Corde Architetti, dai capannoni allo shed del Nord Est - CTD
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Antonia Marmo

6 Dicembre 2021

Architettura e provincia #7, Corde Architetti Associati da Sacile

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Dai capannoni di Porto Marghera alla comunità a shed di Sacile, tra le promesse mancate e non del Nord Est

Che cosa vuol dire fare architettura in Italia a livello internazionale lavorando lontano dalle grandi città? Quali fermenti agitano gli studi più attivi distanti dai centri su cui generalmente sono puntati i riflettori? Abbiamo intrapreso un viaggio tra questi studi e professionisti, a ciascuno dei quali abbiamo chiesto di spedire una cartolina dalla propria terra. Per la settima tappa siamo a Sacile, Pordenone, e incontriamo Alessandro Santarossa, Giovanni Scirè Risichella e Elisabetta Fava di Corde Architetti Associati.

Sto raccogliendo le storie di chi progetta, osserva, si muove dalla provincia italiana, mettendo insieme un’area di ampia sperimentazione e allo stesso tempo di ritrovata identità. Con voi siamo in un Nord Est mobile, visto che vi siete trasferiti da poco da Mestre a Sacile, in provincia di Pordenone. Intanto ci raccontate questo passaggio, cosa avete lasciato, cosa avete trovato, cosa resta comunque con voi di questa ampia geografia?

Abbiamo fondato il nostro studio nel 2005 a Porto Marghera perché gli affitti erano più abbordabili che a Venezia, ma anche attratti dal fascino di questi grandi spazi dismessi che tanto ci ricordavano i docks delle città inglesi, olandesi o americane. In quegli anni via della Pila, dove avevamo lo studio, sembrava totalmente abbandonata: strade dissestate, marciapiedi rotti, spazzatura ovunque. Ma era incredibile come, all’interno di quei capannoni che sembravano abbandonati, scorresse una grande vitalità fatta di studi come il nostro, ma anche di atelier di artisti, di artigiani, di attività le più disparate. Per anni, questo contrasto ci è sembrato fertile e stupiva le persone che ci frequentavano. Poi, piano piano, forse complice l’età, ci siamo stufati di questo paesaggio di abbandono che in oltre 15 anni non è riuscito a trovare la chiave per reinventarsi. Negli anni abbiamo provato a dar vita a una comunità di creativi, sia attraverso manifestazioni anche di successo, sia attraverso l’idea di creare un consorzio, ma né il pubblico né il privato ci hanno mai supportato. Abbiamo così deciso di costruirla noi questa comunità e, nel 2019, si è creata l’opportunità di acquisire da un fallimento un bel capannone degli anni 70 che aveva molte delle caratteristiche che stavamo cercando: grande ma non enorme, a shed come le fabbriche che disegnano i bambini, a due passi dalla stazione – essendo tutti noi soci e collaboratori pendolari da sempre – e con un grande spazio esterno, cosa che ci è sempre mancata a Marghera, dove invece eravamo circondati dall’asfalto. Sacile è una bella cittadina di origine medioevale, equidistante da Marghera per quasi tutto lo studio, per cui il salto è stato ben ponderato: è certamente più periferica di Venezia, ma in 15 anni i lavori fatti nel Veneziano si contano su una mano, per cui il passaggio non ci spaventa. 

Marmeria, nuovi uffici di Corde a Sacile (Pordenone)

Molto del vostro lavoro si concentra sul recupero di aree ed edifici dismessi, che in questo vostro territorio hanno caratteristiche e dimensioni peculiari, lo hanno disegnato in passato e possono disegnarlo nel presente e nel futuro. La vostra nuova sede, in una vecchia fabbrica di marmi, ne è un esempio. Come si progetta oggi a partire da questo dato, con quali nuove visioni e funzioni? Portateci in qualche vostro lavoro per capire meglio quale sia il vostro approccio.

Il nostro nuovo studio si trova all’interno di una ex-marmeria, e raccoglie in sé molte delle idee che in questi anni abbiamo maturato, ma solo in parte siamo riusciti a realizzare. Con la Marmeria abbiamo costruito un sogno, che però è anche un preciso modo di vedere l’architettura. La prima idea è spaziale: utilizzare un capannone esistente come contenitore sotto il quale inserire dei volumi per dare forma a un’articolata composizione. Lo spazio che si genera tra il contenitore e il contenuto è un luogo particolare, un esterno/interno fatto di diverse densità, proporzioni e materiali. È un ambiente che si ispira alla spazialità dei borghi medievali, fluido, accogliente, ricco di scorci e di anfratti. La seconda idea è ambientale e deriva dalla prima: riutilizzare il patrimonio esistente. Il vecchio capannone è un ombrello che libera i nuovi volumi dalla preoccupazione della pioggia e del carico neve, permettendo così una generale economia di costruzione. I nuovi volumi non hanno bisogno di fondazioni, si appoggiano sul pavimento esistente, sul quale scorrono anche gli impianti: più che un’architettura fondata, si può parlare di architettura “appoggiata”, costruita per montaggio a secco che, in quanto tale, può essere modificata o eliminata con facilità. In un futuro prossimo, pensare di riportare il capannone esistente alla sua iniziale funzionalità è uno scenario perseguibile solo attraverso l’azione dello smontaggio. La terza idea tocca la sfera del lavoro: questa insolita spazialità fatta di uffici che si affacciano sia verso l’esterno che verso un interno/esterno protetto dalle intemperie, una sorta di grande e sinuoso cortile dove ritrovarsi, modifica il modo in cui si lavora. Gli uffici sono dimensionati per lo stretto necessario alle attività operative, tutto il resto si trova al di fuori: sale riunioni, cucina, sala pranzo, il sistema dei passaggi e dei cortili coperti costituiscono un grande spazio comune che stimola e facilita l’incontro, il confronto e lo scambio. La sua dimensione di spazio urbano, protetto ma a contatto con gli elementi, più vicino al portico che all’atrio, si trasferisce come attitudine anche alle persone, che lo vivono con la naturalezza con cui ci si muove non lungo un corridoio, ma per strada. In maniera spiazzante si attua la fertile compresenza di due opposte tipologie di spazi di lavoro: il modello a cubicoli e l’open space che permette la socialità. Il parco circostante amplifica le potenzialità di questa compresenza. La quarta idea è ecologica: trasformare il piazzale esterno, per oltre dieci anni utilizzato come discarica di scarti della lavorazione del marmo, in un piccolo esperimento di rinaturalizzazione, diventando l’espansione naturale degli spazi di lavoro coperti. La quinta idea è sociale: la mescolanza è la base del funzionamento del mondo naturale e la Marmeria cerca di rifarsi a questa ibridazione di funzioni, nella convinzione che sia fonte di ricchezza. Per questo motivo sarà attivato un progetto sociale, coinvolgendo persone svantaggiate nel lavoro di manutenzione del parco e dell’ettaro di vigna abbandonata. Con le declinazioni del caso, cerchiamo di portare queste idee in tutti i progetti di riconversione che stiamo seguendo. 

