnata addirittura nel 1877 da Joseph Beverly Fenby. Potremmo moltiplicare gli esempi: uno più vicino ai nostri tempi riguarda nientemeno che Jasper Morrison: il pluricelebrato designer londinese s’ispirò dichiaratamente per la sua Sim Chair del 1999 realizzata per Vitra alla 40/4 Chair di David Rowland, primo modello impilabile della storia, datato 1964.

La mostra ha un approccio aperto alla questione e mette in primo piano opere che, tra ispirazioni, citazioni e omaggi, danno anche vita a un viaggio tra le differenze geografiche, e perché no, antropologiche, nascoste dietro le differenti versioni nate dalla stessa matrice. Copy to learn (copiare per imparare) è la sezione che mette in luce come il tributo a un autore possa essere una strategia di apprendimento. Copy to continue (copiare per continuare) dimostra, invece, che si può partire da un modello per perpetuarne la lezione attualizzandola. Copy: not by design esplora operazioni di plagio inevitabili o inconsapevoli. Ma la sezione forse più illuminante è East copies West copies East copies, dove lo spunto sono le copie cinesi di prodotti occidentali, fenomeno che diventa il pretesto per ricordare quanto il design occidentale si sia a sua volta ispirato alle porcellane cinesi. Come dire: chi copia chi, davvero?

Una serie di interviste a designer internazionali completa l’allestimento. Tra queste, una al creativo inglese Martino Gamper, noto per i suoi allestimenti e performance in cui manufatti altrui sono scomposti e ricomposti in qualcosa di completamente nuovo: “Viviamo un’epoca in cui ci preoccupiamo di essere autentici e originali, ma così rischiamo di perdere di vista il senso dei legami tra epoche, stili e movimenti diversi… Il fatto che qualcuno abbia inventato il modo di piegare il legno, non vuol dire che oggi debba poterlo fare solo lui, ma che deve spingerci ad andare avanti e a trarne ispirazione per reinventare la realtà”.