Vito Nesta: il decor è progetto e non design di serie B, ecco perché è giusto farlo anche in tempi di Covid - CTD
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Paolo Casicci

29 Novembre 2020

Vito Nesta: il decor è progetto, non design di serie B. Ecco perché è giusto parlarne (e farlo) anche in tempi di Covid

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“Con la pandemia è cresciuta la voglia di spazi in cui rispecchiarsi: soddisfare questa esigenza è cultura del progetto”

Ultimamente sembra che l’emergenza Covid abbia fatto scoprire all’uomo l’ovvio, e cioè che nelle nostre case c’è bisogno di più funzionalità. Dall’inverno sogniamo stanze come scatole magiche, coltellini svizzeri in grado di soddisfare qualsiasi esigenza. Vogliamo spazi che isolino ma siano anche di condivisione, che separino ma non escludano. Siamo diventati esperti di illuminazione e di ergonomia, un po’ designer della domenica con un occhio alle centinaia di articoli che ci raccontano come saranno cambiate le nostre abitazioni quando quest’emergenza sarà finita.

Chiacchiere e frustrazioni che hanno portato in secondo piano la storia tutta italiana del decor, quel mondo in cui il made in Italy ha sempre fatto la differenza. Il mondo che ha fatto brillare Piero Fornasetti e il suo design, per esempio, anche se l’equazione Fornasetti=design è stata dura da far digerire agli ambienti ufficiali della cultura italiana del progetto.

Ma sarà poi davvero così? O il tema della funzionalità è quello più dibattuto ma non per questo il più sentito? A ben vedere, se dallo scorso marzo la prima esigenza comune è stata di avere una postazione comoda per lavorare in salotto o in cucina, dal giorno dopo ci siamo messi a cercare uno sfondo che nascondesse ai colleghi e ai capi in videocall le nostre brutte mensole a parete. 

“Negli ultimi tre anni, quelli che coincidono con la nascita del mio brand, ho iniziato a vendere in duecento negozi di tutto il mondo”, racconta Vito Nesta, giovane designer pubblicato nelle riviste internazionali con la sua collezione Grand Tour e che sta legando il proprio nome all’universo del decor. “Eppure, per alcuni miei colleghi, per molti giornalisti o proprietari d’azienda io sono e resto un grafico, uno che fa arte e non progetta. Ci pensavo stamattina, mentre mi arrivava un’email dall’Ecuador di Diorvett, uno store che ha acquistato centinaia di mie produzioni e alla mia domanda se le riuscissero a vendere mi hanno risposto che con la quarantena la gente vuole comprare cose belle per avere una casa più curata e accogliente, e che i miei oggetti in questo senso sono perfetti”. 

Per alcuni miei colleghi, per molti giornalisti o proprietari d’azienda io sono e resto un grafico, uno che fa arte e non progetta. Un po’ quello che dicevano di Fornasetti, un “decoratore”, prima che, dopo la sua morte, fosse considerato un designer

Dunque con il Covid è in corso la rivincita del decor? 

“Rispondo con una storia che conosco bene: la mia. Questi mesi di pandemia sono stati il periodo in cui ho lavorato di più in assoluto, perché molte persone hanno finalmente trovato il tempo di cercare il tessuto per rinfoderare la poltrona che avevano ereditato dalla nonna, di scegliersi le giuste stoviglie per quando potranno fare una cena con gli amici o di pensare al nuovo colore da dare alle pareti o di rivestirle di carta da parati. Moltissime persone hanno la testa ormai satura di mascherine da indossare, di disinfettanti, di call di lavoro con i pantaloni del pigiama sotto la scrivania e di fare le acrobazie per non inquadrare le pareti bianche o, al contrario, riprendere l’unico angolo dove c’è una pianta o la finestra. Le persone hanno bisogno, ora più che mai, di ripensare a come abitare i propri spazi domestici perché si sono accorte di avere una casa anonima, stracolma di pezzi Ikea e senza qualcosa che le rappresenti”.

Il decor ha successo proprio in tempo di pandemia perché le persone cercano la bellezza. Comprano i piatti per le cene che un giorno torneranno a organizzare in casa con gli amici. Pensano a come arredare la casa perché appaia bella durante le videocall in smartworking

Hai mai sentito colleghi designer parlare del decor come di qualcosa di alieno rispetto al progetto?

