Vivere in 9 metri quadrati, le tiny house alla conquista dell'Europa | CTD
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16 maggio 2018

Vivere in 9 metri quadrati, le tiny house alla conquista dell’Europa

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Al Goethe Institut di Roma il prototipo di Leonardo Di Chiara e un dibattito con l’Università delle case minime

Uno spettro s’aggira per l’Europa. È grande 9 metri quadrati, si muove su due ruote e vuole rivoluzionare il modo in cui viviamo le nostre vite e abitiamo le nostre città. Perché in quei 9 metri quadrati, che sono la misura minima di una stanza per la legge italiana, Leonardo Di Chiara, l’architetto e ingegnere che li ha progettati, ci invita a vivere. “Sì, è possibile farlo”, dice rimettendo a noi la scelta se il suo invito sia da prendere alla lettera o se, invece, si tratta di una provocazione culturale che – vedremo più avanti – mira a scardinare le convenzioni dell’abitare contemporaneo.

I 9 metri quadrati non sono una scelta casuale, ma lo spazio minimo perché in Italia una stanza sia considerata abitabile dalla legge

Il prototipo

Quello di Di Chiara, che ha 27 anni, è nato a Pesaro, si è laureato a Bologna e fa parte della Tinyhouse University di Berlino fondata da Van Bo Le-Mentzel, è innanzitutto un prototipo realizzato con le aziende Häfele e Schüco: si chiama aVoid e alla lettera vuol dire “un vuoto”. Si tratta di una casa su ruote che in 9 metri quadrati racchiude ogni comfort necessario per il vivere quotidiano, dal tavolo per mangiare al bagno e alla cucina. Ispirata, appunto, all’equilibrio del vuoto, è una singola stanza grigia sviluppata longitudinalmente e priva di qualsiasi arredo. Attraverso i meccanismi Häfele a scomparsa, lo spazio evolve orizzontalmente e si trasforma: il letto ribaltabile diventa divano per l’angolo studio e, abbinato al tavolo pieghevole, una panca per due. La parete scompare grazie a un sistema di ante rientranti e lascia spazio a una cucina accessoriata con illuminazione Led, cappa aspirante, lavello a scomparsa, piano cottura e scaffali contenitivi. Un piccolo bagno realizzato in okumè ospita i servizi e una doccia concepiti per ridurre al minimo i consumi di acqua. Una scala retrattile permette l’accesso al tetto. E il tetto diventa una sdraio per guardare il cielo.

aVoid ha tutti i comfort che servono. E il tetto diventa una sdraio per guardare il cielo

Un movimento culturale

La tiny house in realtà è molto più che un prototipo, come ha capito chi l’ha visitata e sperimentata al Fuorisalone di Milano un mese fa, al Maxxi di Roma durante l’ultimo Open House o la sta esplorando al Goethe Institut di Roma, dove Di Chiara e Van Bo Le-Metzel saranno ospiti il 23 maggio del dibattito Il movimento delle Tiny House conquista l’Europa, il futuro dell’abitare arriva su due ruote. Quello delle tiny house è infatti anzitutto un movimento mondiale che parte dagli Stati Uniti e arriva in Germania, dove nel 2016, a Berlino, nasce Tinyhouse University, un collettivo internazionale di architetti, designer, falegnami, artisti, sociologi di cui Di Chiara fa parte e che funziona come un pensatoio sull’abitare contemporaneo e le sue emergenze. “L’obiettivo dell’università è sensibilizzare a un’idea nuova dell’abitare, in cui gli standard delle case sono rivisti per essere al passo con questi tempi che pongono con urgenza questioni come gli effetti delle ondate migratorie, la gentrificazionel’espulsione dai centri storici di poveri e anziani. Vogliamo rendere più accessibili le nostre città, che con le tiny house possono diventare abitabili da chiunque. Abbiamo chiamato University il nostro gruppo proprio per via dell’aspetto educativo e formativo: al Bauhaus Campus di Berlino che ci ha ospitati, i visitatori sono potuti entrare a contatto con il mondo delle tiny house e partecipare alla costruzione di alcuni modelli attraverso workshop” spiega Di Chiara. “Abbiamo fondato la Tiny House Design School all’interno di una tiny house dove è possibile imparare gratuitamente come si progetta una piccola casa su ruote. Oltre all’aspetto educativo c’è anche quello della ricerca per la creazione di tipologie abitative, di modelli di sviluppo urbano e di business”. Di Chiara ha fondato la Tinyhouse University in Italia e questo tour serva anche come prima campagna soci.

