Che cosa è la diversità aumentata che ci fa litigare tutti sui social - CTD
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Paolo Casicci

3 Maggio 2022

Che cosa è la diversità aumentata che ci fa litigare tutti sui social network

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Intervista a Bruno Mastroianni, autore di La disputa felice e Litigando si impara: due libri che spiegano perché ci piace tanto andare allo scontro. E come uscire da questa gabbia

Democratico, accessibile, inclusivo. Perfino economico. Meglio, gratuito. Il litigio è forse l’ultima eccellenza – si fa per dire – rimasta alla portata di tutti. Vive nelle vite analogiche, decolla in quelle digitali, dove trova nei social network (non tutti, per fortuna) il suo carburante inesauribile. E questo perché la nostra onlife – la vita connessa tra online e off line, secondo la definizione fortunata del filosofo Luciano Floridi – si nutre di diversità aumentata. L’espressione è di Bruno Mastroianni, giornalista, esperto di comunicazione e docente che alla gabbia del litigio, e soprattutto a come uscirne, ha dedicato due libri in cui trovare risposte e un metodo: La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico e Litigando s’impara. Come disinnescare l’odio on line con la disputa felice, entrambi per Franco Cesati Editore.   

“La diversità è diventata un aspetto ordinario della realtà” spiega Mastroianni. “Accade in una chat su WhatsApp di genitori della scuola, dove ci appaiono tutte le divergenze, per iscritto, continuamente e senza limiti di tempo e di spazio. Così come la realtà aumentata arricchisce attraverso il digitale le nostre percezioni del reale mediante informazioni e dati, l’essere iperconnessi nella onlife porta a un incontro/scontro amplificato con le differenze degli altri, che vengono percepite molto più vicine di quanto non sarebbero nella convivenza fisica”.

Bruno Mastroianni

Come hai iniziato a occuparti di litigi e di dispute felici, e perché ne hai fatto un argomento di lavoro? 

Il primo motivo è personale: fin da giovanissimo ho sempre avuto la passione per la discussione, ma mi sono ritrovato spesso in preda a emozioni negative e a difficoltà di espressione che rendevano difficile il farmi capire dagli altri. Insomma, sono sempre stato un tipo litigioso. La voglia di migliorare il modo di “dire la mia” mi ha spinto a interessarmi del tema. Il secondo ha a che fare con i miei studi filosofici: il gusto di mettere alla prova le idee e di cercare il più possibile il confronto con gli altri ha fatto sorgere in me l’interesse per come queste dinamiche possano favorire o compromettere la riflessione. Infine la passione per la tecnologia: quando i confronti diventano digitali e connessi, le cose si complicano ulteriormente. Con i social il tema è esploso diventando il centro delle mie attenzioni.

Così come la realtà aumentata arricchisce attraverso il digitale le nostre percezioni del reale mediante informazioni e dati, l’essere iperconnessi nella onlife porta a un incontro/scontro amplificato con le differenze degli altri, che vengono percepite molto più vicine di quanto non sarebbero nella convivenza fisica

La disputa felice di Bruno Mastroianni, Franco Cesati Editore

L’infodemia fomenta il litigio o litigheremmo benissimo anche senza l’eccesso di informazioni che genera confusione, tipico dei nostri tempi?

Diciamo che il litigio se la cava bene anche senza infodemia. Il mal discutere è “naturale”, fa parte della condizione umana: nessuno nasce predisposto al confronto sano, è una qualità che va coltivata e fatta crescere con la formazione e l’esercizio. L’infodemia aumenta gli stimoli negativi e le pressioni cognitive che compromettono il confronto. Insomma il litigio non è un prodotto dell’infodemia: se pure fossimo in un mondo perfetto, senza disinformazione, litigheremmo lo stesso.

Quanto è difficile stare zitti mentre tutto congiura per farci parlare di qualsiasi cosa? 

È difficile perché la congiura parte da dentro ancora prima che da fuori: tendiamo a pensare che l’espressione della nostra opinione in pubblico sia un atto necessario a farci esistere e considerare dagli altri. In questo ci illudiamo che più diciamo e più ci faremo notare. In realtà va a finire che perdiamo mordente: le persone riconoscibili sono quelle che parlano poco e bene, quando serve davvero. Nelle discussioni chi è capace di dire “questo non lo so”, “ho bisogno di pensarci”, “non è il mio campo”, perde magari un turno, ma guadagna in credibilità (che è la via maestra per farsi ascoltare davvero).

Nessuno nasce predisposto al confronto sano, è una qualità che va coltivata e fatta crescere con la formazione e l’esercizio. L’infodemia aumenta gli stimoli negativi e le pressioni cognitive che compromettono il confronto

Quanto, sui social network, il litigio è frutto dei famosi algoritmi che spingono alla polarizzazione, e quanto invece è responsabilità nostra? 

