Domenico Urraro, l'interior designer con le radici a Pompei - CTD
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Ludovica Proietti

24 Gennaio 2022

Domenico Urraro, l’interior con le radici a Pompei

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Trentun anni e dieci di lavoro alle spalle, un talento tra genius loci e modernità

“Sono nato a Pompei e a questo posto mi sento legato, fa parte della mia identità. Quando posso, vado a cercare ispirazione per la città, osservando i reperti e le rovine in cui ritrovo e riconosco una perfezione di stile, di forme e di colori che può essere adattata alla ricerca del design contemporaneo. Tradizione e cultura, per me, sono centrali, perché lavoro molto nel mio territorio, alle pendici del Vesuvio”.

Domenico Urraro, 31 anni, è un designer di interni attivo da quasi dieci. Talento precoce, alle spalle ha un bagaglio culturale radicato nella tradizione che non smette di arricchire, muovendosi tra diversi campi del progetto senza perdere mai di vista la sua cifra personale.

Domenico Urraro, foto Carlo Oriente

Qual è la tua formazione?

“Sono sempre stato affascinato dal mondo della progettazione, già dal diploma di geometra. Poi ho perfezionato la mia visione attraverso studi di Interior e Product design all’Istituto Superiore di Design di Napoli. Ho avuto la fortuna di iniziare a progettare fin da subito appartamenti, grazie alla fiducia che mi è stata data da amici e conoscenti, e di fare quindi le prime esperienze di cantiere anche durante il mio percorso universitario”.

Edificio ottocentesco, sottotetto

Hai cominciato a lavorare prestissimo. Nel 2015, a 24 anni, hai avviato la tua attività indipendente. 

“Sì, quell’anno mi è stata affidata la ristrutturazione di un fabbricato di fine Ottocento molto particolare per il suo sottotetto: la muratura perimetrale aveva tantissimi fori di areazione che ho deciso di preservare, ispirandomi alla Cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp di Le Corbusier. Quello è stato il mio trampolino di lancio”.

Il recupero del sottotetto

Come ti poni rispetto alle richieste dei clienti?

“Il primo approccio ai progetti è fatto di percezioni e di sensazioni. L’osservazione del luogo, ovviamente, è il punto di partenza. Cerco poi di instaurare un rapporto con il cliente fatto di conoscenza del suo mondo, delle sue abitudini. Dopo, inizio a sviluppare il processo creativo lontano dalla scrivania, in momenti di relax durante i quali la mente è più libera di immaginare. Il mio è un dialogo continuo tra passato e presente: amo guardare alla contemporaneità e ai trend internazionali, ma una parte di me è profondamente legata ai grandi esempi del passato. Esteticamente, mi piace pensare al mio modo di intendere il design come qualcosa di asimmetrico, fatto di ambienti legati tra di loro ma sempre autonomi. Mi piace giocare con le geometrie, creare elementi a contrasto senza però perdere di vista un tema che leghi tutti gli spazi, preservando funzionalità e destinazione d’uso. Come quando da bambino immaginavo la vita tra le rovine di Pompei, così mi piace immaginare il modo in cui domani le persone si muoveranno all’interno degli ambienti che ho disegnato per loro, come ne faranno la loro casa”.

 

Quali sono i progetti che più rappresentano il tuo modo di lavorare?

“Mi occupo principalmente di interventi privati e nel retail. Non è sempre facile trovare clienti che ti lascino carta bianca. Casa GM, nel 2019, è un caso felice. La giovane coppia in questione voleva una casa dall’impronta contemporanea e internazionale. Ho cercato di combinare le giuste proporzioni tra gli ambienti e attraverso arredi progettati su misura e combinazioni di materiali e finiture ho dato vita a uno stile che avesse come fine ultimo una dimensione oltre gli stili e le mode”.

 

Nel retail, invece, l’approccio è sempre diverso da caso a caso. 

“In Reve Store, del 2020, ho ripescato alcune scelte tipiche degli anni Sessanta adattandole in chiave contemporanea. Attraverso la scelta di colori vivi, di materiali riflettenti, della cromatura oro per gli appendi abiti e del posizionamento degli specchi che rivestono per interno i grandi pilastri, ho ottenuto uno spazio più grande e aperto. Il resto lo hanno fatto le scaffalature orizzontali e verticali nei colori caldi su cui ho deciso di puntare per il rigore compositivo. Insomma, ho cercato di restituire un ambiente giovane e accogliente”. 

Dove trovi maggiormente la tua ispirazione?

“Nella natura. Il progetto di Season Lab, per esempio, è nato nel 2021 pensando al Faito, il monte che sovrasta Castellammare di Stabia, la città del negozio. Ne ho tratto arredi monolitici, espositori colorati e – date le ridotte dimensioni a disposizione – ho usato specchi strategici, che, posizionati sul fondo, hanno ampliato e modificato la percezione dello spazio. C’era anche bisogno di pensare a un uso mirato della luce, per il quale sono ricorso a maestranze locali in un contatto che è ancora più profondo con la terra in cui hanno origine questi progetti”.

 

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