Victor Papanek, quando il design scoprì che poteva cambiare il mondo - CTD
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Paolo Casicci

20 dicembre 2018

Victor Papanek, quando il design scoprì che poteva cambiare il mondo

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Al Vitra Design Museum la retrospettiva sul maestro che per primo portò nel suo mondo ecologia, minoranze e questioni sociali

Oggi è normale leggere di designer che predicano l’ecosostenibilità, s’ispirano alla critica dei consumi, attaccano l’obsolescenza programmata della tecnologia, fanno una bandiera dell’accessibilità e della progettazione per tutti – disabili inclusi – e hanno una spiccata sensibilità di genere. In breve, è facile conoscere creativi che dicono di battersi per un design realmente democratico. Ma negli anni Sessanta non c’era altra via che leggere e ascoltare le parole di Victor Papanek per avere esperienza di quel pensiero illuminato che sarebbe stato sdoganato soltanto decenni dopo.

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Tensegrity Sphere di Richard Buckminster, Expo 67 Montreal

Per capire chi è stato Victor Papanek, bisogna partire da espressioni come progettazione responsabile, riuso, coinvolgimento delle minoranze, creatività contro gli stereotipi e le barriere: tutti concetti predicati proprio da questo designer e intellettuale austriaco di nascita e statunitense d’adozione e trasformati in prototipi grazie a un lavoro in team con collaboratori e studenti. Basti pensare al cubo per sviluppare l’apprendimento dei bambini con lesioni cerebrali o alla sedia per gli obesi con problemi alla schiena o, ancora, alla campagna Autocomplete Truth contro la discriminazione delle donne e alla Tin Can Radio fabbricata con materiali riciclati e che costava l’equivalente di 90 centesimi: pensato per i Paesi poveri e usato per esempio in Indonesia, quest’elettrodomestico fu avversato dalla comunità internazionale dei designer perché considerato brutto, ma aprì le porte del design a ciò che non era esteticamente valido ma funzionale e con una missione sociale.

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L’allestimento dedicato a Victor Papanek al Vitra Design Museum. Sullo sfondo i simboli internazionali dell’accessibilità disegnati da Karlo Montan e Susanne Koefoed, allieva di Papanek, rispettivamente nel 1969 e nel 1968

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La Lean to Chair di Papanek e James Hennessy ritratta su un numero di Nomadic Furniture del 1974

Una mostra al Vitra Design Museum celebra fino al 10 marzo Papanek. Già il titolo dell’allestimento, Victor Papanek, the Politics of Design, spiega il senso di questo excursus che è appunto politico come politica era l’opera chiave di Papanek Design for the Real World del 1971, ancora oggi considerata il libro sul design – tradotto in venti lingue – più letto.

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Tetrakaitedral, i cubi modulari di Papanek progettati con studenti, genitori, bambini e insegnanti

Nel corso della sua vita Papanek ha insegnato nelle università di tutto il mondo e ispirato generazioni di studenti. Dal 1961 è stato protagonista di una serie televisiva dedicata al design trasmessa in tutti gli Stati Uniti. Oltre che Design for the Real World, Papanek ha scritto How Things Don’t Work (1977) e Design for Human Scale (1983), dove criticava la fede cieca nel consumismo e trasferiva molte delle idee del Sessantotto su questioni pratiche del vivere quotidiano.

La ricerca di Papanek inizia nel Dopoguerra, quando realizza progetti di interior all’insegna dell’ergonomia come la Chair Shibumi. Poi comincia a domandarsi come il designer può diventare “risolutore di problemi per la comunità”, maturando una coscienza ecologica e apprezzando modelli di produzione condivisa. Fino a quando, nel 1971, arriva a chiedersi in Design for the Real World che cosa vuol dire progettare per il mondo reale e come si debba farlo.

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L’allestimento dedicato a Victor Papanek al Vitra Design Museum

Papanek trova la risposta nelle tecnologie povere e nella messa al bando del modello di sviluppo industriale. In particolare, avversa gli oggetti-feticcio, considerandoli non un bisogno, ma ciò che l’industria vuol farci credere che ci serva. I prototipi di Papanek sono oggetti per la casa come Umbrella Lamp, per l’infanzia (tetradecaedri modulari per parchi giochi), per quello che all’epoca si chiamava Terzo Mondo  e oggi definiamo Paesi in via di sviluppo ( è il caso della Tin Can Radio), per l’uso nomade ed estemporaneo (Lean-to Chair e la serie «Living Cubes» del 1973 che anticipa il design nomade con una serie di mobili da montare diversamente a seconda del bisogno) e per la mobilità low-cost (veicolo a pedali Mini Haul).

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L’allestimento dedicato a Victor Papanek al Vitra Design Museum

A questi prototipi, Papanek arriva lavorando con i suoi studenti ai quali predica non la specializzazione, che considera un male, ma un approccio da scienziati sociali, etologi e antropologi, nel nome di una sintesi superiore che metta insieme tecnica e umanesimo.

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L’allestimento dedicato a Victor Papanek al Vitra Design Museum

Dalla natura Papanek ricava i prototipi biomorfi. Lo studio delle culture alternative e indigene gli trasmette invece il senso olistico del progetto responsabile.

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L’allestimento dedicato a Victor Papanek al Vitra Design Museum

Il ruolo di Papanek nella storia del design emerge dalla mostra attraverso disegni, oggetti, filmati, manoscritti e stampe in parte mai presentati prima al pubblico, insieme a opere di designer degli anni Sessanta e Ottanta contemporanei a Papanek provenienti dall’ambito del Critical Design e del Social Design.

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L’allestimento dedicato a Victor Papanek al Vitra Design Museum

L’allestimento è suddiviso in quattro aree. La prima è una grande installazione mediatica introduttiva che mostra le tesi di Papanek nel contesto della sua epoca. Segue una panoramica biografica che ripercorre la sua vita dalla fuga dall’Europa come profugo al tempo del nazismo fino al successo internazionale. In altre due aree espositive vengono approfonditi i temi principali del lavoro di Papanek, dalla critica al consumismo all’ansia per le minoranze sociali e i Paesi poveri, per l’ecologia e la sostenibilità e per la cultura del Do it Yourself nata negli anni Sessanta. È in questa sezione il primo simbolo internazionale di accessibilità, un profilo umano in carrozzina, sviluppato nel 1968 dalla designer danese Susanne Koefoed, che era proprio una studentessa di Papanek.

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La mostra dedicata a Victor Papanek al Vitra Design Museum

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Jim Chuchu, 2013

In mostra ci sono anche venti opere contemporanee che traducono il pensiero di Papanek nel ventunesimo secolo. Sono opere di Catherine Sarah Young, Forensic Architecture, Jim Chuchu, Tomás Saraceno, Gabriel Ann Maher e del collettivo brasiliano Flui Coletivo e Questtonó in cui si affrontano temi come il cambiamento climatico, l’identità di genere fluida, le migrazioni.

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Particolare di un poster con il pensiero di Papanek sul Minimal Design Team

Temi politici, dunque: perché la grande lezione di Papanek è proprio questa, avere spiegato che il design è uno strumento potenzialmente rivoluzionario e che può dare all’uomo tantissimo. L’importante, ovviamente, è saperglielo chiedere.

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Campagna pubblicitaria di Mermac Ogilvy & Mather Dubai, 2013. Photo Mermac Ogilvy & Mather Dubai