Vincenzo Castellana: il design è dare all'uomo un piano B - CTD
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Paolo Casicci

17 giugno 2019

Vincenzo Castellana: “Design è dare all’uomo un piano B”

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L’art director di Desine: la creatività come indagine su comportamenti e gesti. Così un buon tavolo non sarà mai soltanto un tavolo

La domanda più frequente di chi osserva il design fuori dalla sua bolla è perché mai si continua a progettare oggetti in un mondo sovraccarico di cose. La risposta, tutto sommato, è semplice: perché l’uomo insegue l’evoluzione e tende a migliorarsi.

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La collezione Desine a Edit Napoli

Lungo questo sentiero stretto – e dunque ancora più suggestivo – che raramente porta all’innovazione tipologica, il design gioca le sue carte e i designer scommettono la faccia. Perché un tavolo, anche il più innovativo per materiali o forma, resta pur sempre un tavolo. Ma cosa succede se a questo tavolo aggiungiamo un piano che, con un gesto semplice della mano, appare o scompare a seconda del bisogno sopra o sotto il livello del piano principale? O se a un servomuto assegniamo un piccolo ripiano in più rispetto agli appendiabiti da camera da letto cui siamo abituati?

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Desine a Edit Napoli

Brunch di Vincenzo Castellana, il tavolo con il “piano B” (e chi non vorrebbe averne uno, di questi tempi, nella vita?), e Solista di Giuseppe Arezzi, il servomuto “che ci parla”, sono alcuni dei pezzi più brillanti nel catalogo di Desine, azienda siciliana che abbiamo apprezzato alla prima edizione di Edit Napoli e che rappresenta un invito a cercare nel design lo strumento che indaga il contemporaneo attraverso i gesti e le abitudini dell’uomo. Una raffinata indagine antropologica che approda a una collezione dove leggerezza, garbo e a volte ironia definiscono l’habitat ideale, quello dove mobili e oggetti sono arredi, “oggetti e complementi oggetti”, ma anche strumenti per comunicare, scrigni di memorie e generatori di comportamenti.

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Brunch di Vincenzo Castellana: grazie alla cremagliera zigrinata, è il tavolo che permette l’aggancio di un secondo piano a sbalzo, più alto o più basso del tavolo. In questo modo la capacità di appoggio si amplia ed è possibile utilizzarlo sia come tavolino basso sia come base alta che si posiziona sopra una sedia, un divano o un letto, diventando così un mobile davvero multiuso.

Vincenzo Castellana, designer, architetto e docente classe 1970, è l’art director del marchio che nasce per dare un orizzonte di design a un’eccellenza manifatturiera della Sicilia orientale specializzata nella lavorazione del legno, la Dallegno srl di Francesco Azzolina e Salvatore Mancuso di Grammichele, cittadina dalla forte tradizione artigiana.

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“Osservo il quotidiano in maniera ossessiva” spiega Castellana. L’oggetto dunque come risultato di una nuova riflessione. Per Desine firmano designer di estrazione, età e cultura diversa: dallo stesso Castellana a Giuseppe Arezzi, 26 anni, fino a Turi Aquino, Tomoko Mizu e Clelia Valentino.

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Vincenzo Castellana con uno studente autore di una tesi su Desine

Che cosa è il design per Vincenzo Castellana?

“Il mio rapporto con questo mondo è iniziato da piccolo. Tra gli 8 ed i 10 anni la mia passione era smontare i giocattoli, ancor meglio se avevano componenti e parti elettromeccaniche. Con i pezzi poi ricostruivo altro, anche se spesso qualcosa di inutile. Trasferito al quartiere Macchitella di Gela, progettato da Marcello Nizzoli per i dipendenti del petrolchimico dell’Eni, mi incuriosiva molto la forma di quella chiesa, proprio di fronte casa mia, che avrei scoperto solo dopo tempo essere di Ignazio Gardella. In quel periodo giravo casa con un carrellino degli attrezzi (costruito da me con tanto di ruote industriali). Ero pronto a qualunque intervento mentre, prevalentemente, disegnavo, direttamente su compensato, le parti di piccoli mobili in scala che a seguire assemblavo. Mi capitava anche di impagliare sedioline che realizzavo in legno. La mia più grande soddisfazione era poi scendere sotto casa e vendere, oltre a tutti i Topolino già letti, gli oggetti che realizzavo. Di quel periodo ricordo come grande momento formativo i tre mesi che tutti gli anni passavo nella grande fattoria dai miei nonni in provincia di Enna, a Gagliano Castelferrato. Con nonno e nonna facevo di tutto: muratore, falegname, elettricista. Il vino, il pane… Al liceo la grande passione della musica, che poi ho fatto professionalmente per circa vent’anni. Durante l’università il grande amore della grafica che dopo qualche anno ho iniziato a fare come professione, quando già, dal terzo anno, mi occupavo dei primi interni per pub e ristoranti. Mi divertiva molto, ancora con poca consapevolezza, dare anche il nome al locale e definirne il logo”.

