Che cosa resterà di milioni di webinae e videocall. I nostri avatar, per esempio - CTD
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Paolo Casicci

12 Maggio 2020

Che cosa resterà di milioni di webinar e videocall? I nostri avatar, sicuramente

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Intervista ad Alessandro Mininno: le videocall sono esplose. Ecco perché siamo destinati a non essere più noi stessi. Anzi, non lo siamo già più

Migliaia di webinar al giorno, videocall e riunioni di lavoro. Aperitivi e interviste in streaming. La quarantena ha fatto esplodere i contenuti digitali, ma che cosa resterà di questa sbornia? Ne abbiamo parlato con Alessandro Mininno, figura di spicco del digital marketing, cofondatore di Gummy Industries e Talent Garden. Che per il festival Bottom Up s’è divertito di recente (in videochat, ovviamente) ad associare a ogni piattaforma un utente tipo. Della serie, dimmi quale piattaforma usi e ti dirò chi sei. Un giochino serissimo che Alessandro ripete qui. Insieme ad altri pensieri sul futuro del lavoro.

Come è cambiato il tuo lavoro, in questi giorni? 

Il contenuto del mio lavoro è cambiato poco: sono fortunato, il mio lavoro si può fare benissimo anche a distanza. È solo un po’ peggiorata la qualità delle relazioni. Stare con le persone, andare a pranzo, cazzeggiare sono parti molto importanti della mia giornata e mi mancano un po’. All’inizio del lockdown, i miei soci e io eravamo un po’ preoccupati ma Gummy ha retto. Tutto il team è stato incredibile: adulto, responsabile, affiatato nonostante la situazione insolita. Man mano abbiamo capito che ci sono dei vantaggi nel lavorare a distanza. Il più banale: fino a ieri passavo la giornata in auto o in treno, ora di colpo non cen’è più bisogno, nè per me nè per i clienti. Tendiamo tutti a lavorare di più e in modo più efficiente. Dobbiamo solo stare attenti a non lavorare troppo.

Nella videochat con i curatori del festival Bottom Up, Stefano Mirti e Maurizio Cilli, era divertente sentirti associare a ciascuna piattaforma per videocall un tipo umano/profilo aziendale. Ti va di ripetere qui? 

Se la nostra vita si smaterializza, i software che scegliamo in qualche modo ci definiscono. E così ho iniziato a pensare che se un amico mi aggiunge a una videocall su WhatsApp probabilmente è anziano, mentre se è giovane e hipster magari usa Whereby. Google Meet è nazional popolare (lo usano tutti), mentre Zoom fino a prima dell’epidemia era per i nerd, oggi è per le mamme che fanno yoga a distanza (e sperano magari che un uomo nudo indovini il link della call e si intrometta, come è successo a qualcuno). Poi ci sono le mamme pentastellate, ossessionate dalla privacy, che usano marchingegni assurdi come Jetsi. E poi c’è Skype, che è solo per la peggiore geriatria, gli spammer e quelli che ti passano i malware. Se uno ti invita a parlare su Teams, stai sicuro che fa parte di una grande azienda burocratica e ha imparato solo oggi a fare le videocall. Il meglio sono gli amici che ti invitano a fare gli aperitivi su Webex, la piattaforma per i consulenti raffinati: lì c’è di sicuro dello champagne.

WhatsApp è per anziani, Whereby per giovani e hipster. Google Meet è nazional popolare, Zoom per le mamme che fanno yoga a distanza. Skype è solo per la peggiore geriatria. Se uno ti invita su Teams, fa parte di una grande azienda burocratica e ha imparato solo oggi a fare le videocall. Il meglio sono gli amici che ti invitano a fare gli aperitivi su Webex: lì c’è di sicuro dello champagne.

Certe volte ho la sensazione che dirette, webinar etc… servano più a chi li organizza che a chi è inviato a parlare o al pubblico. Secondo te? 

Ci sono più contenuti online di quanti se ne possano umanamente guardare. Noi siamo colpevoli, perchè abbiamo contribuito a produrne (guarda sulla pagina Facebook di gummy, ce ne sono un bel po’). Quello che fa la differenza è la qualità. Sono poche le iniziative che si distinguono. Credo ancora che, se fai qualcosa di diverso, di particolare, di rilevante, il pubblico lo saprà cogliere. La spazzatura digitale rimarrà, appunto, spazzatura.

Come funziona il telecomando sul web? Spegnere il pc perché un contenuto annoia è più frustrante che cambiare canale? Ovvero: dal web ci attendiamo di base contenuti più interessanti che su piattaforme tradizionali? (Come se anche il web non fosse tradizionale pure lui, ma vabbè).

Ormai seguiamo un flusso di contenuti continuo dallo smartphone, che non è mai spento, all’iPad, alla smart tv. Abbiamo il terrore di esserci persi qualcosa mentre eravamo, per un minuto, lontani dal cell (gli americani la chiamano FOMO, fear of missing out). I contenuti online hanno spesso una qualità spaziale, non perchè la qualità sia oggettiva, ma perchè sono profilati sui gusti di un singolo utente. A me per esempio piacciono i video sul cibo. Se cerco, in cinque minuti, trovo un documentario pazzesco sul riso selvatico su Vimeo, una psicologa che ti spiega come prenderti cura del tuo wok su YouTube, uno speciale su come fare i macarons con la farina di grillo (sì, quello di Pinocchio) e un’intervista a un pasticciere che paragona il suo lavoro al jazz. Internet è il paradiso dei maniaci. Ho provato a guardare la televisione, ma è impossibile che il palinsesto vada bene per me: le trasmissioni televisive mi sembrano tarate sui gusti di un ottantenne. Forse è davvero così.

