Finemateria, la forma segue la storia - CTD
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Paolo Casicci

16 Novembre 2021

Finemateria, design espanso come il poliuretano

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Il duo milanese, mezzo secolo in due, e un linguaggio maturo per raccontare le possibilità della materia

Ci sono storie di design che danno risposte felici a vecchie domande e la fanno sembrare questioni polverose. È il caso di Finemateria da Milano, al secolo Stefano Bassan e Gianluca Sigismondi, mezzo secolo in due, fino al 2019 studenti Ied e ora lanciati verso un futuro brillante dopo due edizioni di EDIT Napoli (l’anno scorso sono stati uno degli studi premiati per il miglior progetto inedito) e l’ultimo Fuorisalone.

Una storia di freschezza che risolve con l’entusiasmo dei 25 anni la più classica delle domande sul posizionamento del designer contemporaneo: autoproduzione o rapporto privilegiato con l’industria? Al momento, Finemateria ha optato con carattere per una terza via che ingloba una strada e l’altra, senza doversi caricare del peso di etichette e condizionamenti. In più, lo ha fatto con una verticalità rara, esplorando fino in fondo le possibilità creative del poliuretano espanso con cui lo studio ha realizzato arredi giocosi e leggeri, ma anche raffinati e sopra le righe. 

Cutted Clouds, strati di poliuretano per il divano di Finemateria

In un anno, vi siete fatti conoscere tra EDIT Napoli e il Fuorisalone di Milano lavorando con il poliuretano espanso per esplorare le possibilità di questo materiale centrale nella produzione di poltrone e divani. Perché proprio il poliuretano, che avete portato a vista nei vostri progetti? 

“È successo un po’ per caso, entrando in una fabbrica di materassi e scoprendo le mille possibilità che si aprivano tra forme e tagli diversi di questo materiale associato da sempre alle imbottiture. Approfondire quella strada è stato naturale. Così nel 2020 è nata Confort/Uncomfort, la sedia dove un blocco di poliuretano diventa lo schienale avvolgente che dialoga con la seduta fredda in alluminio, e quest’anno gli altri due progetti portati a EDIT Napoli: Cutter Clouds è un divano in tre strati di poliuretano, un pezzo semplice e minimale, dove il materiale diventa forma e struttura, mentre Please Hold Up è una sedia, anch’essa in poliuretano, dove la variante UP40 del materiale, ad alta portanza, permette alla sedia di reggersi senza altra struttura, il che la rende un prodotto con un elemento di novità. In mezzo a questi due progetti c’è stato Display, la vetrina allestita al Fuorisalone per raccontare fuori dalla logica del prodotto proprio le possibilità del poliuretano”.

 

Lavorare con materiali di scarto vuol dire inevitabilmente misurarsi con la sostenibilità. Che rapporto avete con questo tema? 

“Diciamo che è un tema sul quale vogliamo evitare equivoci e ammiccamenti facili. Noi consideriamo sostenibile il nostro design, ma non tanto perché utilizziamo gli scarti. Anzi, per la verità non in tutti i nostri progetti abbiamo impiegato residui di produzione: lo abbiamo fatto a settembre per Display, quando abbiamo usato gli scarti della produzione di materassi per la vetrina milanese, mentre per le sedute portate a EDIT Napoli in questi due anni bisogna distinguere: nel 2020 il poliuretano era di scarto, anche se non era la sostenibilità il focus; questa volta, invece, i mobili sono stati fabbricati impiegando materiale di primo utilizzo. Sostenibilità non è soltanto lavorare con gli avanzi di produzione. Il nostro design è sostenibile perché è monomaterico, perché non ha bisogno di troppe risorse, non va montato ed è facilmente trasportabile. In una parola, facciamo design sostenibile perché ispirati a un’idea di semplicità”. 

Cutted Clouds, il divano composto di tre strati di poliuretano e rivestito in tessuto Ripstop Nylon

La forma segue la funzione: nel vostro caso, come è andata? 

“Quando abbiamo iniziato a esplorare le possibilità che si aprivano in fabbrica, ci siamo dati due obiettivi: creare arredi che avessero un’identità forte e, come si dice nel mondo del design, ‘interpretare’ l’azienda, quindi assecondare le forme del poliuretano, citarle lavorando su stratificazioni e curvature come si fa per produrre i materassi. Il divano è stato disegnato dal fianco, perché il taglio è orizzontale: la forma è scaturita da lì. Non ci interessa creare forme nuove, del resto è ormai impossibile farlo. Né ci interessa il decoro fine a se stesso. Volevamo qualcosa che si distinguesse per rigore, eleganza, semplicità. E leggerezza: qualcosa che non fosse percepito come un arredo fisso, ma fosse agile nello spazio”. 

