Filippo Berto: il design è nato a Meda mille anni fa - CTD
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Paolo Casicci

28 Novembre 2021

Filippo Berto: vi racconto la storia di Meda e perché il design è nato qui mille anni fa

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Dalle badesse di un monastero ai Compassi d’Oro. La storia di un pezzo di Brianza raccontata in un libro dall’imprenditore

C’è un passo, nel libro Made in Meda di Filippo Berto appena uscito, che riporta il design nel mondo che dovrebbe sempre essere il suo: quello dello stupore, della meraviglia anche un po’ fanciullesca di chi, ogni giorno, sperimenta e crea per entrare con un divano nelle case altrui. È il passo in cui Berto ricorda di quando, ancora bambino, girava in bicicletta per Meda, la “città dei Compassi d’Oro”, uno dei luoghi a più alta concentrazione di manifatture nel mondo, riempiendosi gli occhi dei cortili con centinaia di maestranze al lavoro immerse nelle nuvole di buscaj, i trucioli di legno: “Nella mia mente di bimbo mi chiedevo: ‘Ma quante case devono esistere al mondo per poter accogliere tutti questi mobili? Tantissime!’”. 

Filippo Berto nell’atelier dello scultore Osvaldo Minotti

È un bel libro, Made in Meda, per più di una ragione. Innanzitutto perché racconta in maniera semplice la storia millenaria di un fazzoletto di terra brianzola alle porte di Milano che una serie di condizioni, accanto alle virtù operaie e manageriali della sua gente, ha trasformato nel luogo in cui il design italiano ha avuto inizio, molto prima che la parola design esistesse. E poi perché a farsi carico di questa storia, e a narrarla come una specie di menestrello, non è uno storico di professione, ma un imprenditore come Filippo Berto, apprezzato per il suo modo fresco e fuori dai cliché di raccontare il design e la sua stessa azienda che a Meda s’è ritagliata un posto di rispetto accanto a nomi blasonati, da Cassina a Giorgetti giusto per farne un paio.

Filippo Berto con Giovanni Antona

Sono tantissime le scoperte che si fanno leggendo questo volume in cui ogni fatto è ancorato a riferimenti storiografici precisi. “Meda è stata per secoli – ed è tuttora, anche se in nuove forme – un mondo di laboratori, un brulichio di attività, un affascinante scenario di operosità” spiega Berto. “Da questa dimensione lavorativa del territorio, più unica che rara, evolutasi gradualmente e in modo organico con la popolazione, emergono i giganti del Novecento, le cui opere sono ammirate in tutto il mondo. Per tutti – i grandi nomi che avrebbero dominato il mondo del design come gli sconosciuti terzisti – le prime esperienze di lavoro si svolgono nel focolare domestico, e i ragazzi, dopo qualche anno di scuola, si mandano a bottega per imparare il mestiere.

Quello tra la famiglia del ragazzo e l’artigiano era un patto in piena regola, celebrato con una cena il lunedì sera, il lunedì di Paina. Da quel momento, il giovane sapeva che fino al giorno in cui sarebbe partito per la leva obbligatoria non avrebbe avuto scampo e avrebbe dovuto imparare un mestiere.

Un patto sottoscritto con una cena il lunedì sera portava il giovane che aveva finito la scuola dell’obbligo dentro la bottega di un maestro a imparare un mestiere. Per il giovane non c’era scampo fino al giorno della leva obbligatoria

Il talento Made in Meda è noto da tempo nel mondo. I primi casi di successo risalgono già all’inizio Novecento, nelle piazze commerciali di Germania, Francia, Stati Uniti, Canada, Argentina. “Ma pochi sanno che la storia inizia molto prima, nel Monastero fondato a Meda nell’Alto Medioevo, dove ora sorge il complesso architettonico Antona-Traversi. Un luogo che ha avuto il ruolo di far nascere quel comparto economico che, una decina di secoli dopo, avremmo chiamato design. Ancora meno persone sanno che l’economia nascente in ambito legno-arredo fu opera essenzialmente di donne. Perché donne erano i committenti dell’epoca, donne erano le influencer dell’epoca, donne erano i clienti. Non donne comuni, ma donne di potere, forti e volitive, che sulle proprie spalle reggevano il peso degli obiettivi e delle responsabilità che oggi sono dei manager: le Badesse succedutesi alla guida del Monastero benedettino che, già importante in partenza, divenne sempre più rilevante con il passare del tempo. I contadini alle dipendenze delle badesse, nel poco tempo che gli restava dal lavoro dei campi, davano forma a qualche mobile di servizio per i locali del Monastero, realizzavano qualche elemento di arredo, che poi andava riparato. Nacque così una piccola economia fatta di un contado che piano piano, per volere di quelle manager del tempo, apprese i primi rudimenti di un saper fare che avrebbe portato i loro pronipoti molto ma molto lontano”.