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Tabuli di Vincenzo Castellana, tavolini “alveare” configurabili. La forza di Tabuli è quella del modulo aggregabile, dove la geometria primaria diviene gioco combinatorio, anche grazie alle diverse possibilità di colore. Ogni tavolo ha tre gambe, posizionate a metà del lato, così quando i tavolini s’incontrano le gambe dell’uno sembrano completare l’appoggio dell’altro e tutto prende il suo giusto posto. Tabuli ha anche la forma della città dove è nato: Grammichele è uno dei due schemi urbani a pianta esagonale presenti in Italia, un luogo raro e magico anche per questo.

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Vincenzo Castellana

Come è arrivato il design nella tua vita e con quali maestri ti sei confrontato di persona o studiandoli?

“Il design per me è quella dimensione dove il prodotto, certamente curato e ben progettato, è solo l’ombra di un sistema. Il design, appunto, con il suo ruolo sistemico, strategico di direzione. La dimensione prima che oggettuale è umana, direi, addirittura evolutiva. Legata alle relazioni fatte di azioni, comportamenti e rituali. I miei riferimenti sono stati maestri come Carlo Scarpa, Achille Castiglioni, Bruno Munari e Jean Prouvè. Continuo a guardare ancora con molta attenzione al modello didattico-formativo della Bauhaus come sistema totale del progetto, così come Gropius lo intendeva. E poi, non per ultimo, lavorare fianco a fianco a Vanni Pasca da oramai quasi un ventennio ha certamente influenzato la mia visione del fare”.

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Turi, cassettiera di Turi Aquino, fatta in noce non levigato. Un mobile per custodire un segreto come se lo confessaste al vostro migliore amico (e il “suo” segreto è quel profilo blu che si scopre solo aprendo i cassetti).

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Da che cosa parte il processo creativo nel tuo design? Da un’intuizione? Dallo studio dei materiali? Le possibilità che ti si aprono lavorando, nel caso di Desine, con una azienda di bravi artigiani? 

“Osservo il quotidiano in maniera ossessiva. Provo a definire le possibilità, non facili certamente, di spostare il punto. Individuare azioni, comportamenti o rituali nascenti o da risolvere, se ritenuti errati. L’oggetto come risultato di una nuova riflessione. Mi interessa lavorare a una complessità aperta che si svela e risolve poi, attraverso ora un dettaglio ora un materiale, o ancora un processo. Il vantaggio, nel caso di Desine, è poter avere un controllo del processo ed effettuare, quasi live, le modifiche puntuali”.

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Umbra, appendiabiti di Turi Aquino. In dialetto siciliano le scale a “forfice” sono quelle doppie a pioli utilizzate nella raccolta delle olive. Questo è il riferimento diretto per l’appendiabiti Umbra che scompone in due parti la forma della scala, giocando sui punti di vista: da una parte c’è il profilo laterale e dall’altro, nascosto da una proiezione che sembra un’ombra lasciata sul terreno, è il prospetto frontale con i pioli.

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Tutti i pezzi di Desine sono ispirati (e raccontati) da gesti: il servomuto che “si stacca dal coro”, il tavolo con un piano in più, i tavolini-alveare… C’è un legame molto forte tra la vita di tutti i giorni e gli arredi, che sono giustamente un’estensione del comportamento umano. Esiste, oltre all’ossessione di osservare, anche quella di trovare motivi, forme e contenuti sempre diversi? 

“L’oggetto e il suo complemento oggetto sono come il tentativo di decostruire, in un impulso di riappropriazione, le azioni del quotidiano tese, sempre più, a fondersi con il riflesso della nostra esistenza digitale. Difficilmente riusciamo a compiere innovazioni tipologiche. Il processo di significazione del cambiamento è lento e, a volte, poco percepibile. Gli oggetti però ci possono aiutare in questa riflessione o possibile cambiamento degli scenari”.

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Solista, il servomuto di Giuseppe Arezzi con un vano portagioielli. “Solista è un servomuto che si è staccato dal coro. Si è reso conto di avere una sua personalità e di poter cantare il suo assolo. Si è accorto di non essere invisibile e servile, ma anche bello e degno di essere ammirato quando è svestito. E poi – come ogni bravo solista – sa tornare nel coro del paesaggio domestico e dare il suo silenzioso contributo”.

Quanto di una intuizione originaria resta impresso in un pezzo e quanto invece si perde strada facendo diventando magari altro? 

