Il presidente degli architetti italiani: non siamo ancora una comunità, per questo il governo si dimentica di noi - CTD
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Vincenzo Bernardi

25 Ottobre 2021

Intervista al presidente degli architetti italiani: non siamo ancora una comunità, per questo il governo si dimentica di noi

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Francesco Miceli a tutto campo, dal Pnrr al superbonus che non aiuta granché l’ambiente. “L’individualismo esasperato un male storico della categoria”

“Dobbiamo superare un male storico della nostra categoria che è quello dell’individualismo esasperato. La soluzione ai problemi che riguardano tutti non arriva da iniziative personali, ma solo se c’è una comunità unita che è d’accordo su alcuni principi fondamentali sui quali fare battaglia. Uno dei miei principali obiettivi è proprio quello di far nascere la comunità degli architetti che si possa presentare unita su alcuni valori fondanti del nostro mestiere”.

Dopo il nostro pezzo sull’autostima degli architetti, il presidente del CNA, Francesco Miceli, interviene con questa intervista a Cieloterradesign. Il Pnrr è il punto di partenza, il tema sono soprattutto il ruolo e le prospettive della categoria.

Partiamo dall’episodio del Ministero che si è dimenticato di inserire gli architetti tra le figure professionali ricercate per le procedure di attuazione del Pnrr. Secondo lei come è potuto accadere tutto questo e cosa ne pensa a riguardo?

A di là delle giustificazioni, l’episodio è un po’ triste. Un ministero non può dimenticare nella stesura di un Dpcm una categoria che svolge un ruolo centrale nella vita dell’intera comunità e che dà un contributo molto importante alla crescita del Paese e alla sua ripresa. L’errore può sempre succedere per una svista, ma mi sarei aspettato un comunicato diretto e possibilmente anche delle scuse, non una risposta generica che faceva riferimento a tutte le categorie ordinistiche e non ordinistiche. Davvero, come ha scritto Cieloterradesign, la pezza è stata peggiore del buco. Oltretutto si trattava di una osservazione formulata in maniera pacata e che faceva notare un errore grave al quale bisognava evidentemente porre rimedio.

Il nostro non è un atteggiamento negativo nei confronti di quello che si sta facendo, ma non posso non notare una contraddizione rispetto alle politiche che l’Europa sta mettendo in atto attraverso una strategia che propone la transizione ecologica come una rivoluzione culturale. Questa rivoluzione, necessaria per affrontare i problemi che abbiamo davanti a partire dal cambiamento climatico fino alla salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità, presuppone un cambiamento nel nostro modo di vivere e l’Europa indica tra le figure che si devono occupare di questi aspetti anche gli architetti. 

Come giudica il Pnrr a livello di strategie urbane e il suo impatto su temi centrali come quelli quello spazio pubblico e della qualità della vita nelle città? 

Vedo sicuramente un impegno importante del Governo a mettere insieme strategie e programmi per l’infrastrutturazione del territorio dal momento che i fondi del Pnrr sono in gran parte destinati ad ammodernare il Paese, il che è utile e necessario, ma non vedo la stessa attenzione al tema della vita nelle nostre città. È l’Agenda Urbana la grande assente nelle politiche dei Governi e non solo di questo. Anche questa è una contraddizione perché sempre l’Europa ne sottolinea l’importanza dal momento che in ambito urbano vivono e vivranno la maggior parte delle persone. Ripensare le città e occuparsi dei temi della rigenerazione urbana, intesa come capacità di dare loro nuova vita, mi pare un tema fondamentale ma in cui si registrano dei ritardi da parte della politica. Quando è venuto fuori il Pnrr, anche sulla base di precise richieste da parte dell’Europa, c’è stata la volontà e la necessità di accompagnare i programmi di investimento con riforme importanti. Si è parlato di quella della Pubblica amministrazione, di quella del Fisco ma non della riforma del governo del territorio. Io ho sollevato il problema fin dall’inizio e continuiamo a farlo tutte le volte che ci capita di discutere con componenti del Governo. Recentemente dal ministro Giovannini, che già avevamo invitato alla prima Conferenza degli Ordini dopo il nostro insediamento, abbiamo appreso che ci sarà un secondo tempo del Pnrr.