Filippo Berto nell’ex monastero benedettino di Meda

Dalla fondazione del Monastero in poi, la storia della manifattura di Meda attraversa i secoli e arriva a oggi dopo lo snodo cruciale degli anni Cinquanta del secolo scorso: il boom, la fondazione del Compasso d’Oro (nove premi sono riconducibili a Meda tra quelli assegnati a designer nati nella cittadina, come Antonio Citterio, o ad aziende del posto come Cassina). Il passaggio decisivo avviene in questo momento storico, quando non è più l’artigiano che concepisce, inventa e realizza – quasi in un flusso lavorativo indistinto – l’oggetto mobile, ma una figura dotata di talento proprio, estranea alla lavorazione manuale, che ‘vede’ l’oggetto, lo disegna, ricavando così uno spazio per sé, cioè il ruolo di designer.

Tutto questo era stato possibile perché nei secoli era cresciuto a Meda un ceto manifatturiero in grado di reagire alle varie disruption delle epoche precedenti: “Con la trasformazione da società agricola  ad artigiana, le stalle ben presto si  trasformarono in botteghe e laboratori, e nelle antiche corti del paese il muggito della mucca, il nitrito del cavallo e il grugnito del maiale lasciarono il posto al battere del martello o della mazzetta, allo stridere della sega a nastro, al fragore dei motori. Non c’era famiglia artigiana che non ambisse a possedere un pezzo di terra per costruirsi una casa con annesso il laboratorio”.

Filippo Berto con Carlo Maria Lanzani

Ma perché un imprenditore, ancorché radicato nella sua terra, sente il bisogno di riavvolgere un nastro collettivo e trasformarsi in una specie di aedo contemporaneo? “Per me e la mia azienda, costruita da mio padre Carlo e da mio zio Fioravante, investire nel passato è sempre stato importante”, spiega Filippo Berto, “perché il passato ci ha sempre aiutati a essere consapevoli di che cosa è successo prima che arrivassimo noi, e quindi a capire meglio la nostra forza. Quando mio padre e mio zio arrivano a Meda dal Veneto, nel ’74, non hanno le basi industriali né tantomeno i riferimenti internazionali dei giganti di questa terra, ma lo spirito giusto e il senso di appartenenza a un territorio. E quindi la dedizione totale a una causa. È quella cosa che io chiamo Spirito del 74, la cosa che c’era quando non c’era ancora nulla, l’orgoglio che animava le gare in bottega tra maestri artigiani a chi realizzava il capitonné perfetto, competizioni che non c’entravano niente con la vendita ai clienti, ma servivano a guadagnarsi la stima e il rispetto della comunità. Diciamo che finora, se volevo far conoscere questa storia, dovevo prendere ogni singolo ospite e portarlo al vecchio Monastero e di lì in giro per Meda. Da oggi ho un libro da regalargli”. 

Filippo Berto con il professor Eugenio Boga

Settant’anni dopo il boom, Meda è ancora una garanzia di perfetta manifattura, con le sue aziende e le sue maestranze premiate e riconosciute nel mondo, mentre Berto prosegue il suo cammino di azienda erede di una lunga storia, aggiungendo al ruolo di testimonial di Meda quello di Google Ambassador per le piccole e medie imprese italiane. Un ruolo ottenuto grazie a un percorso digitale d’eccellenza che negli ultimi vent’anni ha affiancato quello digitale, tra esperienze newyorchesi e l’ultima avventura appena iniziata e LOM, la cascina artigiana 4.0 nata da un’intuizione di Stefano Micelli che promette di portare nuova linfa all’azienda. Ma questa è un’altra storia. 

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