Dal finestrino di Ettore Sottsass, la mostra di cartoline del maestro in Triennale - CTD
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Ludovica Proietti

28 Marzo 2022

Dal finestrino di Ettore Sottsass

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Alla Triennale le 26 cartoline che furono, dal 2004, l’editoriale del maestro per Domus

Una Leica M6 come mezzo di comunicazione, un finestrino come luogo immaginario da cui riprendere il mondo e un’attenta ricerca delle parole per accompagnare gli scatti. In questo modo, con queste sue cartoline, Ettore Sottsass ha contribuito ai ventisei numeri di Domus tra il 2004 e il 2006 a cui il direttore dell’epoca, Stefano Boeri, lo aveva invitato a partecipare. Il maestro decise di raccontare il mondo intorno a sé attraverso immagini che coglievano un sottobosco di idee e dettagli imperscrutabili: pochi come lui avrebbero saputo tradurre quelle visioni in riflessioni. 

Foto dal finestrino è una raccolta di edifici, persone, volti, oggetti e luoghi che per Ettore Sottsass Jr rappresentavano un modo per filtrare la realtà. 

D’altronde è noto il legame del grande designer con la fotografia, che lo accompagnò per tutta la vita. Questo progetto fotografico dimostra la profonda connessione di Sottsass con il mondo nella sua interezza e ci fa immergere ulteriormente nel suo mondo, di cui, ultimamente, la Triennale ha curato diverse esposizioni – dalla monografica There is a Planet, nel 2017, a Casa Lana, ultima installazione permanente presente al piano superiore del Palazzo dell’Arte.

Nelle foto di Sottsass troviamo spaccati del mondo tanto diversi ma altrettanto universali. Letture iconiche e ironiche che accompagnano il punto di vista sul mondo che Sottsass ci restituisce, facendoci partecipe dei suoi viaggi. India, Iran, Bali, Hong Kong, ma anche Milano, Catania, Ponza. Città e borghi, cimiteri rurali e campagne artificiali, depredate da architetture mostruose e grottesche. Oggetti, visi, cimiteri e tombe, compresa quella di Malevic, che chiude la corrispondenza di Sottsass come un tornare al punto d’inizio, un centrare l’essenza delle cose attraverso la casualità, o il destino. Lo stesso Sottsass racconta che per trovare la sepoltura del grande pittore ha dovuto incontrare la figlia della sua prima compagna, ormai anziana, che lo ha guidato come in un sogno attraverso un sentiero nel bosco.

Ogni istantanea, a colori o in bianco e nero, genera nel maestro una piccola riflessione, una lettera scritta a sé stesso che discorre sulle condizioni dell’uomo e di quello che ha generato. La vita, la morte, l’architettura che abita il pianeta come espressione di tutte le sfaccettature dell’uomo, dall’attenzione alla natura al consumismo.

Così, poco più in là della foto di un divano fotografato in mezzo alla strada di Catania, che inneggia alla fantasia dei designer – o disegnatori industriali, come Sottsass qui li definisce, tenendo quasi a ribadirlo – troviamo i quartieri popolari indiani che sostituiscono le baracche ma arricchiscono i pubblicitari, con una facciata dedicata alle gigantografie di prodotti, bruttura nel paesaggio rurale. Riflessioni sul benessere, sulla bellezza, sull’edilizia – ironiche, dove i condomini per turisti a Ibiza dichiarano un’architettura fredda e ripetitiva, totalmente dedicata al consumismo – si accostano ai visi colorati dei guerrieri indiani, ai progetti di Le Corbusier in Asia, alle tombe messicane, alle strade. 

Queste ventisei istantanee di pensiero visivo restano quindi una forte testimonianza del maestro che con la sua visione ha influenzato non solo il modo che abbiamo di concepire l’architettura, ma anche la disciplina del progettare e il modo che abbiamo di osservare la realtà, in maniera sfaccettata, mai unica, e mai solamente da un punto di vista.

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