In questo secondo tempo potremo intervenire oppure registreremo ancora una volta delle decisioni già prese? 

Personalmente avrei preferito che non ci fossero una prima e una seconda ma un’unica fase in cui fosse delineato esattamente il quadro e il programma degli interventi e in cui il tema della città venisse non rinviato ma affrontato contestualmente al tema delle grandi infrastrutture strategiche.

Il Ministro ha fatto capire che questo secondo tempo vedrà un coinvolgimento degli architetti in quanto figure centrali sul tema della città e della trasformazione urbana e della qualità degli spazi urbani che assumeranno un valore ancora maggiore nella fase post pandemica.

Dal ministro Giovannini abbiamo appreso che ci sarà un secondo tempo del Pnrr e che vedrà un coinvolgimento degli architetti in quanto figure centrali sul tema della città e della trasformazione urbana e della qualità degli spazi urbani che assumeranno un valore ancora maggiore nella fase post pandemica

Mi passi una battuta, ma è come quando dopo che la casa è stata realizzata si chiama l’architetto per metterci una pezza e può darsi che neanche ci si riesca bene perché non ci sono le condizioni e allora se la prendono con lui. Al di là di questo, mi sembra purtroppo la fotografia di una situazione molto reale in cui abbiamo grandi difficoltà ad affermare il nostro ruolo.  Cosa dobbiamo fare per cambiare questa situazione?

Dobbiamo fare una battaglia culturale sui temi dell’architettura e della qualità del progetto. Questo è un Paese che, a parte la sua tradizionale incapacità di programmazione e di guardare in termini di prospettiva, ha un altro grande difetto perché ritiene il progetto qualcosa di secondario e invece è il passo più importante e decisivo per raggiungere la qualità dell’opera. 

 “L’Italia l’han fatta metà Iddio e metà gli Architetti”. È una frase di Giò Ponti che purtroppo male si applica alla nostra quotidianità spesso occupata da normative snervanti e che riguardano esclusivamente aspetti quantitativi e tecnici e mai qualitativi. Possibile che non si riesca a fare di meglio di Supebonus, Sisma Bonus e altri bonus?

La mia considerazione è che proprio la complessità dei problemi porti a preferire soluzioni mediane che però stanno lontane dalla qualità. Facevo appunto notare al Ministro poco tempo addietro che provvedimenti come quelli che ha elencato non risolvono i problemi delle città. Il Superbonus ad esempio, che è una operazione economica e fiscale, ha oltretutto un impatto assai modesto in termini di benefici ambientali dal momento che il patrimonio edilizio italiano è nella stragrande maggioranza dei casi in classe G e migliorando di due classi per come prescrive la normativa si va a finire in classe E. Decisamente non un gran risultato e poi non si risolvono i problemi delle città plastificando gli edifici con i cappotti. Allora la soluzione è mettere in campo una strategia basata sull’Agenda Urbana. Si vorrebbe costituire la Commissione Interministeriale sui Problemi Urbani (CIPU) che potrebbe essere interessante ma a mio parere non è sufficiente. Un Governo che vuole darsi delle politiche efficaci in ambito urbano ha il dovere di interpellare e coinvolgere il mondo delle professioni.

Il Superbonus è una operazione economica e fiscale con un impatto assai modesto in termini di benefici ambientali dal momento che il patrimonio edilizio italiano è nella stragrande maggioranza dei casi in classe G e migliorando di due classi per come prescrive la normativa si va a finire in classe E. Decisamente non un gran risultato e poi non si risolvono i problemi delle città plastificando gli edifici con i cappotti. Allora la soluzione è mettere in campo una strategia basata sull’Agenda Urbana.

Il dialogo con il ministro è avviato, ma ci sono iniziative specifiche che il Consiglio Nazionale pensa di portare avanti? 

Noi in effetti non ci siamo mai fermati. Ma evidentemente anche il nostro modello di comunicazione deve cambiare perché le nostre proposte arrivano a chi ci governa che poi magari se ne scorda nello scrivere i Dpcm. Ma la cosa più importante è farle arrivare alla società. Anche la Legge per l’Architettura, che abbiano sempre sostenuto, è una legge per la società non per gli architetti. Personalmente spero molto anche nella capacità dei mezzi di comunicazione di attivare il dibattito e la discussione.