“Nessuno pensa di voler escludere il decor dal design: sarebbe un tentativo davvero grossolano. L’insidia è più sottile e si nasconde nel pensiero di chi in qualche modo vuole far passare il decor per un design di serie B. Ora, il design visto come un esercizio di equilibrio tra forma, funzione e industrializzazione è una questione tutta italiana. I grandi maestri come i Castiglioni, Zanuso o Magistretti a loro tempo hanno sicuramente segnato un nuovo modo di vivere, di abitare, di utilizzare gli oggetti lasciandoci pezzi immortali, ma penso che quel tipo di produzione faccia parte di un capitolo, un bellissimo capitolo, che però non è più la regola del design, anche perché tante cose nel mercato sono cambiate e una regola principale non esiste più. Magari un giovane giornalista dell’epoca adesso insegna all’università e forma le nuove leve su quel tipo di progetti con una nota di nostalgia. Magari il proprietario di un’azienda è stato amico di uno di questi maestri e ora insegue quel tipo di progettualità. Forse qualche loro allievo è direttore di una rivista e rimane fedele a quel modo di progettare perché solo in quello si riconosce. A forza di restare ancorati a quello che per molti è ritenuto il vero design e ritenendo tutto il resto arti applicate, abbiamo visto tantissime aziende top seller negli anni 80 e 90 arrancare più in là ed essere oggi prossime alla chiusura. Nel frattempo in Francia, in Inghilterra, persino in America hanno capito che è bello partorire oggetti funzionali ma è estremamente importante lavorare sugli interni, sul decor, sulle produzioni artigianali.

Stai dicendo che il Paese di Gio Ponti e di Piero Fornasetti è rimasto indietro nel concepire il decor come progetto? 

Tutt’ora penso che l’interior sia un affare più anglosassone. In Italia abbiamo lasciato che a consigliare il colore delle stoffe da abbinare alla lampada del salotto fosse il pur bravissimo tappezziere sotto casa. C’è voluto tempo, tanto tempo prima che qualcuno iniziasse a educare con grande coraggio alla bellezza, per esempio con il design da collezione, che è spesso un design di ricerca. Penso alle gallerie Nilufar, a Luisa Delle Piane, a Rossana Orlandi. Penso a Dimore Studio che ha avuto la capacità di far convivere un mobile di alto antiquariato con un pezzo di modernariato, il tutto con un allure fatto di colore, materiali, artigianato e decor. Finalmente! E questo mentre già negli anni 50 Iris Apfel, che tutti conoscono come la vecchina con gli occhiali tondi nella pubblicità della Citroen DS3, girava con il marito due volte all’anno in Europa con bauli lunghi metri per portarsi a casa tessuti e chincaglierie che ora riempiono le sue case di Palm Beach e New York. Penso al lavoro della Apfel come fondatrice della Old World Weavers che si occupava soprattutto di riproduzioni di tessuti, dal XVII al XX secolo, e divenne famosa nel settore per aver arredato la Casa Bianca per nove presidenti da Harry Truman a Bill Clinton.

Nessun designer direbbe che il decor non è progetto. L’insidia è più sottile: considerarlo un design di serie B. Invece sappiamo quanta ricerca c’è in certo design da galleria

Che cosa pensi quando leggi di plexiglass, del bisogno di funzionalità nuove e di un nuovo comfort?

Penso che un a po’ a tutti delle posate che ruotando diventano fruste per montare la panna e poi magari, arroventate, funzionano per fare i bigodini non interessi granché (sorride). Le persone vogliono e inseguono il “bello”. E, ripeto, sicuramente il Covid è un’ottima occasione per chiedersi come riprogettare il mondo d’ora in poi. L’errore è però pensare che il mercato post Covid possa assorbire mille nuove “poesie progettuali” che rischiano di restare come i plexiglass messi su un bancone con un foro di lato, lungo un metro, e un foro sotto. Roba che non è una soluzione ma una presa in giro che poi ci toccherà smaltire.

Come rispondi a chi dice che il mondo del decor è fatalmente esposto più di altri alle mode, ai cambi repentini di gusto, alla fatuità? 

Che esiste un decor fatto male, che è la frivolezza di cui parli, e un decor che invece è progetto. Oggi diamo per scontato che Fornasetti sia design, ma lo sdoganamento dell’opera di questo maestro è stato lungo e faticoso. Oggi ci sono giovanissimi che si tatuano il volto di Lina Cavalieri sul braccio: parliamo di decori di quasi cent’anni fa! Ma Fornasetti è stato riconosciuto prima e largamente all’estero. Poi, quando ci siamo accorti degli onori che gli venivano tributati, abbiamo iniziato a dire che era roba nostra. O forse, non so, qualcuno avrà detto “non è proprio design ma è bello e poi comunque sta sul mercato da una vita, i piatti li aveva mia mamma a casa”.

TUTTE LE VOLTE IN CUI ABBIAMO SCRITTO DI VITO NESTA

Che cosa progetta Vito Nesta, oggi? 

Il mio lavoro, il mio marchio. Che è quello che ho fondato tre anni fa quando, esausto per le elemosina che le aziende riconoscono come royalties, ho avuto il coraggio di editare le mie collezioni. Credo che la soddisfazione più grande che un designer debba avere è vedere i propri progetti nelle case di centinaia, migliaia di persone. Lo dico da progettista. Da progettista italiano.