Volée di Odo Fioravanti, la lampada che abbiamo imparato ad amare senza toccarla - CTD
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Mario Alessiani

21 Febbraio 2021

L’intelligenza del design #6: Volée di Odo Fioravanti per Fontana Arte, la lampada che abbiamo imparato ad amare senza toccarla

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Il pezzo che reinventa un classico come la lampada a braccio snodabile, da accendere semplicemente avvicinando la mano

Se non è intelligente, non è un oggetto di design. Sembra scontato, eppure esistono manufatti che, a parità di bellezza e funzionalità, risultano più intelligenti di altri. Sono quelli con certe caratteristiche che accendono una luce in chi li usa, perché risolvono una piccola frustrazione quotidiana, per esempio. O perché aggiungono un tassello alla storia di un prodotto. Alcune volte l’oggetto di design intelligente è l’uovo di Colombo a cui nessuno aveva pensato prima. Altre, un modo nuovo di dar vita all’ennesima variante di qualcosa che l’industria continua a replicare all’infinito. Al design intelligente dedichiamo una serie di pezzi, uno per ogni oggetto che, secondo noi, lo rende diverso da quello dello stesso tipo che lo ha preceduto. Il sesto articolo della serie è dedicato a Volée, lampada di Odo Fioravanti per Fontana Arte. 

Iniziamo così:

Niente di più affascinante che vedere una cosa funzionare senza toccarla.

Pensate che quando Léon Theremin all’inizio del Novecento presentò a Parigi lo strumento che porta il suo nome e che vedete suonare nel video, causò trambusti per la grande quantità di persone accorse a vederlo.

Euroluce 2015, ho ancora bene in mente lo stand di Fontana Arte, avevo 26 anni. L’art direction era nelle mani di Giorgio Biscaro che aveva invitato a progettare una serie di nomi importanti del design italiano come Giulio Iacchetti e Marcello Ziliani, mettendosi lui stesso all’opera.

Le collezioni erano raccontate in grandi scatole che mostravano i prodotti in una cornice colorata. Ricordo chiaramente quando mi fermai davanti alla Volée di Odo Fioravanti.

Resto sempre affascinato dalle lampade da scrivania con braccio snodabile. Sono eroticamente attratto dalla loro complessità celata e non credo sia un caso che da piccolo giocassi con la  Tizio di mio padre, probabilmente il motivo per cui oggi faccio il designer.

Quando poi ho capito che la lampada disegnata da Odo si accendeva senza toccarla, mi sono sentito subito come un parigino di inizio Novecento davanti a un theremin.

Basta un gesto, una volée appunto, e la lampada si accende.

Creare il match tra un prodotto funzionale/funzionante e una nuova gestualità non è per niente banale. Ed è il punto che salta fuori subito, parlando con Fioravanti.

Dopo un paio di battute sulle mie origini abruzzesi e Lou X, si parte a bomba sulla tecnica con cui è stata fatta la lampada: “Siam partiti con l’idea di realizzarla munita di accensione capacitiva sulla testa. Poi Giorgio ha trovato dal fornitore un componente che, grazie a una micro-fotocellula, riusciva ad accendere la luce senza toccarla, bastava passargli vicino. È stato un progetto molto complesso, frutto di un duro lavoro di squadra. Avevamo da progettare cilindri, incastri, fili e nel frattempo dovevo gestire la forma. Per esempio avevo deciso che calotta e base dovevano nascere da una porzione di sfera. Le stecche non sono in realtà cilindriche come si potrebbe intuire da lontano, ma sfaccettate, per fare in modo che la luce ci cadesse sopra e ne rivelasse la forma”.

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Accuratezze formali che danno gran valore all’oggetto. Ogni millimetro è una scoperta, dai cambi di sezione agli incastri tra i pezzi. Incredibile la naturalezza con cui le stecche si trasformano in snodi.

Ricorda Fioravanti: è stato un progetto molto complesso, frutto di un duro lavoro di squadra. Avevamo da progettare cilindri, incastri, fili e nel frattempo dovevo gestire la forma.

Durante la nostra conversazione ci troviamo spesso a parlare del brief molto rigido che ha dato i suoi frutti, anche grazie a scambi di natura tennistica (concedetemelo visto il nome stesso della lampada) tra art director, designer e ingegneri.

Il nome dell’ingegner Scalfi e di Biscaro vengono fuori talmente tante volte durante la chiacchierata, che alla fine decido di chiamare Giorgio su suggerimento di Odo:

“Ho scritto il brief della lampada pensando proprio a Odo, volevo metterlo alla prova. Lui ha un passato ingegneristico ed è predisposto ad affrontare sfide di questo genere. Ci siamo conosciuti ai tempi in cui stavo da Foscarini e sapevo che la flessibilità con cui riesce ad adattarsi ai problemi strutturali è notevole. Pensa che a uno dei nostri primi incontri si è presentato con una dozzina di prototipi che erano a metà tra l’ingegneria e la biomeccanica. Volevo che lo studio della relazione uomo-oggetto fosse la stella polare della mia direzione artistica e questo progetto è un esempio calzante della mia volontà”.

Giorgio Biscaro aveva fatto della relazione uomo-oggetto la stella polare della sua direzione artistica. “Scrissi il brief della lampada pensando proprio a Odo, volevo metterlo alla prova. Lui ha un passato ingegneristico ed è predisposto ad affrontare sfide di questo genere”

Biscaro mi dice che il progetto è durato circa quattordici mesi, punteggiati di sfide. L’ambizione era di creare una lampada che potesse competere con una Tolomeo per funzionalità, design e durevolezza. Una lampada come questa richiede un processo paziente e virtuoso, di quelli che si vedono poco con l’estemporaneità degli ultimi anni. Volée ha talmente tanti componenti e volumi da metter insieme che tutto si regge su un sottile equilibrio.

In una partita di tennis un’ottima volée può segnare il punto decisivo, ma quanti anni di allenamento ci vogliono per rendere quel colpo così efficace? Un giocatore per essere forte ha bisogno di un ottimo coach e del team giusto. La lampada di Fioravanti è così, un colpo magistrale di un gran designer con un team formidabile dietro.

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