Antonio Pavolini: perché non sarà un giornale, il giornale di domani - CTD
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Paolo Casicci

15 Novembre 2021

Antonio Pavolini: perché non sarà un giornale, il giornale di domani

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Dove trovare l’informazione fuori dal sistema dei media italiani in crisi. Intervista all’autore di Unframing 

Deve essere successo qualcosa di irreparabile tra il sistema italiano dei media e il suo pubblico, se a un certo punto esce un saggio lucidissimo come Unframing dove l’autore, Antonio Pavolini, spiega come possiamo difenderci “da chi (i media) può stabilire cosa è rilevante per noi”.

Le accuse alla stampa di parzialità e malafede sono antiche quanto la stampa stessa. Nel suo libro, Pavolini – tra i primi blogger e podcaster italiani, esperto di media tradizionali e digitali – mette in guardia da qualcosa di ancora più pericoloso: se è vero che i giornali spingono le persone non a che cosa, ma intorno a cosa pensare, vuol dire che più rischioso del contenuto è la cornice (framing) costruita dai media intorno alle notizie, perché sarà dentro a quella cornice deformante che il pubblico continuerà a leggere di volta in volta tutti gli altri fatti. 

Per l’autore, è un caso perfetto di framing il modo in cui tutta la stampa, due anni fa, ha seguito Matteo Salvini, allora ministro degli Interni, occupare il palcoscenico per la sua guerra personale a Carola Rackete. È framing il modo in cui i quotidiani hanno coperto la morte delle giovani Camilla e Gaia, travolte di notte da un’auto lanciata su un viadotto di Roma, e continuato a farlo anche quando non c’erano più notizie da dare ma soltanto dettagli macabri o morbosi. È framing il caso del Giornale che, nel pieno della pandemia, decide che è una notizia e un titolo il ricovero allo Spallanzani di “quattro rom”.

Unframing di Antonio Pavolini. Ledizioni, novembre 2020.

Perché il framing è più rischioso della parzialità o della malafede della stampa?

“Provo a spiegarlo con un esempio: conosco persone che, pur essendo berlusconiane della prima ora, inorridiscono al pensiero di ritrovarsi Silvio Berlusconi presidente della Repubblica. Questo succede perché, pur con tutti i suoi difetti, il sistema italiano dei media permetteva ancora qualche anno fa di farsi un’opinione libera. Più racconti parziali di fonti diverse non impedivano di ricostruire un quadro. Oggi è sempre più difficile formarsi un’opinione, per esempio, su Mario Draghi, magari sommando tutte le possibili visioni parziali, perché tutte le fonti hanno scelto di giocare una partita diversa da quella dell’informazione. Anche il Fatto Quotidiano, che potrebbe essere il giornale più interessato a smontare la figura del Presidente del consiglio, ha deciso di operare in quel mercato in cui ci si contende l’attenzione del lettore a colpi di clic e non di informazioni. Sono stato tra i pochi fortunati a partecipare, mesi fa, all’incontro pubblico in cui il neodirettore di Repubblica Maurizio Molinari parlava di una nuova missione: trasformare il quotidiano in qualcosa di simile a una casa di produzione cinematografica. Se dichiari questo, teorizzi implicitamente un cambio di mestiere, lo sbilanciamento decisivo sul fronte dell’infotainment, e quindi condanni il giornalismo all’irrilevanza”.

Carola Rackete, la comandante della Sea Watch bersaglio dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini nell’estate 2019

Da dove arriva questo cambio di mestiere?

“È il tentativo di uscire dalla crisi con una strategia sbagliata. I giornali italiani hanno scelto di iscriversi al campionato del presidio dell’attenzione. Un campionato dove la sconfitta è inevitabile, perché sono altri i soggetti destinati a vincere, e in particolare le grandi piattaforme di social networking. Il risultato di questa sfida è che i media continuano a fare scelte sempre più spregiudicate, spesso in contraddizione con la loro storia e la loro natura. Non riesco a spiegarmi in altro modo, per esempio, il debutto di Luca Ricolfi su Repubblica, che mi ricorda, in tutt’altro contesto, quando la Rai berlusconiana decise di sfidare Publitalia nel mercato della raccolta pubblicitaria, ben sapendo che era una sfida destinata a perdere. Il guaio è che per continuare a giocare nel campionato sbagliato, i giornali perdono anche bravi professionisti, lasciando al loro posto i fedelissimi o gli impauriti”. 

Fino a qualche anno fa, nonostante i suoi limiti, il sistema italiano dei media non impediva di farsi un’opinione libera in mezzo a tanti racconti di parte. Oggi alla parzialità dei giornali si è aggiunta la ricerca dell’attenzione del pubblico che porta la stampa su un terreno diverso, estraneo a quello dell’informazione

Fino a qualche anno fa si pensava al paywall come a un rimedio per tirare su gli utili. Adesso che è stato introdotto, non è cambiato granché.

“Infatti il risultato è diverso da quello che speravano gli editori. La parte gratuita del sito di un quotidiano dovrebbe essere una promessa della qualità che uno ritroverà pagando, come succede per esempio sul New York Times, dove i dieci articoli concessi gratuitamente ogni mese sono scritti così bene da spingermi ad abbonarmi per poter superare questo limite. Invece in Italia si pretende di convincere le persone a pagare i contenuti buoni attraverso la pessima qualità di tutto ciò che  rimane gratuito. In realtà, l’aspetto cruciale su cui i quotidiani stanno perdendo la guerra è la loro stessa natura, che oggi non può essere più quella di una volta”.

Infografica dal profilo twitter NYTGraphics del New York Times

Ovvero? 