 

Dai vostri progetti emerge un certo amore per lo storytelling: si vede dalla rappresentazione iconografica dei lavori e dalla comunicazione social. È così? 

“Sì, ci fa piacere che si veda. Quando prima spiegavamo che in Comfort/Uncomfort il focus non era tanto la sostenibilità, nonostante in quel caso avessimo impiegato poliuretano di scarto, volevamo dire che ci interessava soprattutto lo storytelling. Volevamo esprimere una nostra idea di design inteso come racconto delle possibilità, di cosa puoi fare entrando in un’azienda e misurandoti con un certo materiale. Crediamo che il futuro del design sia davvero raccontare storie e portare emozione, non soltanto fare estetica. Non esistono più forme da reinventare, né ci interessa il decoro in sé. Quando facciamo ricerca, ricerchiamo valori”. 

Please Hold Up, la sedia interamente in poliuretano espanso UP40 autoportante

Avete dei riferimenti precisi nel passato? 

“Di base, cerchiamo sempre di vedere le cose da un punto di vista diverso da quello di un designer di prodotto. Non abbiamo punti di riferimento precisi, la forma in genere viene lavorando la materia. Non siamo di quegli studi che per progettare una sedia o un divano riempiono le pareti di moodboard. Semmai guardiamo alla fotografia. Forse è proprio la fotografia la cosa che ci appassiona di più, subito prima della grafica. In genere prendiamo molto esempio da chi comunica bene anche con le immagini e con le parole”. 

Sulla sostenibilità vogliamo evitare ammiccamenti o equivoci facili: il nostro design è sostenibile perché semplice, impiega poche risorse, è modulare, non richiede montaggio. L’uso di materiali di scarto è soltanto un elemento, e non sempre fisso, nei nostri progetti

Dimostrate un rapporto sereno con la comunicazione, a differenze di molti colleghi più grandi abituati a liquidare il tema come ‘altro’ da sé.

“Diciamo che siamo figli di un tempo in cui i designer hanno dovuto imparare a far bene tantissime cose. Quello che ci sta a cuore è essere riconoscibili, avere un nostro linguaggio chiaro. Una volta potevi puntare su una posizione professionale più puntuale e specifica, oggi troviamo divertente, oltre che sensato, cimentarci non soltanto con il prodotto ma anche con l’exhibit design come abbiamo fatto con le vetrine del Fuorisalone. Abbiamo lavorato anche con i video perché ci piaceva registrare il modo in cui il pubblico si accostava alla sedia. La multidisciplinarietà non è una condanna, siamo felici di praticarla”.  

Window Display – Foamy Fantasy, l’installazione per raccontare il poliuretano all’ultimo Fuorisalone.

L’altra caratteristica non da poco è che sembrate sciogliere con grande serenità anche la diatriba classica tra autoprogettazione e design industriale: date l’idea di trovarvi benissimo con l’una e con l’altro, o sbaglio?

“In effetti è proprio così. Forse anche in questo siamo figli di un tempo che ha abituato i designer a misurarsi con realtà e approcci differenti sempre in maniera naturale. Non vediamo conflitti nel disegnare per un’azienda e fare allo stesso tempo autoprogettazione. Peraltro, questa ci sembra una contrapposizione ancora molto italiana. All’estero, soprattutto in Nord Europa, moltissime aziende fanno scouting tra i designer indipendenti e, se trovano un progetto interessante, lavorano a una conversione in cui si ritrovino tutti, il designer e l’azienda stessa. Qui da noi probabilmente siamo un po’ indietro, da questo punto di vista”. 

Possiamo scegliere l’autoprogettazione o il design industriale: non ci spaventa praticare tutte e due le cose. In Nord Europa ci sono esperienze di contatto virtuoso tra designer e indipendenti e aziende. In Italia siamo un po’ indietro, da questo punto di vista

Andrete ancora avanti con il poliuretano? 

“Quando abbiamo iniziato a lavorare con questo materiale non ci siamo dati un limite di tempo: abbiamo iniziato a esplorarlo perché ci interessava e abbiamo continuato a farlo perché i risultati erano interessanti. Al terzo progetto in due anni, forse è arrivato il momento di guardare altrove”. 

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