“Ritengo, ma è un parere personale, che il rapporto tra intuizione originaria ed esiti del progetto sia molto assimilabile al rapporto tra soggetto e sceneggiatura nel cinema. Certo è normale che nel processo complesso, dal progetto all’oggetto, arrivino input inaspettati che potranno aiutare, gestendo coerentemente l’incursione, ad arricchire gli esiti. Il cantiere è maestro”.

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Il relitto di una barca in fondo al mare; la foglia di un albero adagiata sul terreno; la bacca di una pianta esotica; un sasso levigato dalla marea: la forma è solo un modo di accendere una memoria personale. Memory di Tomoko Mizu è un attivatore di ricordi. Un centro tavola che contiene non solo fiori, frutti, dolci o qualunque cosa vogliate porre al suo interno, ma soprattutto l’eco di una memoria personale.

I creativi di Desine coprono tutti generazioni diverse: Giuseppe Arezzi esce dal Politecnico quando Turi Aquino ha 68 anni. Come lavora un art director per valorizzare queste differenze e allo stesso tempo tenere un equilibrio generale? 

“La scelta dei designer della famiglia Desine è stata assai travagliata. Ma sin dall’inizio molto chiara l’idea di far incontrare generazioni molto, molto lontane. La ricostruzione del ‘complemento oggetto’, che ha visto me in mezzo come generazione intermedia, ha riguardato la possibilità di interpretare in maniera diversa le proprie riflessioni sull’abitare ed il campo delle azioni”.

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Lily di Tomoko Mizu nasce dalla considerazione della ritualità dei gesti che alcuni oggetti determinano. In Giappone esiste una tradizione legata all’antica festa per la fioritura dei ciliegi, durante la quale le famiglie si riuniscono per picnic all’aperto e consumano pasti nel “juubako”, una scatola che contiene parti di un pasto che rappresenta il rito legato a una riunione. Passando dall’Oriente all’Occidente, il valore rituale della consumazione dei pasti non muta, sebbene le pratiche siano tra le più diverse, legate alle singole culture. Lily è un vassoio che ospita piccoli contenitori per offrire antipasti, cene leggere, golosità da mangiare in un momento di pura felicità e rilassamento con amici e parenti. Quella che oggi molti chiamano, non a caso, l’”happy hour”, ovvero l’ora felice. Non a caso anche portagioie.

Artigianato e design: a vedere i pezzi di Desine sembra una formula facile, scontata. Invece conosciamo bene la fatica che comporta prendere per mano le maestranze, anche quelle più brillanti, e dargli un orizzonte di design. Che cosa manca alla Sicilia per creare una rete diffusa di realtà simili? Manca più il design o più le maestranze?

“Abbiamo impiegato quasi cinque anni per definire la collezione. Molto lavoro di ricerca e di dettaglio che hanno stimolato molto le maestranze.  La formula necessaria, direi la sola possibile, è la condivisione e partecipazione totale del processo. Non a caso parte degli shooting sono stati fatti in azienda. Ritengo che la questione siciliana, ovvero della costruzione definitiva verso un sistema design oriented nel manifatturiero, sia molto aperta e vive un momento felice. Nel 2007, quando con Vanni Pasca, ho fondato l’ADI sicilia le realtà produttive o di progetto non erano visibili. Dopo dieci anni, anche grazie ad alcune istituzioni formative, possiamo certamente dire di avere un network ben evidente anche oltre isola. Molto resta ancora da fare. Non mancano le maestranze, o comunque non tanto più rispetto ai dati nazionali. Non mancano nemmeno i bravi progettisti. Tutto questo risulta insufficiente. E’ necessario sviluppare quei processi di design che lavorino sul sistema, la strategia e la visione di una realtà produttiva diffusa e riconoscibile prima che per buon prodotto per valori aziendali. Ruolo fondamentale ed imprescindibile: le scuole di design. Nel corso di Art direction che tengo presso l’Accademia di design e comunicazione Abadir a Catania, di cui è direttore scientifico Vanni Pasca, gli studenti lavorano fianco a fianco con le aziende del territorio con l’obbiettivo di progettare il sistema più che il singolo progetto di prodotto o di comunicazione”.

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Un legno che ha il colore della sabbia. Un colore che mette in relazione legno e sabbia, due materie prime così diverse, ma anche due scale dello spazio che sembrano tanto lontane. Dune di Clelia Valentino gioca con noi e mette la sabbia nel piatto, la sua mutevolezza, le onde che la disegnano, il ricordo della sua immensità calata in uno spazio limitato e funzionale. Perché l’immaginazione non ha vincoli esatti e punti di vista univoci. E sognare luoghi lontani, in fondo, è un lusso che non costa nulla.