Bench Collective, il design dall'oggetto alla (nuova) socialità - CTD
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Ludovica Proietti

23 Settembre 2021

Bench Collective, il design dall’oggetto alla (nuova) socialità

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Alla scoperta del collettivo interdisciplinare milanese che crede nel progetto al servizio della città e dei cittadini

Bench Collective, letteralmente il collettivo della panchina, è un gruppo di giovani designer tra i 26 e i 30 anni dai più disparati background, che proprio su una panchina del Politecnico di Milano sognavano di unirsi e lavorare insieme. Sound designer, grafici, comunicatori, studiosi del prodotto. E un approccio speculativo che vuol dire lasciare spazio a un immaginario aperto per dar vita a progetti fruibili, sociali, con l’obiettivo di portare il design il più vicino possibile alla cultura di massa. 

I designer di Bench Collective convogliano tutto il loro sapere e la loro voglia di sperimentare insieme in progetti che non si fermano al prodotto o agli interni, ma diventano veri e propri sistemi di attivazione sociale. Tra gli esempi più recenti, un anno fa a Milano, l’assistenza alla curatela di DOS2020 – Design Open Spaces, il “distretto diffuso” della Design Week da scoprire con lo smartphone attraverso Pixel Attivatori: grazie alla realtà aumentata, si poteva partecipare a eventi, osservare oggetti e spazi sia in presenza, debitamente distanziati, che comodamente da casa. L’obiettivo era portare la fruizione del design nel mondo grazie solo a un cellulare.

Come nasce Bench Collective?

Nasce nel gennaio del 2019, semplicemente dalla volontà di unire diverse competenze e di lavorare insieme. Dopo la laurea magistrale al Politecnico di Milano, come accade in realtà un po’ in tutte le università, non c’è un indirizzamento vero e proprio verso la professione del designer. Nessuno ti dice cosa fare, non esiste una formula magica. Abbiamo cominciato in sedici – un collettivo enorme – e siamo finiti in sei. Il motore iniziale è stato l’entusiasmo, la volontà di fare qualcosa insieme e di mettersi alla prova come individui. Quello che poi è pesato è stata la necessità di ognuno di valutare un po’ il percorso personale, tra necessità e tempi che diventavano sempre diversi per ognuno.

Come ha iniziato a muoversi Bench Collective nel mondo del progetto?

Tutti hanno portato all’interno la loro idea e i loro contatti. Ci siamo ritrovati, qualche mese dopo la fondazione del collettivo, a lavorare alla prima nostra istallazione per la Design Week del 2019, Post Human Design, sulle derive delle nuove idee che gravitavano attorno al nostro mondo e sulla spinta che abbiamo avuto a seguito della mostra Broken Nature a cura di Paola Antonelli in Triennale. È stato il nostro primo intervento effettivo, come gruppo.

Dopo la laurea magistrale al Politecnico di Milano, come accade in realtà un po’ in tutte le università, non c’è un indirizzamento vero e proprio verso la professione del designer. Nessuno ti dice cosa fare, non esiste una formula magica. Abbiamo cominciato in sedici – un collettivo enorme – e siamo finiti in sei.

Che cos’è stata Post Human Design?

È stata un’installazione di realtà aumentata che permetteva di intervenire nello spazio presente – al centro di Milano, in un giardino con una torre medievale, tra due edifici di Gio Ponti – tramite l’inserimento di oggetti e la spettacolarizzazione del contesto. Il tutto virtualmente. Una sfida che metteva in connessione tutte le nostre diverse capacità, e che ha rappresentato per noi anche un modo per specializzarci ulteriormente. Ci ha anche fatto capire però che l’essere umano è inevitabilmente attratto dagli oggetti reali, e che la vista non è l’unico senso per creare un’esposizione immersiva. Molti, infatti, ci chiedevano se gli oggetti fossero reali o no. È stata comunque un’esperienza nuova che ha segnato un approccio diverso al design.

Post Human Design è stata l’installazione a base di realtà aumentata che ci ha insegnato come l’essere umano sia inevitabilmente attratto dagli oggetti reali e come la vista non è l’unico senso per creare un’esposizione immersiva. Molti, infatti, ci chiedevano se gli oggetti fossero reali o no.

