Vela di Calatrava, una mano di vernice. E sull'incompiuta arriva Netflix - CTD
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Paolo Casicci

10 maggio 2019

Vela di Calatrava, una mano di vernice da 300 mila euro per l’incompiuta che diventa set

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Il cantiere è chiuso dal 2010, l’opera finita in un vicolo cieco e si continua a spendere per tenerla in vita. Ma almeno c’è Netflix

Il settimo appuntamento con #Rooms, il progetto editoriale in collaborazione con Open House Roma, è dedicato alla Città dello Sport di Tor Vergata.

Foto di Giorgio Pasqualini

Chi c’era – e bisogna credergli in parola – racconta di un inseguimento mozzafiato, con l’auto che sbanda da una parte e dall’altra prima di finire la corsa dentro il fossato, mentre una voce fuori campo, non paga del crash spettacolare, urla che “Tocca rifà”.

Anche stavolta ci pensa il cinema. Dopo Suburra, la serie, tocca a Six Underground, film d’azione da 150 milioni di dollari in arrivo su Netflix. Ci pensa il cinema, a portare qualche brivido e un bagliore sulla Vela di Santiago Calatrava, regalando un destino di location diverso da quello di grande incompiuta destinata alla malora o, se preferite, di landmark desolato di una capitale in cerca di identità, con quella pinna di squalo che doveva essere il guizzo del contemporaneo in una porzione, vastissima, di città cresciuta senza un filo, e invece è diventato uno dei tanti fili da dipanare per decifrare il declino romano.

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La Vela di Santiago Calatrava con i suoi 203 archi, a Tor Vergata Roma

Del progetto della Città dello Sport dell’Università di Tor Vergata, interrotta per carenza di finanziamenti, restano i set per il cinema, una valanga di carte bollate e lo spettacolare gioco di incastri metallici disegnato dall’archistar spagnola, tirato su, con i suoi 203 archi, in tre anni e mezzo di lavori, sospesi ormai nel 2010 e rimasti congelati in un limbo surreale. Meno visibile è il respiratore artificiale che continua a drenare il denaro per tenere in vita l’opera, aggrappata a un destino senza via d’uscita e le permette di vivere come location per il cinema e memoria di quel che poteva essere.

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Che fare, allora? “Per la legge, la Vela è una struttura non finita e non funzionale che non può essere presa in considerazione per il collaudo, neanche di quelle parti che sarebbero comunque utilizzabili”, spiegano i tecnici del cantiere, aggiudicato a suo tempo alla Vianini Lavori. “Nessuno, poi, a dispetto delle tante ipotesi circolate negli anni, ha ancora deciso di stralciare parte dell’opera e farne altro da ciò per cui era stata progettata”. Ulteriore paradosso: la porzione più avanzata, quella coperta dalla Vela, è anche la meno “riciclabile” come area concerti, secondo una delle proposte avanzate negli ultimi tempi, dopo quella di un orto botanico con serre hi-tech che Calatrava ha già schizzato. Alberi e vegetazione ad altissima biodiversità aggiungerebbero in questa ipotesi ulteriore meraviglia alla meraviglia dell’acciaio, del foyer, il ventre di balena che con le sue costole divide le strutture e doveva accogliere la moltitudine di servizi immaginati in origine. Da un sogno all’altro, insomma. Ma dal sogno all’incubo il passo è breve, e tutto, alla fine, da qualsiasi parte si pensi di ripartire presto o tardi, è “da rifà”.

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“Sfumata la possibilità di accogliere i mondiali di nuoto del 2009, il cantiere della cittadella sportiva del Campus di Tor Vergata prosegue la sua attività con l’inderogabile obiettivo (se sostenuto da flussi finanziari) di rendere il complesso utilizzabile nel 2014”. Suona come una beffa quanto scriveva esattamente dieci anni fa Stefania Mornati, architetto e docente di Tor Vergata, in un articolo per L’industria delle costruzioni, l’ultimo di una serie che di anno in anno faceva il punto con dedizione e dovizia di particolari su un progetto esemplare anche a livello ingegneristico. Lo stato dell’arte della Città con un Palanuoto per ottomila spettatori, un Palasport per 15 mila, altre strutture all’aperto e le relative opere connesse tra parcheggi, padiglioni e gallerie per eventi e mostre, è contenuto in un report destinato al ministero delle Infrastrutture dove si dà conto di una serie di numeri e si risponde a quesiti elementari. Se oggi si trovassero i fondi per ripartire, occorrerebbero tra i quattro e i cinque anni per completare la Città dello sport e collaudarla. E, per ripartire, occorrono 406 milioni di euro, di cui 281 per i lavori veri e propri e gli altri in progettazione, direzione lavori, collaudi, indagini archeologiche, Iva. I milioni spesi, invece, sono stati tra il marzo del 2007 e il dicembre del 2010 123 per la costruzione e, in tutto, 210.

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I quattrocento milioni che servirebbero per riavviare il cantiere sono più o meno quanto il governo ha stanziato di recente per la grande manutenzione di seimila piccoli comuni italiani. E soprattutto – sommati a quelli già spesi – cinque volte il costo iniziale stanziato nel 2005 e che doveva essere di 120 milioni. Chi vorrà spenderli per restituire a una capitale ripiegata l’ambizione di un progetto concepito un’era geologica fa, quando si rincorrevano i flash dai cantieri di Zaha Hadid e Richard Meyer?

Nel frattempo per le opere connesse ai mondiali di nuoto 2009 è arrivata un’assoluzione dalla Corte dei Conti (nessun responsabile per un’opera con “deficit programmatori, inadeguatezze progettuali e insufficienza degli stanziamenti rispetto ai programmi”) e si sono rivelate un buco nell’acqua le ipotesi di salvare l’opera con i capitali privati attraverso il project financing, dopo una manifestazione di interesse da parte di tre fondi internazionali. Perché quello che non dicono le norme e le memorie legali delle vicende giudiziarie generate dall’incompiuta, lo spiegano benissimo le leggi dell’economia: la Vela non è più un’opera strategica, e se non lo è per chi ha disponibilità di capitali nuovi, non può esserlo per chi doveva tirarla su a suo tempo.

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Così, di paradosso in paradosso, dopo avere investito intorno ai 120 mila euro l’anno per monitorare lo stato di salute del ferrocemento e dell’acciaio, a giugno l’azienda passerà a impermeabilizzare quanto di costruito è esposto alle intemperie con un investimento di 324 mila euro. “Stiamo anche per ripristinare la vigilanza”, spiegano i tecnici, “visto che da quando l’abbiamo soppressa sono aumentate le intrusioni nel cantiere”. Sono episodi che non sempre i giudici sanzionano, come nel caso, un anno fa, di due persone per cui la procura ha chiesto l’archiviazione perché, in sintesi, la permanenza non è stata prolungata e non si è ravvisata nessuna intenzione di far danno. Beffa nella beffa: una terra inviolabile perché non c’è nulla da violare?

C’è da chiedersi che cosa accadrà quando, prima o poi, sciolta da vincoli e contratti, l’azienda costruttrice smetterà di prendersi cura dell’opera. Gli ultimi test, nel 2015, attestavano una carbonatazione (il fenomeno di erosione del ferrocemento sulle colonne portanti) di 2 millimetri su 35 totali, “un dato nella norma, fisiologico”. Per ora. Poi la natura inizierà a fare il suo corso, indisturbata. E allora, forse, sarà di nuovo “tutto da rifà”. Sempre che importi a qualcuno.

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Durante Open House Roma sarà possibile visitare il cantiere della Città dello Sport di Tor Verbata. Più info al programma sul sito di Open House Roma.

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