Perché celebriamo la case come un nido anche adesso che stiamo tornando liberi? CTD
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Paolo Casicci

12 Ottobre 2021

Perché celebriamo ancora le nostre case come un nido anche adesso che stiamo tornando liberi?

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Cade il metro del distanziamento, finisce lo smart working, riaprono al massimo della capienza cinema, teatri e discoteche. Ma in molti restiamo ancora sulla soglia

Forse succede anche a voi. È passato un anno dal secondo lockdown, quello più blando iniziato lo scorso ottobre e concluso a giugno con la fine del coprifuoco. Eppure, ora che la libertà sembra quasi del tutto riconquistata, che nuove regole cancellano il metro del distanziamento sociale e anche lo smart working diventa un’esperienza più o meno passata, molti di noi sono ancora qui a raccontare della propria casa come del nido di un anno fa. Qualcuno perfino sorride con un filo di sarcasmo del ritorno alla capienza massima di cinema, discoteche e club, come se questa e altre novità lo riguardassero poco o nulla. 

Farah Piriye, I was creating something… Progetto Abbi cura di te

“E adesso riempiamo i teatri!” è l’invito su Facebook del seguitissimo centro culturale Tlon, che lancia l’idea del “biglietto sospeso” da offrire, proprio come il caffè, a chi non può permettersi di spendere per entrare in sala. Il tutto in nome del “dovere civico di riempire quelle seggiole”. La verità è che nessuno di noi un anno fa avrebbe immaginato di dover essere spronato a riprendersi la propria poltrona al cinema o il suo mezzo metro quadrato sulla pista da ballo. Sulle discoteche, tornate anche loro alla capienza regolare, mi faceva notare l’altro giorno un amico: “Mesi di rabbia per chiedere di riaprirle, e non abbiamo speso neanche una riflessione su come farlo. Abbiamo pensato solo alle urgenze dell’offerta e mai alla domanda”.

E poi ci sono i post sui social per dire quanto è bello tornare ai meeting di lavoro dal vivo e scacciare i fantasmi delle videocall, come se Zoom e affini fossero il passato (remoto) e non un’eredità viva (e una minaccia ancora latente, ma speriamo di no).

La verità è che nessuno di noi un anno fa avrebbe immaginato di dover essere spronato a riprendersi la propria poltrona al cinema o il suo mezzo metro quadrato sulla pista da ballo…

Davvero, dunque, siamo tornati alla vita di prima? O ad agitarsi è una minoranza rumorosa, mentre tutti gli altri coltivano questo inizio d’autunno in un foliage di aspettative che sfumano sopra il divano rinfoderato qualche mese fa? È un po’ come se molti, messi in guardia dalla gioia interrotta delle riaperture dell’estate 2020, avessero imparato quell’esercizio della pazienza che secondo il behavioral economist Vittorio Pelligra serve a fare i conti col fatto che non siamo noi a decidere quando finiscono le tragedie.

Marco Dolera, We’ll meet again? Progetto Abbi cura di te

Anche il design è, a suo modo, una cartina al tornasole di questo stato d’animo ambivalente. Ci ho pensato guardando il nuovo spot di Ikea. Accendi la tv e, mentre gioisci per una riapertura dopo l’altra, una voce fuori campo ti spiega che “la cosa più bella di uscire è tornare a casa”. Per forza: che cosa dovrebbe fare una multinazionale del mobile, se non celebrare con i suoi spot il bello di restarsene rincantucciati sotto le coperte o di invitare gli amici a cena? Il punto è che lo spot lo fa in maniera netta, rotonda, assertiva. Senza paura di lanciare un messaggio che possa sembrare fuori tempo massimo. Come se fossimo ancora in pieno 2020. Facendoti venire il dubbio che, forse, ci siamo ancora, almeno un po’, nel 2020. Anche se con i calici in mano.

I copywriter – e Ikea stessa – lo sanno benissimo: dopo questo colossale congelamento (di generazioni, di gusti, forse addirittura di sogni), manca ancora la sincronia tra “tutto il mondo fuori” e il nostro cambiamento interiore. Perché euforia e gioia non sono la stessa cosa. E i riti, i cerimoniali e le energie – come le comunità – non si reinventano da un giorno all’altro davanti al bancone del bar.

È un po’ come se molti di noi, messi in guardia dalla gioia interrotta delle riaperture dell’estate 2020, avessero imparato quell’esercizio della pazienza che secondo il behavioral economist Vittorio Pelligra serve a fare i conti col fatto che non siamo noi a decidere quando finiscono le tragedie.

Come Ikea, lo sa benissimo anche il New York Times: lo scorso giugno, mentre la vita fuori via via riprendeva, il primo quotidiano al mondo faceva tesoro dell’esperienza di At Home, l’inserto che per un anno e passa aveva dato una mano ai lettori nel reinventarsi un’esistenza in casa tra consigli di psicologia e dritte culinarie, e ne scioglieva il principio attivo nella newsletter At Home and Away, che ancora adesso è un punto di riferimento per chi, caduti i divieti, alterna la vita dentro al richiamo del mondo fuori. Un po’ a casa e un po’ no. Facci caso, mi fa notare Antonia: alla fine, molti dei posti dove ora preferisci stare fuori, somigliano molto alla casa. 

Insomma, dopo un anno e mezzo di shock, restano le certezze delle nostre capanne e, forse, anche un po’ di quella sindrome che già a maggio del 2020, al primo spiraglio di riapertura, ci aveva fatti indugiare a lungo sulla soglia prima di richiuderci alle spalle la porta di casa e uscire. Forse, però, stavolta c’è un filo di saggezza in più.

E voi, da che parte della soglia state?

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