Marmeria, vista dall’esterno

E in questo territorio dove i luoghi, le scale e le funzioni si confondono e si fondono, c’è anche posto, ovviamente, per il nuovo, dal residenziale, agli uffici, agli edifici commerciali, al paesaggio. Quale filo rosso lega i vostri progetti con il contesto, con le storie del territorio, con le nuove economie, con i nuovi comportamenti?

Il tema del contesto porta con se l’idea di un insieme di valori da cui attingere per costruire il proprio progetto, ma è molto difficile nell’era contemporanea capire quali siano i valori a cui riferirsi: troppo spesso, soprattutto nella pratica quotidiana, questo si riduce all’equazione “antico = valori”, senza che sia poi chiaro a cosa conduca, alla mimesi, all’imitazione o, come sempre più spesso accade, al mascheramento degli edifici con il verde? I valori di costruire all’interno di un tessuto storico potrebbero apparire chiari, ma quali sono i valori di costruire in mezzo a una lottizzazione? Citi giustamente le storie del territorio, le nuove economie e i nuovi comportamenti: spesso partiamo proprio da questi per dare forma ai nostri progetti, oppure impostiamo il progetto su un’intuizione geometrica e poi lavoriamo per farla collimare con le esigenze dei clienti. La casa VRRD lavora con il primo metodo, è una composizione quasi infantile di casa che si confronta con le esigenze di una famiglia aperta odierna, mentre la casa PLS (premiata recentemente da INARCH come miglior progetto residenziale in Friuli Venezia Giulia) lavora con il secondo metodo, impostando la trave di colmo non in mezzeria ma sulla diagonale, costruendo lo spazio interno a partire da questa deformazione. L’edificio MRKT, invece, si confronta con la terrificante tipologia del centro commerciale, lo scatolone piantato in mezzo a un parcheggio che abbiamo importato dagli USA, e cerca di trovare possibili spazi di lavoro per disegnare un luogo che sia di qualità, quantomeno negli spazi esterni. 

Casa VRRD, Pordenone, foto Alessandra Bello

Casa PLS, Roveredo in Piano, foto Alessandro Ruzzier

C’è una provincia raccontata che appare e si costruisce tra le pagine di tanta della nostra letteratura. Così come anche in tanta arte figurativa, nel cinema, nella fotografia… Mi dite il nome di un vostro autore, quello che vi sembra più vicino al vostro mondo, che vi ha maggiormente ispirato, lasciandoci anche una sua frase o una sua immagine che magari vi accompagna ancora nel vostro percorso umano e professionale?

Lo scorso anno abbiamo tenuto un corso di Composizione Architettonica all’Università di Udine e siamo tornati a studiare le categorie vitruviane (Ordinamento, Disposizione, Euritmia, Simmetria, Decoro, Distribuzione) e i valori che deve avere un’architettura: firmitas, utilitas, venustas. Siamo rimasti molto colpiti nello scoprire l’attualità delle sue intuizioni, come in oltre 2000 anni tutto sia cambiato, ma le istanze a cui deve rispondere una buona architettura permangano le stesse. Descrivendo la Distribuzione, Vitruvio pone l’accento sull’importanza di non sprecare le risorse e di costruire con i materiali del luogo; sono i precetti alla base di qualunque idea di sostenibilità, più onesti e avanzati del greenwashing applicato a molti progetti attuali. 

Market a Porcia (Pordenone), foto di Alessandro Ruzzier

BDN Smartech, Villotta di Chions (Pordenone), foto di Alessandra Bello

E infine, nello spazio breve e circoscritto del retro di una cartolina, un vostro messaggio di saluto e riflessione su quello che in questo momento vi sembra più importante da progettisti e che meglio vi rappresenta. 

Scavare dentro il passato per trovare il proprio futuro: un augurio per tutti.

Alessandro Santarossa e Giovanni Scirè Risichella

Elisabetta Fava

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