Cotino, la nuova gated community Disney, e la resa delle nostre città - CTD
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Barbara Marcotulli

10 Aprile 2022

Perché dietro Cotino, la nuova gated community Disney, c’è la resa ai problemi delle nostre città

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Il colosso dell’animazione annuncia la sua nuova città in California, ispirata al cinema. Ma dietro la promessa di una vita da sogno, c’è il tentativo di soddisfare i bisogni primari che le nostre metropoli spesso negano

È di qualche settimana fa la notizia che Disney costruirà 1.900 case in California ispirate al cinema. Una nuova, strabiliante gated community ispirata al programma Storyliving by Disney: un piano a lungo termine per costruire intere comunità negli Stati Uniti basate su molte delle sue produzioni cinematografiche; non solo i mitici film Disney, ma anche quelli più recenti dopo la fusione con la Pixar, Marvel Universe e Star Wars.

Questo enorme complesso residenziale sarà ospitato nel sud della California. Il nuovo sviluppo residenziale si chiamerà Cotino e punta a strutturare una proposta capace di affascinare tutte le età e adattarsi anche alle persone anziane.

L’area interessata è di 250 ettari, di cui quasi dieci saranno occupati da una laguna artificiale per attività ricreative circondata da giardini. Ci saranno case unifamiliari, appartamenti e altre tipologie di abitazioni, oltre a un centro commerciale, ristoranti e attività ricreative e culturali. Disney Imagineers, una sussidiaria specializzata nella progettazione di parchi a tema, aiuterà a sviluppare queste comunità.

Cotino, la nuova gated community Disney ispirata al cinema in programma in California

Non è un business del tutto nuovo per Disney, che aveva già sviluppato il progetto Celebration in Florida, negli anni Novanta, con l’aiuto di importanti architetti come Philip Johnson e Michael Graves. 

Un investimento di questa portata non arriva da un’intuizione, né da un desiderio prospettico, ma da un’attenta osservazione del mercato immobiliare e, soprattutto, dai trend sociali e culturali. Per capirci: se si opta per la costruzione di urbanizzazioni parallele è perché si è intercettata una domanda di alternativa rispetto a quella offerta dai contesti urbani cosi come siamo abituati a conoscerli.

Quello delle gated community – dei complessi residenziali nei quali il perimetro, prima che fisico, è segnato dalla distanza qualitativa rispetto a ciò che gli accade intorno, fuori  è un fenomeno sicuramente molto americano ma che ha spesso tentato anche molti di noi al di qua dell’oceano. Si tratta di situazioni nelle quali il design e l’architettura hanno saputo offrire una risposta simpatetica a situazioni complesse. In alcuni casi, l’architettura si è scomodata a sfidare le proprie teorie o a trasformarle in vero e proprio attivismo.

Più frequentemente però, questo tipo di urbanizzazioni ha obbedito a una serie di bisogni primari più ancora che a imperativi secondari. Sicurezza, protezione, esclusività, facilita di accesso ai servizi, gratificazione sociale… Più di qualche analisi si è lanciata nella riscrittura della piramide di Maslow e dei suoi bisogni primari, e nella sua riformulazione nei confronti dell’architettura. 

La piramide di Maslow

Se però quelle analisi tendevano a suggerire un approccio olistico, più umanista, al design all’interno degli insediamenti umani, per superare lo stress emotivo sperimentato dagli abitanti in contesti fortemente carenti nei fondamentali, capaci di frustrarne ogni possibilità di cambiamento, quando parliamo di gated community – o, almeno, di certe gated community – possiamo invece immaginare quella piramide come l’alibi per un tentativo di anestesia collettiva.

Intendiamoci: i bisogni fondamentali di una comunità – felice o meno, soddisfatta o meno, benestante o meno – sono pressoché simili: fisiologici, di sicurezza, di appartenenza, di riconoscimento e realizzazione.

Il modello Disney è così attraente perché tenta di ridurre tutte le complessità disordinate delle città contemporanee. Come ricorda la storica dell’architettura Jennifer Gray, a Disneyland “non ci sono ghetti pericolosi”. Come ricordo io, che vivo a Roma, a Disneyland “non ci si preoccupa del trasporto pubblico o della differenziata, le persone sono gentili, tutto è progettato con cura”.

Le gated community sono il tipo di posto in cui le persone scelgono di vivere quando vogliono essere al sicuro – dalla criminalità, dagli estranei, dall’incertezza economica, dai disservizi.  Per la classe media, sono una scelta chiara o, quantomeno, un’ambizione realistica di sicurezza, prestigio, privacy, esclusività. Un modo per vivere il sogno del benessere come fuga da città spesso caotiche, disfunzionali, mal pianificate. 

