I Danish Diaries di Marco Sammicheli, il filo che unisce il design italiano e quello danese - CTD
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Paolo Casicci

25 Aprile 2022

Il filo che lega Italia e Danimarca nel (bel) libro di Marco Sammicheli

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Un viaggio dall’Ottocento a oggi per capire perché i designer e gli artisti dei due Paesi si sono “annusati e piaciuti” come si fa tra mammiferi

Il design e la sua storia sono fatti di fili: molti sono visibili, tantissimi restano nascosti. Esistono poi i fili a metà tra questi due tipi. Sono quelli che intravediamo senza riuscire ad acciuffarli, sequenze di immagini collegate tra di loro quasi a formare un disegno dalle ragioni ignote. Prendiamo per esempio il filo che lega, nel design e nell’arte, l’Italia e la Danimarca. Qualcosa di evidente agli occhi di molti, che aveva bisogno di qualcuno in grado di dipanarlo una volta per tutte.

È quello che fa Marco Sammicheli con Danish Diaries. Il direttore del Museo del Design Italiano alla Triennale – grande conoscitore del Paese scandivano per ragioni di vita prima ancora che di studio – ha raccolto in un (bel) libro per Humboldt Books una serie di storie di donne e di uomini che tra Italia e Danimarca, dall’Ottocento a oggi, “hanno vissuto con passione le loro avventure creative, i loro slanci ideali, le loro scommesse”. Si inizia con le vite parallele di Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen, si finisce con Bodil Kjaer, designer classe 1932 da poco entrata nella scuderia Cassina con il suo pionieristico carrello portavivande degli anni Cinquanta. In mezzo, la scoperta da parte di Piero Manzoni delle manifatture danesi (non a caso a Herning c’è il museo con la più grande collezione di opere dell’artista fuori dall’Italia), la scoperta di Vico Magistretti e Maddalena De Padova del design nordico, il lavoro per Kvadrat di Giulio Ridolfo e molto altro.

Danish Diaries, Marco Sammicheli, Humboldt Books

Marco Sammicheli, perché un filo unisce proprio Danimarca e Italia? Il link tra i due Paesi resta un insieme di casi singoli e singolari: forse proprio per questo si tratta di un legame così duraturo e coriaceo?

Credo che il legame tra i due paesi si basi sulla certezza di trovare nell’altro qualcosa che non si ha, che si cerca o si scopre nella dialettica tra diversi che si attraggono. È quasi una pratica tra mammiferi: ci si annusa, ci si piace e funziona perché la meraviglia delle differenze è un motore di fascino e un’esigenza di completamento. Le storie tra i due paesi alla fine sono tutte storie di donne e uomini che cercano nei rispettivi contesti l’urgenza di esprimersi e di essere compresi. Il rapporto coriaceo – come dici tu – è basato sul lavoro e sulla dinamica creativa. È un filo che tesse, che imbastisce relazioni.

Credo che il legame tra i due paesi si basi sulla certezza di trovare nell’altro qualcosa che non si ha, che si cerca o si scopre nella dialettica tra diversi che si attraggono.

Piero Manzoni, performance a Herning. Ph. Eva Sørensen. Courtesy Fondazione Piero Manzoni, Milano

Nel libro racconti di scambi e metti in luce ciò che una parte ha preso dall’altra. Hai mai pensato invece a che cosa il design italiano avrebbe potuto prendere da quello danese (e viceversa) e invece non ha colto? Agli scambi mancati, diciamo. 

Più che gli scambi mancati, posso dettagliare il fatto che tutte queste relazioni hanno avuto alterne vicende. Il design di Magistretti in Danimarca non ha sempre avuto fortuna commerciale, così come le episodiche collaborazioni di Panton in Italia. Di certo la cultura del progetto italiana ha trascurato la cura con cui i danesi hanno immaginato gli interni anche dopo l’epopea modernista che si è trascinata fino alla fine degli anni Settanta. Diciamo che è mancata una scaltrezza nell’assimilare un’idea di abitare centrata su imbottiti, tecnologia, servizi e soluzioni popolari che la Scandinavia metteva in pratica e l’Italia poteva ibridare. Il design italiano ha scelto la strada delle icone e di un design molto muscolare che via via dimenticava un’idea sistemica e coordinata di paesaggio domestico. I danesi invece hanno saputo cogliere dal design italiano la pervasività creativa che mischiava linguaggi, ispirazioni, mondi.

Giulio Ridolfo al lavoro per Kvadrat. Ph. Howard Sooley. Courtesy Kvadrat, Ebeltoft

Di certo la cultura del progetto italiana ha trascurato la cura con cui i danesi hanno immaginato gli interni anche dopo l’epopea modernista che si è trascinata fino alla fine degli anni Settanta. Diciamo che è mancata una scaltrezza nell’assimilare un’idea di abitare centrata su imbottiti, tecnologia, servizi e soluzioni popolari che la Scandinavia metteva in pratica e l’Italia poteva ibridare

Nel libro citi Anna Maria Indrio, apprezzata progettista italo danese: tanto schematici nel pensiero i danesi – sostiene – quanto creativi gli italiani. In compenso, nella burocrazia i danesi sono molto più pragmatici e dialoganti: è questa caratteristica la migliore che potremmo prendere in prestito dai danesi? 

Penso che dai danesi potremmo prendere in prestito anche altri aspetti e approcci: la sostenibilità ambientale vissuta come pratica quotidiana e non come urgenza; un sano distacco dalla storia per immaginare senza zavorre un presente più dinamico e sempre innovativo; il design dei servizi intriso di profondo senso civico e di rispetto della cosa pubblica; una spregiudicata libertà nell’uso del colore; una politica di promozione, valorizzazione e sostegno dei giovani designer. Mi fermo qui. C’è già un bel da fare.

Anna Maria Indrio, SMK – National Gallery of Denmark – extension, Copenhagen, 1998. C.F. Møllers Architects with Partner e Design Leader Anna Maria Indrio

Una cosa che si dice spesso del made in Italy – e dunque del design italiano – è che non sa fare “gioco di squadra”. E i danesi, invece? Dal tuo osservatorio, come ha lavorato un Paese piccolo, di pochi milioni di abitanti, per generare un’identità creativa, e forse anche commerciale, così forte? Sarebbe un modello mutuabile anche da noi italiani? 

I danesi sentono molto la competizione interna, eppure questo atteggiamento si trasforma in grande orgoglio e comportamento sistemico quando escono dai confini nazionali. Dipende molto dalle dimensioni del paese, dal numero di abitanti ma soprattutto da una volontà combattiva che li porta a non perdere mai un agonismo, un attaccamento alla posizione di leader nei settori in cui primeggiano. Non ci sono le condizioni culturali, sociale ed economiche per mutuare un modello. C’è però un carattere che vorrei che noi italiani guardassimo con più curiosità. È il carattere saldo e determinato della costanza, della correttezza, della tutela, del diritto, della scommessa, della curiosità nei confronti dell’inaspettato.

Elmgreen & Dragset, The Collectors, 2009, Danish and Nordic Pavilions, Biennale di Venezia 53esima edizione. Ph. Anders Sune Berg.
Courtesy the artists

Nella foto grande in alto, Vico Magistretti e Maddalena De Padova, courtesy Archivio Storico De Padova, Milano.

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