“Una volta i giornali nascevano per rendere al pubblico anche una serie di servizi essenziali oltre che per fornire informazione in senso stretto: il meteo, la viabilità, i cinema… Non ha senso pensare che uno oggi apra il sito di un quotidiano, e non una delle tante app di meteo, per sapere se deve mettere il cappotto o l’impermeabile. Lo stesso discorso vale per tutti quei generi di informazioni che i nativi digitali trovano di default altrove. Il modello di quotidiano che pretende di saturare tutte le necessità del lettore è perdente in partenza”.

Performing Media! Agire, non subire, il flusso mediale. Il walkabout di Carlo Infante lo scorso settembre a Roma

Nel libro spieghi quanto, nella stampa italiana, gli informatori stiano cedendo il passo ai narratori. E come anche questa sia una autocondanna. Perché? 

“La storia recente della nostra informazione è fatta di ‘spettacoli narrativi’ dove i protagonisti sono persone come Marco Damilano, Roberto Saviano, Alessandro Baricco e, più indietro nel tempo, Michele Santoro, storyteller affermati che girano l’Italia in tour, televisivi e non. Ne abbiamo bisogno? Sì, perché quei tour sono fatti bene. Ma quei tour sono anche l’alternativa pop all’indagine giornalistica non più remunerativa? Su questo ho qualche dubbio, e comunque resta forte il timore che, sostituendosi al giornalismo, lo rendano non più necessario. Esattamente come quando Santoro introdusse ad Anno Zero le docu-fiction, che erano la dichiarazione implicita di resa del modello informativo classico. A un altro livello, è quello che succede a Propaganda Live, dove l’ironia diventa lo strumento per veicolare una linea editorale, quando non addirittura un vero e proprio messaggio politico. Anche se, certo, Propaganda non è un programma dichiaratamente informativo”. 

I narratori hanno preso il posto di chi informa. Damilano, Saviano e, prima di loro, Santoro, sono storyteller che girano l’Italia in tour. I loro show sono fatti benissimo, ma rischiano di rendere irrilevante il giornalismo come lo conosciamo da sempre

Che cosa vuol dire avere a cuore l’insostituibilità del giornalismo? 

“Vuol dire chiedersi se davvero abbiamo bisogno di narratori in grado di lavorare sulle nostre leve emotive, o se, invece, di professionisti che ci informino dandoci strumenti per ragionare con la nostra testa. Lo dico con il linguaggio di Internet come era una volta: occorre più search e meno discovery, percorsi liberi e non guidati. La crescita dei narratori e non degli informatori deriva dalle stesse cause che non fanno decollare, almeno da noi, il data journalism, ridotto, a differenza che all’estero, a qualche infografica di contorno per suffragare la tesi dell’articolo accanto. Basti vedere come i dati sono stati usati durante la pandemia: spesso la vera notizia è che su un fenomeno non ci sono dati, per questo bisogna essere prudenti. Ma la prudenza non si sposa con il nostro giornalismo”. 

Non servono narratori che lavorino sulle nostre leve emotive, ma professionisti in grado di darci gli strumenti per ragionare con la nostra testa. Se vogliamo dirlo con il lessico della rete, serve più “search” e meno “discovery”

Eppure, anche in mezzo alla crisi più dura, c’è chi rischia con un nuovo settimanale di carta. Che cosa pensi de l’Essenziale?

“Che è un buon prodotto fatto da persone che stimo, ma attenzione a nutrire aspettative troppo alte. L’Essenziale è frutto di quella filiera identitaria in cui si riconosce un pubblico particolare, quasi una comfort zone. Può diventare una scialuppa di salvataggio se la riva è a cento metri, ma quando il naufragio è in pieno oceano non è un settimanale ben fatto che può salvarti. Mi chiedo, invece, come sarebbe stato provare a uscire con un quotidiano in grado di spandere il principio attivo dell’approccio culturale, per esempio, di Robinson di Repubblica lungo tutta la settimana”.

Antonio Pavolini

La crisi dei giornali è anche la crisi dell’impresa editoriale. Che cosa resta da fare, attendere che arrivi un editore illuminato che ci riporti al giornalismo di una volta?

“No. Dobbiamo, semmai, imparare a mettere insieme e a usare una serie di strumenti che abbiamo già. Dobbiamo fare lo sforzo di guardare, più che ai giornali in sé, agli spazi e ai prodotti dove resiste lo spirito del giornalismo. Perché mi sembra chiaro che non sarà un giornale, il giornale di domani. Quegli spazi possono anche essere pezzi di quotidiani, podcast, blog, newsletter. O ancora aggregatori come Flipboard con cui comporre la propria mazzetta digitale come una volta componevamo quella di carta in edicola. Peraltro, possedere la tessera di una biblioteca civica permette, attraverso la app PressReader, di sfogliare gratis e legalmente alcuni prestigiosi giornali internazionali (e nazionali). Dobbiamo imparare a muoverci nella rete come se fossimo in libreria o in biblioteca, gli unici posti dove continuiamo a decidere da soli quale strada prendere a ogni bivio. Esistono, poi, esperienze di pratiche collaborative in rete che producono mappature attendibili della realtà, senza alcun framing eterodiretto. Ancora, dovremmo seguire autori verticali e iperspecializzati su singole questioni e argomenti, nel libro ne cito diversi. E imparare a consultare gli archivi e le fonti dirette: perché non guardare sul canale del governo la conferenza stampa del presidente del Consiglio anziché affidarsi al framing di un quotidiano? Può sembrare uno sforzo enorme, ma resta la cosa migliore da fare. Dobbiamo solo iniziare a volerlo”.  

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