Martedì prossimo terremo a Mestre un convegno sui temi della rigenerazione urbana e mostreremo alcuni esempi di buone pratiche che ci sono state in Italia. Lanceremo pure la costituzione di un archivio il cui obiettivo è anche spiegare cosa sia la rigenerazione urbana dal momento che ancora molti la associano alla vecchia politica del riuso, dell’imbellettamento e di qualche riqualificazione, ma che invece è qualcosa di più complesso e articolato che interviene su diversi ambiti, non sono solo sull’aspetto fisico, e riguarda l’inclusione sociale, gli aspetti di vita, il bene comune e l’economia di una realtà. 

Cercheremo inoltre di individuare anche occasioni per realizzare dei tavoli di lavoro insieme al governo come avvenuto nel recente convegno di Catania in cui abbiamo ribadito al ministro Giovannini l’importanza dell’Agenda Urbana e il tema del cambiamento della legge urbanistica fondamentale che risale all’ormai lontano 1942.

Un altro passaggio fondamentale che abbiamo intenzione di fare riguarda il Codice dei Contratti perché non possiamo più stare dentro la sfera dei servizi in cui ci troviamo, ad esempio, insieme alle imprese di pulizie. Il progetto ha le sue specificità e bisogna tirarlo fuori da quel macrosistema in cui c’è di tutto per fare delle norme ad hoc che lo inquadrino anche dal punto di vista della qualità. 

Noi in effetti non ci siamo mai fermati. Ma evidentemente anche il nostro modello di comunicazione deve cambiare perché le nostre proposte arrivano a chi ci governa che poi magari se ne scorda nello scrivere i Dpcm

Le mille difficoltà di ogni giorno alimentano il senso di sfiducia che probabilmente allontana da una partecipazione finalizzata al raggiungimento di obiettivi comuni.

Qui c’è da superare un male storico della nostra categoria che è quello dell’individualismo esasperato. La soluzione ai problemi che riguardano tutti non arriva da iniziative personali ma solo se c’è una comunità unita che è d’accordo su alcuni principi fondamentali sui quali fare battaglia. Uno dei miei principali obiettivi è proprio quello di far nascere la comunità degli architetti che si possa presentare unita su alcuni valori fondanti del nostro mestiere.

L’architetto è l’unica figura professionale capace di operare una sintesi tra sapere tecnico scientifico e cultura umanistica, eppure tra gli eventi formativi promossi dagli Ordini sono pochi quelli a carattere culturale proprio perché le richieste normative impongono un aggiornamento continuo che non lascia spazio ad altro. Tutto questo in qualche modo non rischia di snaturare figura stessa dell’architetto?

La mia preoccupazione è infatti quella e noi dobbiamo rilanciare questo modo di essere del nostro mestiere che è fondante e inalienabile. Su questa situazione anche noi architetti però abbiamo dato il nostro contributo in negativo perché abbiamo pensato che inseguire la normativa ci desse più possibilità di lavoro e abbiamo smarrito il senso della nostra visione professionale.

Anche noi architetti però abbiamo dato il nostro contributo in negativo perché abbiamo pensato che inseguire la normativa ci desse più possibilità di lavoro e abbiamo smarrito il senso della nostra visione professionale.

Progettiamo il nostro futuro, come immagina quello dell’architetto?

Mi auguro ci sia una partecipazione ampia a questo processo di revisione e di riforma culturale che bisogna fare nel nostro Paese. Io penso sia necessario uno sforzo importante per costruire presenze organizzate e meno legate all’individualità.

Una delle iniziative alle quali stiamo pensando e per le quali formuleremo delle proposte è quello di costituire delle società di professionisti che possano accedere a facilitazioni e agevolazioni da parte del governo. Penso in particolar modo ai giovani architetti che entrano nel mondo del lavoro e soprattutto a quelli che finiscono in studi, a volte anche importanti, che non applicano i modelli di comportamento che dovrebbero e impongono il meccanismo della fatturazione e situazioni di sfruttamento.

Penso inoltre a un futuro in cui la comunità degli architetti riesca ad aprire un dialogo anche con le altre professioni che hanno competenze e possono portare contributi per affrontare i temi che sono di per sé complessi.

Nella foto grande, Francesco Miceli in una foto di Stefano Anzini

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