Designer Trattoria, la macchia di sugo che tutti aspettavamo - CTD
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Ludovica Proietti

3 Novembre 2021

Designer Trattoria, la macchia di sugo che aspettavamo

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Una pagina Instagram e una cena con mostra a Napoli per brindare al design a quadrettoni rossi

“Una cena in trattoria con mostra”.

Quando mi hanno chiesto che cosa avrei fatto sabato sera a Napoli, nel bel mezzo di EDIT e del ponte che ha riempito la città, io ho risposto così. 

Surreale? Sembrerebbe, ma non così tanto.

Un invito via whatsapp, una prenotazione e un menu a prezzo fisso per il vernissage più atipico della storia del design a cui, credo, mai così tanti creativi e affini abbiano preso parte. 

Organizzata da Designer Trattoria, il collettivo composto da Stefano Citi, Lorenzo De Rosa, Ernesto Iadevaia, Giorgio Laboratore, Claudio Larcher, Marcello Pirovano e Filippo Protasoni – la cena s’è rivelata l’evento spontaneo più irriverente collegato, anche se in modo non ufficiale, alla fiera stessa.

Siamo designer che mangiano e bevono in posti dove il design non sanno che roba è.

Così si presenta il gruppo su Instagram, sposando un’idea di progetto  spontaneo, che nasce proprio dove la progettualità in genere non c’è. Le storie, le idee e le leggende più belle sul design del resto girano spesso intorno a una tavola, come quella del ristorante sull’isola di Capraia dove Philippe Starck schizzò tra macchie di sugo il suo Juicy Salif.

L’ingresso di Mangia & Bevi a Napoli

Al grido di “Il design vien mangiando”, i sette di Designer Trattoria hanno chiesto ai creativi di tutte le età di far parte di questa piccola mostra visibile anche su Instagram e allestita con sedici tovagliette incorniciate alle pareti della trattoria Mangia e Bevi di Napoli. Le tovagliette erano firmate da Ettore Sottsass, Matteo Ragni, Studio Irvine, Chiara Scelmi, Sara Ricciardi e Andrea Branzi, solo per citarne alcune. Piccoli progetti improvvisati, disegni, interpretazioni di un tema, scarabocchi e macchie di colore d’autore. 

La cena a Napoli di Designer Trattoria

Un evento basato sul passaparola e lontano dal glamour degli aperitivi e degli opening a cui il design ci ha abituati. Un glitch divertente come quelli che i sette fondatori raccontano su Instagram con le foto delle loro cene unte e bisunte, del loro logo fatto di rigatoni, dei loro bicchieri di amaro.

Solo che questa volta a tavola c’erano una cinquantina di persone, tra designer e addetti ai lavori, a chiacchierare, a mangiare e a bere, mettendo in secondo piano quella che, a volte, è una disciplina elitaria, perché la cultura è popolare, e anche il pensiero dietro al design dovrebbe esserlo, come un piatto di pasta e patate o uno di salsiccia e friarielli.

L’amaro in bocca, alla fine, è stato solo quello del Capo.

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