Collega architetto, tutto a posto con l'autostima? CTD
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Vincenzo Bernardi

22 Ottobre 2021

Collega architetto, tutto a posto con l’autostima?

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La dimenticanza del governo sul Pnrr è soltanto l’ennesima spia dello scarso valore che il pubblico associa all’architettura

L’ultimo episodio è la gaffe del governo che in un documento ufficiale s’era dimenticato di inserire gli architetti tra i professionisti incaricati per la gestione del Pnrr, citando, in quello stesso elenco, ingegneri e geometri. Proprio così: c’erano i geometri e non c’erano gli architetti. 

Più complicata della relazione tra noi architetti e la politica, c’è solo la relazione tra noi architetti e il resto del mondo. 

Provo a buttarla lì: e se ci fosse, al fondo di tutto, un problema di autostima? Se gaffe e dimenticanze avessero campo libero perché i loro autori sanno di non trovare, dall’altra parte, una categoria coriacea e reattiva? Obiezione: subito dopo che il documento del governo aveva preso a girare sul web, il presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti ha scritto una lettera ai ministri Brunetta e Gelmini, venendo rassicurato. Ma con la risposta del Dipartimento della Funzione Pubblica, la pezza è stata peggiore del buco: la nota era rivolta genericamente alle categorie professionali che avevano espresso timori e non al Cna che aveva sollevato la questione. Nel documento, il Dipartimento chiarisce che tutti i professionisti, sia quelli legati agli Ordini professionali, sia quelli delle categorie cosiddette ”non ordinistiche”, saranno coinvolti nella realizzazione dei progetti del PNRR. È come se, colpito qualcuno alla testa, l’aggressore sentisse il dovere di chiedere scusa all’Associazione colpiti alla testa senza citare chi ancora è al pronto soccorso.

Tutte le volte che un ministero, un ente o qualsiasi altra istituzione si dimentica degli architetti, parte come un riflesso condizionato il refrain: “Ma cosa abbiamo fatto di male?”. Probabilmente, nulla. Noi architetti non facciamo mai nulla di male. E infatti la domanda sensata è forse un’altra: che cosa non facciamo, perché questi episodi smettano di ripetersi?  

La vicenda Pnrr, come altre passate, fa risaltare la scarsa percezione pubblica del ruolo degli architetti, del loro valore e della loro capacità di incidere là dove serve: sulla qualità delle nostre città, dell’abitare, in definitiva della nostra vita. Ben altre e più decise dichiarazioni sul Pnrr avrebbero dovuto essere prese al momento stesso della sua redazione, quando sarebbe stato opportuno proporsi come categoria capace di elaborare visioni strategiche di ampio respiro, a partire dai temi centrali per la professione come quelli urbanistici. Temi sui quali il Pnrr sembra peraltro sorvolare, concentrato com’è sulla digitalizzazione e sulla transizione ecologica intese principalmente come riduzione degli inquinanti ed efficientamento energetico degli edifici. 

Ma mentre da un lato scriviamo note indignate per rivendicare il posto che ci spetta, dall’altro affoghiamo nel solito mare di contraddizioni che ci riguardano. In un momento in cui stiamo sempre più prendendo coscienza che il futuro dell’architetto passa attraverso l’importanza della sua formazione culturale (ci dice qualcosa il bellissimo libro di Marco Biraghi L’architetto come intelletuale?), stiamo finendo per snaturarci inseguendo burocrazie che nella totalità dei casi riguardano aspetti quantitativi e mai qualitativi della professione. Basta entrare nel portale della formazione continua obbligatoria e contare quanti corsi o seminari puntino su questioni davvero cruciali per la professione (il 10 per cento, più o meno) e quanti, invece, su aspetti tecnici (la stragrande maggioranza).

Tutte le volte che un ministero, un ente o qualsiasi altra istituzione si dimentica degli architetti, parte come un riflesso condizionato il refrain: “Ma cosa abbiamo fatto di male?”. Probabilmente, nulla. Noi architetti non facciamo mai nulla di male. E infatti la domanda sensata è forse un’altra: che cosa non facciamo, perché questi episodi smettano di ripetersi?

Un’altra considerazione riguarda poi il sentirsi effettivamente una categoria, un gruppo, una lobby nel senso positivo del termine, dal momento che, quando c’è da dimostrarlo siamo i primi a latitare, come testimonia l’altissima astensione al voto per il Consiglio dell’Ordine di Roma, dove, nonostante la votazione avvenisse comodamente online, ci sono volute due sessioni per eleggere i rappresentanti. E questo negli stessi giorni in cui una libera associazione come ADI faceva sentire il peso e il valore della sua storia sottoponendo ai candidati sindaco in tutta Italia un Manifesto che richiedeva l’impegno per le giunte a mettere al centro della politica i professionisti del progetto. Sempre per alzare l’autostima, potremmo aggiungere che in questi giorni si svolge ad Eindhoven la nuova edizione di una delle più interessanti design week al mondo. E che, tra gli ambasciatori della rassegna, c’è il Rijksbouwmesster, ovvero l’Architetto Capo del governo, una figura che ha il potere quanto meno di indirizzare la politica su scelte strategiche a livello urbanistico e edilizio. Mentre a noi tocca sperare che alla Funzione pubblica assumano qualche correttore di bozze.  

Nella foto in alto, Le Corbusier

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