È un cappuccino. Mi spiego: la bevanda non è fatta semplicemente di latte più caffè, ma di uno specifico mix dei due ingredienti, ciascuno che contribuisce in precise dosi e modalità a rendere la bevanda unica. La tendenza umana al mal discutere e gli algoritmi che spingono alla conferma delle proprie idee e alla coesione con gli affini sono come il latte e il caffè del cappuccino. Si uniscono così bene da dare forza l’uno all’effetto dell’altro. Il che vuol dire che per correggere la tendenza vanno migliorati sia il “latte umano” che il “caffè tecnologico”, ma soprattutto il loro miscuglio.

Partiamo dalla considerazione che il litigio, oltre che facile, coincide spesso con un’emozione. Come complica le cose questo aspetto? 

L’emozione ha una precisa funzione: darci più velocemente le risorse per fronteggiare una situazione. Ad esempio il senso di allarme che si prova di fronte a un pericolo lo dobbiamo alle emozioni e non al ragionamento. Ma ci salva la vita solo a patto che grazie a esso si muovano le risorse razionali che ci fanno uscire dal pericolo. Il problema è che le emozioni lasciate sole e “a briglia sciolta” possono spingerci nella direzione sbagliata. Una discussione non è un semplice scambio di idee, ma un confronto di umanità differenti in cui, all’interno, le emozioni giocano un ruolo fondamentale. Chi non è abituato a discutere, e non ha fatto alcun percorso di formazione, tende a provare emozioni forti e travolgenti di fronte a meccanismi che non conosce. E perde il controllo razionale. Invece quelle stesse emozioni, se alleate al pensiero e alla conoscenza dei meccanismi, sono proprio ciò che ci può far “essere umani” (e comprensivi) in un confronto con gli altri.

Una discussione non è un semplice scambio di idee, ma un confronto di umanità differenti in cui, all’interno, le emozioni giocano un ruolo fondamentale. Chi non è abituato a discutere, e non ha fatto alcun percorso di formazione, tende a provare emozioni forti e travolgenti di fronte a meccanismi che non conosce. E perde il controllo razionale

Dalla lettura dei tuoi libri, si ha quasi l’impressione che quella di dissentire senza litigare sia una scienza umanistica. Vista con gli occhi di un designer, potrebbe essere una disciplina progettuale, qualcosa da regolare e far crescere come il processo creativo.

Dissentire senza litigare è come scrivere su una pagina bianca. Si possono avere delle strategie di fondo come punto di partenza ma, come in ogni processo creativo, si sa da dove si parte e non si sa dove si finirà. Al contrario il litigio è anti-creativo: di solito le discussioni falliscono tutte nello stesso modo, in questo c’è davvero poca originalità nell’uomo.

Il litigio online è come un cappuccino, che non è fatto semplicemente di latte più caffè, ma di uno specifico mix dei due ingredienti. La tendenza umana al mal discutere è il latte e gli algoritmi che polarizzano sono il caffè. Si uniscono così bene da dare forza l’uno all’effetto dell’altro. Il che vuol dire che per correggere la tendenza vanno migliorati sia il “latte umano” che il “caffè tecnologico”, ma soprattutto il loro miscuglio.

Litigando si impara di Bruno Mastroianni, Franco Cesati Editore

Ci sono figure contro le quali è impossibile applicare le regole della disputa felice. Per esempio gli hater, i bastian contrari per professione. In questi casi come ci si dovrebbe comportare? Abbandonare il campo o cercare comunque di lasciare un segno? 

Dipende dal contesto. Se c’è anche uno solo ad assistere a quella discussione, il non raccogliere provocazioni e rispondere a modo anche a un hater non andrà perduto. Verrà ascoltato dall’uditore silenzioso. Quindi non bisogna abbandonare il campo subito. Allo stesso tempo, quando si è arrivati alla certezza che da quell’interazione non ci sarà verso di tirare fuori una discussione, allora è doverosa la virtù di saper smettere di discutere. Perché andare a vuoto all’infinito fa tanto male quanto litigare.

Una storia legata al tuo lavoro, alla tua vita privata, che riassume ii tuoi studi sulla disputa felice? 

Se penso alle mie migliori amicizie, alle persone con cui ho una relazione più intensa, riconosco che di solito sono partite da una differenza (di opinione, di sensibilità, di visione del mondo). Il fatto di aver messo quella differenza al centro del rapporto è stato ciò che lo ha reso solido e soddisfacente. È bello essere d’accordo, è bello riscontrare affinità, ma le cose migliori della vita (le persone e le idee migliori) le incontriamo quando sbocciano nella differenza e non quando risuonano nel semplice consenso.

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