Tanto che questo vi ha fatto raggiungere la Biennale di Porto…

Esatto. Gli organizzatori hanno visto il nostro lavoro e ci hanno chiesto di realizzare qualcosa di simile durante quella rassegna, due anni fa. A Porto abbiamo tentato di alleggerire un po’ quello che era anche l’impianto tecnico, tanto che abbiamo deciso di utilizzare il sistema open source di un progettista francese che si appoggiava solo sul browser. La cosa bella è stata che abbiamo attivato naturalmente una connessione con lo sviluppatore originale creando modifiche e patch specifiche per il progetto. Nonostante la location, sia nella parte indoor che outdoor, ci abbia dato problemi con l’inserimento degli oggetti nella realtà aumentata – era un luogo molto, come dire, “architettonico”, dove era difficile far interagire la parte virtuale con le coordinate di inserimento – quell’esperienza ci ha mostrato quanto il nostro collettivo potesse lavorare anche in ambito internazionale.

A proposito di collaborazioni e interazioni, Bench ha uno sguardo aperto sul design inteso come strumento sociale.

Assolutamente sì. Adesso siamo di stanza al Tempio del Futuro Perduto, un centro culturale nella zona del Cimitero Monumentale dove siamo stati accolti nel settembre dello scorso anno. Dopo la pandemia – che ha rappresentato un punto di svolta per noi non tanto come gruppo ma per gli obiettivi che ci siamo dati, facendoci focalizzare sulla ricerca – abbiamo trovato qui una casa di cui stiamo curando la riqualificazione anche culturale. Questo punto è nevralgico per la città di Milano, ci troviamo in un bellissimo quartiere che ha subito, nonostante tutto, la botta del Covid. Entrare in contatto con questa realtà, totalmente autogestita, ci ha aiutato a capire anche come il design può essere un attivatore e come i designer possano e debbano entrare nel dibattito sociale e governativo, diventare un punto di riferimento culturale.

E come possono farlo?

Nei modi più svariati. La pandemia stessa ha finito per attivare progetti e idee nuove, da applicare a una realtà in trasformazione. Anche noi abbiamo partecipato a questa attivazione creativa. Attraverso l’uso della stampa 3D, abbiamo progettato un saturimetro che poteva essere realizzato totalmente a casa. Nell’ambulatorio 2.0, la nuova sanità delocalizzata avrebbe avuto a disposizione la stampa 3D, abbattendo i costi. Le nuove tecnologie diventavano così il supporto alle attività nel territorio, cavalcando anche l’onda di tutto quello che è stato il pensiero creativo in seguito all’esplosione della pandemia. 

La stampa 3D che diventa strumento di attivazione sociale?

Esatto. La stampa 3D è già parte integrante del nostro lavoro, come dicevamo. Qui al Tempio la usiamo per risolvere i piccoli problemi quotidiani del centro stesso creando oggetti utili, dalla zuccheriera ai segnaposti, fino alla partecipazione al mercatino domenicale del baratto, dove mettiamo in mostra sia le macchine che i prodotto fabbricati con queste. La stampa 3D è il metodo del nostro collettivo per materializzare ed entrare nel mercato.

Il saturimetro da realizzare totalmente a casa, un ambulatorio 2.0: la nuova sanità delocalizzata che usa la stampa 3D per abbattere i costi e le nuove tecnologie che diventano il supporto alle attività nel territorio.

Quindi l’intenzione di entrare nel mercato c’è!

Abbiamo all’attivo diverse collaborazioni e, davanti, una serie di possibilità, che hanno comunque tutte alla base un’idea di ricerca sulla materia, sui significati e sulla società. Non possiamo anticipare molto, ma in futuro abbiamo intenzione di mostrare il nostro punto di vista tramite la reinterpretazione di temi pop molto sentiti al momento. 

Qual è il futuro del collettivo?

Sicuramente le nuove tecnologie rimangono un asset importante, una base su cui lavorare, creando una manifattura digitale che possa anche essere base per workshop e per portare il design nel contesto popolare, sperando che queste nuove tecnologie diventino parte integrante della vita di tutti. E poi sicuramente vogliamo continuare a puntare sulla speculazione come strumento di indagine e approfondimento, perché, per noi, è il futuro del design. Noi vogliamo diventare una realtà strutturata che si offre alle istituzioni, prima che alle imprese e ai privati, concependo il designer come pioniere di una cultura nuova, una figura di transizione verso un futuro che sta arrivando, che ha cambiato i gesti e le abitudini, usando il progetto in maniera sociale, a disposizione della popolazione. Ormai gli architetti hanno esposto la loro visione del mondo, adesso, secondo noi, tocca ai designer. Vorremmo far diventare il design quello che è la musica: un oggetto di rivalsa e partecipazione.

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