È un trend inarrestabile in diversi paesi, dal Brasile all’India, e se non ha attecchito ancora cosi pervicacemente anche in Italia è soltanto perché ragioni logistiche e organizzazione del lavoro non consentono ancora di godere pienamente di tutti i vantaggi che un “ritiro dorato” di questo tipo può offrire (ve lo immaginate vivere serenamente in un contesto di questo tipo e dover impiegare 90 minuti nel traffico per raggiungere l’ufficio?).

L’infrastruttura privata, materiale o immateriale che sia, in questi contesti si prende tutta la scena, orfana di presidio adeguato da parte del Pubblico.

Naturalmente, non funziona sempre in questo modo.

È un modello escludente e, come tale, i suoi effetti decadono nel tempo. L’interazione sociale intensa tra persone simili – quali sono quelle che scelgono questo stile di vita – sfianca. Logora, invece di nutrire, perché il desiderio iniziale di trovarsi tra pari isola dalla comunità più ampia e, come scrive Edward Blakely, autore di Fortress America, può “ridurre la nozione di impegno civico e consentire ai residenti di ritirarsi dalla responsabilità civica”.

Per i residenti di tante nostre città, quest’affermazione ha il suono dolce della resa, quel momento che arriva un attimo dopo la consapevolezza che qualsiasi impegno civico non sarà in grado, da solo, mai, di attivare qualsivoglia cambiamento. In questo senso, chiudere fuori dal perimetro di queste urbanizzazioni ciò che la città non sa offrire appare consolatorio. 

Celebration, la gated community Disney in Florida costruita negli anni Novanta

È anche la storia di Milano 2, forse la gated community italiana più famosa, che fu presentata come proposta alternativa ai modelli di sviluppo residenziale dell’hinterland milanese di quegli anni. Le linee guida del “modello Milano 2” erano, infatti:

  • ampi spazi verdi, in contrapposizione alla scarsità di verde nelle città di quel periodo
  • un triplice sistema viario (pedonale, ciclabile e veicolare), in cui le vie ciclabili e pedonali non intersecano quasi mai gli assi veicolari, aumentando la sicurezza e limitando l’impatto del traffico sul quartiere
  • una pianificazione integrata che tenesse conto non solo delle esigenze abitative, ma anche della disponibilità e della fruibilità dei servizi all’interno del quartiere

Sono una tentazione forte, le gated community. Le esperienze surrogate lo sono sempre.

Eppure, la prevedibilità che generano va contro il significato di vivere in una città: le grandi città sono intrinsecamente, meravigliosamente, imprevedibili.

Quando ci innamoriamo della rassicurazione di questo genere di scelte urbanistiche, dovremmo anche soppesare cosa perdiamo, ricordarci che quando cerchiamo di escludere o isolare gli elementi dissonanti dalle nostre vite – come i senzatetto, i migranti, le cataste di rifiuti, la fatiscenza di certi spazi pubblici – quegli elementi “indesiderati”, non scompaiono. “L’autenticità è una cosa scivolosa”, segnalava uno dei progettisti di Celebration: un’affermazione cui, da una parte e dall’altra, potremmo attribuire significati comunque interessanti. 

La verità è che dobbiamo confrontarci con le nostre città in tutta la loro diversità.

Le architetture rassicuranti sono progettate per confortare più che per confrontarsi ma a volte, tutto quello che desidereremmo davvero è che le città disordinate, diverse, moderne in cui viviamo si confrontassero con noi.

Quando ci innamoriamo della rassicurazione di questo genere di scelte urbanistiche, dovremmo anche soppesare cosa perdiamo, ricordarci che quando cerchiamo di escludere o isolare gli elementi dissonanti dalle nostre vite – come i senzatetto, i migranti, le cataste di rifiuti, la fatiscenza di certi spazi pubblici – quegli elementi “indesiderati”, non scompaiono.

Sembra scontato ribadirlo ma, forse, buttare un occhio alla piramide di Maslow potrebbe aiutare le amministrazioni e i decisori delle città, per creare un approccio olistico, più umanista, al design degli spazi e dei servizi. 

Ripartire dai fondamentali, insomma. 

Utilizzando quella gerarchia dei bisogni in questo contesto, forse risulterebbe più chiaro come lo stress emotivo e la frustrazione sperimentata dagli abitanti, causati da carenze fondamentali nelle dinamiche quotidiane, possa impedire alle comunità di migliorare le proprie circostanze e influenzare positivamente il cambiamento sociale. 

Un approccio olistico alla progettazione comporterebbe un’analisi attraverso la gerarchia di Maslow, per delineare i bisogni fondamentali delle diverse comunità che animano una città, per creare poi un framework di progettazione con cui soddisfare gli scopi e gli obiettivi di quelle persone.  Un funnel della progettazione, insomma, attraverso il quale valutare le carenze e le inefficienze e proporre metodi per adattare gli interventi. 

Se si vuole combattere la Disneyfication di certe nostre città, bisogna fare i conti con quello che c’è sotto, e sotto ci sono bisogni non accolti. Ci sono SEMPRE. Chissà, forse si potrebbe chiedere a Topolino di investigare.

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