Vincenzo Castellana: siamo diventati anfibi, ora tocca al design progettare nuove funzioni - CTD
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Paolo Casicci

30 Ottobre 2020

Vincenzo Castellana: siamo diventati anfibi, ora tocca ai designer progettare nuove funzioni

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Parla l’art director di Orografie, il brand appena nato che chiede agli under 35 di progettare oggetti per un’umanità metà analogica e metà digitale

“Siamo diventati anfibi, mezzi analogici e mezzi digitali. Ora tocca al design progettare nuove funzioni”.

Questa intervista inizia dalla fine. Dal momento, cioè, in cui ho chiesto a Vincenzo Castellana, designer e architetto fresco di Compasso d’Oro, un’integrazione alle risposte che aveva finito di darmi su Orografie, il marchio appena nato di cui è art director e che ha debuttato qualche giorno fa a EDIT Napoli. 

Volevo raccontare la storia di un’azienda che ha avuto l’intuizione di venire al mondo non con la solita collezione di mobili, ma con un contest-workshop aperto a un gruppo di designer under 35, alla fine del quale i tre progetti vincitori entreranno, tra qualche mese, nel catalogo del marchio. Una scommessa e una scelta di campo precisa, puntare sullo scouting di talenti, che è anche un’operazione originale di branding, condotta da un team che, accanto a Castellana, conta su Domitilla Dardi, storica del design e editor, e sulla grafica di Ko Sliggers, il creativo olandese tra i padri dello stile Dumbar alla fine degli anni Settanta. 

Il contest di Orografie a EDIT Napoli

Parlando di under 35, era inevitabile scivolare sul tema, affascinante ma spesso un po’ vago, di come tra qualche anno ci restituirà il mondo quella generazione di progettisti che oggi è associata più allo stile che alla funzione. A Orografie hanno deciso di scommettere tutto sulla funzione lavorando sopra il concetto di “design anfibio”. E su questo hanno spinto a esercitarsi i designer. 

Che cosa è Orografie e perché questo nome?

Orografie è un brand che scommette sulla possibilità di scrivere i soggetti e le sceneggiature del prossimo futuro. Gli scenari futuribili del vivere quotidiano. Siamo immersi in un rumore assordante, fatto di un moltiplicarsi di oggetti e funzioni, alcuni dei quali inutilmente ridondanti e non perfettamente calzanti con i nostri bisogni. Troppe le tipologie desuete ancora utilizzate, nate per condizioni che non corrispondono al nostro essere diventati, appunto, “anfibi”, mezzi analogici e mezzi digitali. Orografie sono elementi che emergono da questa superficie confusa e diffusa per cercare una nuova chiarezza e un ordine sensato. Orografie, appunto, sono le emersioni che riconfigurano il nuovo paesaggio domestico.

Livia Stacchini, WishYouWereHere, mobile Wunderkammer

Livia Stacchini, WishYouWereHere, mobile Wunderkammer

Che cosa è un design anfibio, esattamente? 

È il design che parte da questa nostra doppia natura, metà analogica e metà digitale. E, proprio per questo, parte dalla funzione. Come scrive Domitilla, i maestri ci hanno insegnato a progettare una funzione, non per una funzione. Quando gli Eames disegnano la Lounge Chair, quel modo di sedere su una poltrona non esisteva ancora. Ma per tornare a fare qualcosa di simile, ci vuole un’attenzione diversa, bisogna capire chi siamo davvero, cioè quali funzioni siamo diventati. Funzioni che prima non c’erano e che oggi sono di colpo indispensabili. Le forme di queste funzioni non sono ancora catalogabili, ma possiamo dire che ci assomigliano e ci fanno stare bene. Per pensare questi nuovi oggetti, bisogna andare oltre l’abitudine, pensare al modo in cui certe volte usiamo mobili e oggetti in modo improprio diventando noi stessi i progettisti dei nostri mezzi. 

Linda Salvatori, Servomuto multi-funzione

Linda Salvatori, Servomuto multi-funzione

Al workshop sono stati premiati progetti che dovrebbero interpretare questi concetti: dagli arredi che diventano strumenti per il fitness al mobile-Wunderkammer per conservare le cose inutili che ci emozionano. Davvero entreranno in produzione nel 2021 per Orografie? 

Sì. Non è facile trovare un imprenditore come Giorgia Bartolini, fondatrice di Orografie, che, avendoti scelto coma art director, sposi anche la tua vocazione di formatore. Naturalmente questa modalità ha messo subito a nudo la vocazione del brand di occuparsi di innovazione culturale, non solo attraverso il brief che ho delineato, ma anche attraverso il coinvolgimento dei giovanissimi designer. In realtà ritengo che il successo di un brand, oggi più che mai, riguardi lo sviluppo di una vocazione da non tradire mai. Consolidare questa vocazione significa rintracciare tutte le modalità, anche della comunicazione, coerenti con il paradigma iniziale. Ma Orografie è anche una squadra con i giusti compagni di viaggio. In questo caso, Domitilla, nel raccontare con le parole, e Ko Sliggers, che con la grafica ha interpretato la visione del progetto. E poi gli altri designer che abbiamo coinvolto per l’esordio del marchio, Francesco Faccin, Francesca Lanzavecchia, Martinelli/Venezia ed Elena Salmistraro.

