Benjamin Hubert, il material man che ci fa atterrare morbidi sul futuro - CTD
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Paolo Casicci

5 Gennaio 2022

Benjamin Hubert, il material man che ci fa atterrare morbidi sul futuro

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Il designer inglese sperimenta al meglio con i materiali. E rende la tecnologia un’esperienza sensoriale come un trattamento in una Spa

Per uno di quei paradossi bizzarri e virtuosi così frequenti nel mondo del design, nello studio di Londra dove operano i progettisti più attivi da qualche anno nell’innovazione del mobile e del prodotto, nessuno si professa designer di prodotto, né tantomeno designer del mobile. “Qui a Layer siamo in venti. Venti professionisti che spaziano dall’industrial alla ricerca etnografica e che per mestiere amano cimentarsi con progetti che vanno dalle sedie alle sedie a rotelle fino ai guanti disegnati per i disabili che dovranno usare queste ultime. Quel che a noi interessa di più sono il lavoro sull’uomo e la ricerca, un approccio che ci contraddistingue in qualsiasi idea ci capiti di sviluppare”.     

LightVision, l’auricolare schermata dello studio Layer di Benjamin Hubert per la startup Resonate

Parola di Benjamin Hubert, inglese di 38 anni, viso da ragazzo sopra a un fisico imponente e una sfilza di progetti all’attivo con lo studio londinese Layer, che ha fondato e dirige, da far impallidire colleghi ben più avanti con gli anni. In quella sfilza la fa da padrone il design dei materiali – e dunque la ricerca – Una cifra progettuale, quasi una missione, che s’impone anche dove meno te la aspetteresti. Incluso l’ultimo progetto LightVision, l’auricolare progettato per la startup Resonate e che fa parte di un set per la meditazione. Qui l’obiettivo era umanizzare la tecnologia, farla sparire nel device per restituire un’esperienza il più analogica e morbida possibile. LightVision è un cuore hi-tech (il display Led che manda pattern luminosi in sincronia con una colonna sonora personalizzata) e un involucro in tessuto abbinato a un cinturino regolabile integrato che segue i contorni del viso, mentre una banda luminosa proietta una luce soffusa sulla faccia dell’utente, per segnalare agli altri la meditazione in corso. Il risultato è che indossare LightVision ricorda più un trattamento termale che un’immersione nella tecnologia d’avanguardia. E questo proprio grazie alla ricerca sul materiale. 

L’avventura di Hubert con i materiali era iniziata oltre dieci anni fa con le lampade in cemento Heavy Lights progettate per il marchio londinese Decode. Era il 2010, quando, 26enne, uscito dallo studio multidisciplinare di Seymour Powell (in passato aveva lavorato da Tangerine, lo stesso studio di Jonathan Ive prima che finisse da Apple), Hubert dimostrò che il materiale edile più banale, ridotto a uno spessore di cinque millimetri, avrebbe potuto svettare nel panorama ipertrofico dell’illuminazione. 

Pal, il monopattino firmato Layer

Da allora, è una vertigine lunga undici anni, una carriera folgorante che gli ha fatto inanellare collaborazioni con Nike, Samsung, BMW, Fritz Hansen, Moroso. “Qui a Layer, selezioniamo olisticamente i materiali in base alle loro caratteristiche, tra cui appeal visivo, qualità tattili, efficacia e sostenibilità dei costi. Ci piace combinare un alto grado di artigianalità con la ripetibilità per far arrivare il materiale più ricco possibile nelle mani della maggior parte delle persone”.