L’obiettivo è sensibilizzare il pubblico a una nuova filosofia dell’abitare e a una revisione degli standard, in un’epoca segnata da ondate migratorie, gentrificazione ed espulsione di anziani e poveri dai centri storici

Far breccia nella politica e nelle aziende

Per fare attecchire questo modello, bisogna anzitutto dimostrare che la tiny house è abitabile. In questo senso, il lavoro di Di Chiara è una vera testimonianza a favore della causa, quasi una forma di evangelizzazione. “Ovunque sia arrivato con aVoid sono riuscito a vivere nei luoghi più belli e desiderabili delle città, facendo anche business pur abitando sulla strada. A Berlino, Barcellona, Monaco e Milano ho dimostrato che un giovane nomade può diventare cittadino delle comunità in cui tutti vorrebbero vivere. Per ora la mia storia rappresenta un’eccezione, ma in futuro potrebbe essere la regola. A Berlino sono venuti a visitare la casa due ministri e i responsabili per la Germania di Ikea, Airbnb e Google. E ci sono già aziende che stanno aggiornando il proprio catalogo in funzione delle tiny house. Insomma, l’idea che non si tratti di un campeggio ma di una casa vera e propria sta iniziando ad attecchire. La legge dovrà poi fare la sua parte considerando una residenza a tutti gli effetti una tiny house e permettendo a chi le abita di avere gli stessi diritti e l’accesso al welfare di chi vive in case tradizionali”.

Di Chiara ha abitato con la sua casa minima su strada nelle città europee più desiderate, incontrando amici e facendo business

Un mondo di tiny house: l’ipotesi dei villaggi

Ma come è un mondo fatto di tiny house? Un’ipotesi è quella del villaggio che si sviluppa su aree a regime edificabile, e dunque un complesso di abitazioni stanziali. Di Chiara preferisce la seconda via, quella dei migratory neighborhood, “ovvero un modello di quartiere senza fissa dimora che si sposta all’interno della città e in accordo con l’amministrazione, andando a occupare spazi inutilizzati, anche periodicamente, per esempio d’estate il parcheggio di una scuola. È un processo di densificazione dolce, in quanto nulla è costruito, perfino le utenze, e ogni unità è autosufficiente. Nelle zone rurali, poi, i villaggi di tiny house sarebbero di più semplice realizzazione. In ogni caso motori di sviluppo del movimento sono la sostenibilità economica, la possibilità di scambio culturale e flessibilità/liquidità del vivere”.

Perché non utilizzare i grandi spazi all’aperto utilizzati parzialmente nelle nostre città per far crescere villaggi nomadi che possano cambiare luogo di stagione in stagione?

La tiny house su misura e i test-living

Già, la liquidità del vivere. Come si convince un essere umano a vivere in nove metri quadrati? “Semplicemente, non bisogna convincerlo. Sarebbe un errore affidare un piccolo spazio  a chi richiede un tradizionale alloggio sociale. La tiny house deve essere una scelta della persona, perché richiede l’adesione a principi minimalisti (pochi oggetti, poco consumo d’acqua, limitazione nelle attività…). Chi è claustrofobico o alto più di due metri vive lo spazio in maniera totalmente diversa, per esempio, da me. Il progetto deve tendere alla customizzazione, ovvero a una tiny house su misura come un abito da sartoria. Qui nasce la sfida che può portare alla creazione di un prodotto industriale standardizzato, indispensabile per abbassare i costi di realizzazione oggi molto alti. Proprio questo è il mio obiettivo per il futuro, e passa da test-living aperti al pubblico che mi aiutino a capire come diversi soggetti vivono lo spazio e la sua funzionalità, per far evolvere il progetto della tiny house fino a un modello standardizzabile. Non a caso l’istituzione che ha ospitato il campus della Tinyhouse University era il Bauhaus, che fa dell’industrializzazione un punto fondamentale del suo programma”.

Non è un modello che può essere imposto, anzi: soltanto chi è predisposto a questa sfida può vivere in una casa minima. La nuova frontiera è costruire tiny house customizzate a seconda delle esigenze di chi le abita

Oltre la provocazione

Tra approccio culturale, design e industria, appare sempre più chiaro come la tiny house non sia allora soltanto una provocazione, semmai un paradigma, un orizzonte e un pungolo che può spingerci a rivedere i nostri standard abitativi. Una lezione, da cui l’uomo contemporaneo può prendere spunto concretamente, e che aspetta soltanto di essere esplorata e tradotta in nuovi modelli.