Che cosa resterà di migliaia di dirette, tra quelle a uso interno (meeting d’ufficio) e quelle pubbliche? Scemeranno via via o diventeranno uno strumento come altri, magari più diffuso di prima? 

Siamo in un momento in cui il tempo è dilatato, abbiamo molto tempo per produrre, per guardare, per intervistare e farci intervistare. Sai cosa succede alle dirette? Vengono salvate e le persone continuano a trovarle su internet, se cercano. Continuano a guardarle. Vivono per sempre. Ti faccio un esempio: due anni fa ho registrato una diretta sul copyright, ancora oggi il numero di visualizzazioni sale. Stiamo riempiendo il mondo di contenuti, ma per ora lo spazio sembra infinito: quindi ci porremo il problema un’altra volta.

I contenuti online hanno spesso una qualità spaziale, non perché la qualità sia oggettiva, ma perché sono profilati sui gusti di un singolo utente. A me per esempio piacciono i video sul cibo. Se cerco, in cinque minuti, trovo un documentario pazzesco sul riso selvatico su Vimeo, una psicologa che ti spiega come prenderti cura del tuo wok su YouTube, uno speciale su come fare i macarons con la farina di grillo. Internet è il paradiso dei maniaci. Ho provato a guardare la televisione, ma mi sembra tarate sui gusti di un ottantenne.

Ho trovato interessante, sempre nella videochat a Bottom Up, il discorso sul riconoscimento facciale, le tue gote ritoccate senza che nessuno se ne accorgesse. Lo streaming ci farà diventare avatar di noi stessi? 

È già così da un bel pezzo. Il filtro beautify che mi rende più bello durante le call è solo l’ultima evoluzione. La nostra identità digitale è sempre stata dissociata da quella reale, fin dal momento in cui abbiamo aperto il nostro primo indirizzo email, “ciccionamento54@aol.com”, negli anni Novanta. Poi l’identità digitale ha iniziato a confluire con l’identità reale con l’arrivo di Facebook e Linkedin: su queste piattaforme c’è una maggiore vicinanza tra le due identità. Se vogliamo, possiamo impegnarci per alterare la nostra identità reale (dimagrendo, ingrassando, tingendoci i capelli o vestendoci in un certo modo). Allo stesso modo possiamo distorcere la nostra identità online e modellarla come vogliamo: le persone ci giudicheranno in base a quello che vedono. Le persone che mi seguono su instagram pensano che io sia un graphic designer.  Scegliendo cosa postare, dove e in che modo, selezionando l’immagine del mio profilo su Facebook o su Linkedin, costruisco un’immagine di me che non necessariamente è identica a quella offline. L’ultimo passaggio (e la quarantena ha accelerato questo processo) è la perdita di importanza dell’identità fisica a discapito di quella online. Ormai siamo principalmente un avatar, un’immagine in una videocall, un selfie filtrato da instagram. Il numero di tutorial su come “apparire al meglio durante una videocall” non fa che proliferare e solo il 65% delle persone si accorge che una fotografia è stata elaborata con un filtro“Snapchat dysmorphia” è il nome della tendenza per cui i giovani si fanno operare dal chirurgo plastico per assomigliare ai propri selfie, “filtrati” da snapchat. Il termine è stato coniato dal chirurgo inglese Tijion Esho: i pazienti una volta gli portavano fotografie delle celebrity a cui volevano assomigliare, ora gli portano fotografie di se stessi.

Abbiamo smesso di essere noi stessi quando abbiamo aperto la prima email. L’ultimo passaggio è la perdita di importanza dell’identità fisica a discapito di quella online. Ormai siamo principalmente un avatar, un’immagine in una videocall, un selfie filtrato da Instagram.

In un pezzo della newsletter 1843 dell’Economista, l’architetto Thomas Heatherwick sostiene che la progettazione di uffici è storicamente pigra e che davvero d’ora in poi dovremo trovare delle ragioni per far andare la gente al lavoro anziché farla restare a casa. E l’autrice scrive che come “un papà in discoteca” ogni tanto gli uffici si rifanno il trucco aggiungendo sale gioco, spazi per bimbi… Sono accorgimenti sensati, oppure maquillage che ritardano il giorno in cui davvero l’ufficio non esisterà più? 

Dovendo passare molto tempo in ufficio, abbiamo fatto in modo che fosse un posto piacevole. Nel nostro ufficio ci sono videogame, caffè gratis, materassoni. Di colpo l’ufficio è diventato meno utile: oggi ci troviamo a riflettere su quale possa essere la sua evoluzione. Resta il fatto che, se in un posto ci passiamo tanto tempo, dobbiamo cercare di renderlo umano. Ora che passiamo tanto tempo a lavorare online cerchiamo di scegliere dei software che rendano la nostra vita digitale più facile e più piacevole. Per esempio in questi anni abbiamo scelto di lavorare con una wiki aziendale, che raccoglie tutta la conoscenza implicita ed esplicita collegata ai progetti di Gummy: in questo modo, qualunque nuovo arrivato può accedere a tutto quello che abbiamo fatto negli anni, così non deve re-inventare la ruota. Ma il discorso vale per tutte le piattaforme. Stiamo cercando di non sprecare tempo e di divertirci mentre lavoriamo: per arrivare a questo scopo, tutti ciò che ci agevola, offline e online, è un buon investimento.