Ho visto case

Violino e guantoni, un corto per raccontare (bene) gli interni d’autore

Il backstage del filmato girato nella casa al Portonaccio di Nicola Auciello

 

C’è un’architettura d’interni che esprime forza e carattere. E ce n’è un’altra che, al contrario, punta sulla duttilità e la leggerezza. Ma può essercene una terza che, unendo queste due forme espressive, raggiunge una dimensione inedita in cui gli opposti dialogano per arrivare a una sintesi perfetta, come in una partitura per famiglie di strumenti diversi.

Una partitura simile è la casa progettata nel quartiere Portonaccio, a Roma, da Nicola Auciello – Na3Studio. Un interno pensato per un uomo neanche trentenne, quindi “un giovane in costruzione” come lo definisce Auciello, dalla “vita in divenire”, dove “l’essere vuole manifestarsi ma anche nascondersi e sentirsi protetto”. Da qui, l’idea di “una casa in bilico tra sicurezza e avventura“. E quindi tra forza e duttilità. Tra carattere e leggerezza.

Un progetto di interni dalla cifra originale, già largamente apprezzato da un pubblico di addetti ai lavori e non soltanto, che meritava una forma di comunicazione altrettanto peculiare. Auciello l’ha trovata nel cinema: un corto, ambientato nell’appartamento, esalta la sfida tra materiali, la dialettica tra forza e leggerezza, tra sicurezza e avventura, mettendo al centro della scena una musicista e un atleta. Il violino incarna il legno e la duttilità, il pugile rimanda al ferro, al carattere e alla forza. Il filmato è di Tomaso Pessina, regista milanese che ha lavorato al fianco di Pupi Avati e col quale Auciello ha girato in passato altri due corti. Le immagini del backstage, firmate da Angelo Aloisi, saranno proiettate il 16 novembre alla Casa dell’Architettura di Roma durante l’intervento di Auciello dal titolo Architettura matrice di un interno, alla fine di una giornata dedicata al contract (Know how: progetto e nuove frontiere) organizzata da Action Group.

Ma come è la casa raccontata nel corto? Partiamo dal quartiere che ospita l’edificio. Siamo a Portonaccio, un tempo campagna dell’agro romano, zona di importanti sepolcri, poi, nella modernità, scalo ferroviario e quartiere dalla memoria pasoliniana e di alta densità abitativa. La casa, in un edificio di nuova costruzione, si inserisce in un duplex.

“L’innesto è il focus” spiega Auciello, “un setto attrezzato continuo, in ferro crudo e legno pensato come raddoppiamento dei muri si dirama sui tre assi spaziali per ispessire la consistenza di uno degli elementi primari della costruzione. Ridonare preziosità alla struttura tramite setti aggiunti, che si condensano, si allentano, si stringono attorno, si riaprono e poi si estendono, sincroni, invertiti, alterni, che racchiudono, schiudono e raccolgono l’intimità di questa casa: i setti sono elementi diafani per vedere, intravedere, celare, scoprire, raddoppiare: un guardaroba, un ingresso, un corridoio, una grande cucina, una libreria”.

In questa casa in bilico tra sicurezza e avventura, tutto è possibile e in divenire: “Per questo l’interno è nudo, materico, e l’elemento primario è il limite, inteso come demarcazione di un confine o di un angolo. Il ferro, crudo, duro, e il legno, nobile, duttile, si compensano nel carattere e attraversano tutti gli spazi. Si attribuiscono i reciproci destini in una partitura ritmica e dialogano sincroni rivelando la loro essenza. E così come in una partitura musicale minimalista la serialità apparente restituisce, seppur in minimi cambiamenti, l’unicità e l’irripetibilità del singolo dettaglio”.

L’angolo, pensato come nodo, emerge da un disegno mai marginale ma vivo, designato e riabitato. Così come nella scala: i due snodi, alla partenza e all’arrivo, grevi, materici – a terra in legno e totalmente in ferro al solaio – leggero è invece il percorso lineare dei gradini a sbalzo al centro. E’ possibile avere due diverse visioni: nella vista dal basso la struttura scheletrica in ferro, mentre dall’alto il corpo tutto, legno e ferro, nella sua pienezza. Un continuo pensare a tre dimensioni, concentrate sui limiti dell’angolo, rarefatti dagli specchi ma allo stesso tempo generatori di inaspettate illusioni ottiche. Il soffitto in legno rispecchia il disegno del pavimento e riporta il passo di suddivisione del contenitore.
La sensazione è di straniamento e riscoperta dello spazio, un rimettersi in gioco ritornando in angolo, al limite – così come nel gioco del calcio – per poi ripartire dallo stesso.

Un nastro continuo, battiscopa e poi corrimano percorre la scala finendo per ancorarsi al solaio e configura una protezione che allude alle corde di un boxe ring. Nella camera padronale la posizione dell’armadio, centrale, fisso, divide e scherma lo spazio intimo, creando diverse funzioni: una parte percorso e contenitore, l’altra testata del letto e server. La pavimentazione in rovere è disegnata per mettere in evidenza i percorsi dell’abitante lungo i setti di ferro; le grandi finestre incorniciate per introiettare e poi restituire scoperta e stupore del paesaggio urbano. Sono spazi fluidi, slegati dai modelli precostituiti o superati. Accorgimenti per accompagnare l’esistenza dell’uomo che abita il contemporaneo.

Foto di Angelo Aloisi

 

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