Maria Giovanna Barbi e Fabio Brunone, M’AMA collection (Chair, Pouf, Mirror)

Maria Giovanna Barbi e Fabio Brunone, M’AMA collection (Chair, Pouf, Mirror)

Dal brief del workshop era subito chiaro che vi aspettavate degli oggetti. Dunque la dimensione analogica è destinata a restare prevalente? 

Finché cadrà la mela, per dirla alla Newton, avremo bisogno di oggetti! Che sono la proiezione, ma soprattutto dovranno esserlo, del mondo che sarà. L’appartenenza a una dimensione ibrida digitale/reale oltrepassa il pensiero di Maldonado che tracciava le possibilità di una realtà virtuale forse sostitutiva e ne ribalta il percorso. Tra dieci anni vivremo un mondo molto diverso. Le migliori comunità saranno quelle ibride e vivranno di relazioni digitali ed analogiche. Si incontreranno in uno spazio contemporaneo dove ci si identificherà nelle differenze. Gli oggetti dovranno dare dimensione a queste nuove appartenenze. Dovranno fare l’opposto di quello che troppe cose fanno oggi. Per esempio, io credo che adesso viviamo immersi in un liquido che ovatta ogni segnale. Crediamo di avere una tattilità, ma quello che tocchiamo è forse acqua, forse un liquido un po’ più denso che sommerge cose e persone. Crediamo di “possedere” il quotidiano, ma forse lo stiamo solo spostando nell’altra vita, quella virtuale. Per non dire di tutte le sollecitazioni mediatiche e dell’eccesso di informazioni che io chiamo Mediaevo: apprendere di tutto senza sapere niente, come nei secoli in cui era difficile accedere all’informazione. 

Finché cadrà la mela, per dirla alla Newton, avremo bisogno di oggetti! Che sono la proiezione, ma soprattutto dovranno esserlo, del mondo che sarà. Oggi però crediamo di “possedere” il quotidiano, ma forse lo stiamo solo spostando nell’altra vita, quella virtuale

Il modo stesso in cui hai scritto il brief è “orografico”, con parole chiave in corpo e carattere diversi che emergono qui e là catturando l’attenzione. Molto belli i passaggi su Cura e Preservare: ce li spieghi? 

Per cura intendo il bisogno di dedicare agli oggetti e agli arredi che ci circondano una dedizione, come se fossero esseri viventi. Nell’antichità l’animismo era la manifestazione di questa relazione che significava rispetto per il contesto e quindi anche per chi in esso agisce. Preservare invece vuol dire pensare oggetti che durino, che si tramandino e non vengano sostituiti facilmente, nel nome di uno slow design che pensa al sano invecchiamento delle cose anziché all’obsolescenza programmata. Domitilla scrive giustamente che i buoni oggetti sono come gli alberi in salute: ci sopravvivono e perpetuano una storia di cui siamo stati parte ma che va oltre noi… 

La grafica di Ko Sliggers per Orografie

Con Desine, il marchio nato dall’incontro con gli artigiani siciliani, hai appena avuto una menzione d’onore all’ultimo Compasso d’Oro. Quanto della scena siciliana c’è anche in Orografie?

Lo scenario certamente parte da una condizione di territorialità che, in una visione glocal, sposta subito gli epicentri su valori e luoghi terzi quasi da determinare un genius loci dove il sistema diffuso delle produzioni e relazioni determina il proprio genoma. Ho un modo di lavorare molto personale e, appunto, sistemico ma con assunti molto differenti. Orografie è molto diverso dalle altre esperienze. Nel percorso intrapreso con Giorgia Bartolini, un doppio registro di azioni dove si miscelano relazioni produttive e progettuali: da un lato il coinvolgimento di nomi noti del nuovo design italiano, dall’altra parte il percorso di scouting attraverso i registri della formazione e selezione mediante occasioni per i giovanissimi laureati.

Quando gli Eames disegnano la Lounge Chair, quel modo di sedere su una poltrona non esisteva ancora. Ma per tornare a fare qualcosa di simile, ci vuole un’attenzione diversa, bisogna capire chi siamo davvero, cioè quali funzioni siamo diventati, andare oltre l’abitudine

Dove vai a caccia di talenti, oggi, oltre che nelle scuole, a partire da Abadir, in cui insegni? 

Naturalmente le scuole di design italiano sono il bacino più importante dove pescare. Ma guardarsi intorno è fondamentale. Prevedere più che vedere. Adotto questo processo in modalità ibrida: navigare è fondamentale ma non meno importante di stare in mezzo alle cose!