Quelli di Hubert sono progetti dove i materiali rappresentano quasi sempre il focus, perché nei materiali il designer trova il punto di sintesi tra innovazione e neoumanesimo da proiettare nel futuro. “La cosa più importante, per me, è la performance del materiale. Rende il prodotto migliore? Come si presenta a chi lo usa? Lo rende felice? Fa sembrare l’oggetto fantastico? Soprattutto, è conveniente da produrre e avrà il giusto prezzo sul mercato?”. Domande alla base di Move, progetto del febbraio 2019, i sedili intelligenti in poliestere e lana per la classe economy di Airbus, con rilevatore di temperatura e massaggiatore incorporato: “Il buon design dovrebbe essere accessibile a tutti. Troppo spesso, invece, l’innovazione si concentra sulla business class”. Qualche mese prima c’era stata Tape, l’idea sviluppata con Moroso, dopo una sperimentazione lunga un anno, di portare nelle case un divano modulare configurabile come un tetris modernista e che sfrutta il poliuretano per unire pezzi più piccoli di tessuto altrimenti destinati a diventare rifiuti: “Siamo partiti dal modo in cui il nastro di poliuretano viene utilizzato nell’abbigliamento sportivo, dallo snowboard allo sci, ricorrendo a macchinari avanzati di termosaldatura”. 

Cradle, la collezione con il tessuto tecnologico sperimentata da Hubert per Moroso

In un gioco continuo di rimandi multidisciplinari, se si chiede a Hubert di raccontare un progetto, lui esorta a trovarne la radice in un altro territorio, parallelo, dove lui e la sua squadra sono andati a cogliere connessioni più o meno insondate. Una specie di serendipity intenzionale, se è lecito l’ossimoro. Così, se per Tape l’invito è ad andare a guardare allo sportswear, per Cradle, altra seduta per Moroso, bisogna pescare nell’evoluzione delle sneaker. La “maglieria digitale” alla base di quella poltrona del 2015 è ancora un vanto per Hubert, oltre che uno dei pezzi che meglio giustifica la versatilità professionale del suo studio: “Cradle è una pietra miliare, ha più di due milioni di anelli di maglia e dal punto di vista della fabbricazione è il pezzo di tappezzeria più complesso nel suo genere che sia stato prodotto. Abbiamo lavorato su una matrice per niente semplice, che richiede calcoli e considerazioni matematiche che rispondono alla domanda su quanto e come si allunga la materia”. 

In un gioco continuo di rimandi multidisciplinari, se si chiede a Hubert di raccontare un progetto, lui esorta a trovarne la radice in un altro territorio, parallelo, dove lui e la sua squadra sono andati a cogliere connessioni più o meno insondate. Una specie di serendipity intenzionale.

Ossessione e banco di prova continuo, la materia, secondo Hubert, “deve essere responsabile, come la funzionalità deve essere flessibile e l’estetica senza tempo”. Per questo la circolarità è un approdo quasi scontato del suo studio e spicca in molti dei progetti recenti. Nel 2017 c’era stata Axyl, la sedia per Allermiur fatta riciclando alluminio, nylon, fibra di legno e legname. L’anno scorso è stata la volta di Shift, il prototipo per Really (dal 2013 un marchio di Kvadrat) che trasforma pannelli fonoassorbenti in tessuto riciclato in una serie di mensole per esposizione e viceversa. Una meccanica che piega le mensole come stoffa rinunciando a viti e bulloni ma non all’eleganza. 

Go, sedia a rotelle

Tre anni fa, la creazione interna al suo stesso studio di LayerLAB, praticamente un laboratorio votato alla ricerca dove si studia e riflette su come lavoriamo, viviamo e vivremo in futuro, “un full casting per pensare a ciò che sta succedendo nel mondo”, spiega Hubert, e che è ispirato da un forte senso di responsabilità del designer, quasi un’investitura. “Alle fiere vedi un milione di nuove sedie, anche se il problema della seduta è stato risolto già molto tempo fa. Piuttosto dovremmo immaginare cosa potrebbe succedere se impiegassimo un decimo della creatività e del valore del design nella soluzione di problemi reali, tra cui l’assistenza sanitaria, l’igiene e la scarsità d’acqua. Abbiamo bisogno di uscire dalla bolla perché si verifichino cambiamenti significativi. C’è un mondo di opportunità per chi vuole provare a risolvere i problemi del mondo reale, e non solo creare occasioni di consumo”. 

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