L'alfabeto della rinascita di Francesco Morace e il nuovo storydoing del design italiano - CTD
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Rossella Caruso

11 Aprile 2022

Il libro di Francesco Morace e il nuovo storydoing del saper fare italiano

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“L’alfabeto della rinascita” celebra 26 storie esemplari di imprese storiche e non. Un balsamo per chi opera nel design in questi tempi incerti

Quest’ultimo libro di Francesco Morace – con Giulio Ceppi, Marzia Tomasin, Roberto Mordacci -, disponibile da gennaio scorso: Alfabeto della rinascita. 26 storie di imprese esemplari (Egea edizioni), è stato per un po’ sul mio desktop nel formato digitale, prima che decidessi di scriverne. Nel frattempo, lo avevo consigliato agli studenti del corso di storia e critica del design contemporaneo, dedicandogli anche un post sul mio profilo social, mentre rileggevo le pagine introduttive: un vero balsamo per chi opera nel mondo sempre più ampio e complesso del design. 

L’oggetto della ricerca, sviluppato attraverso il racconto di ventisei aziende italiane, non può che suscitare interesse tra gli operatori del settore, e non solo. Se non altro per il suo valore propositivo, a vantaggio di storie d’impresa dal forte carattere identitario, associate ai concetti di rinascita ed emozionalità che, come un basso continuo, sostanziano l’intera pubblicazione. 

“La narrazione potente e necessaria” (titolo della seconda parte del volume, a cura di Marzia Tomasin), racconta di vicende imprenditoriali che ci riguardano, non solo territorialmente, disegnando una galassia coerente quanto varia che gli autori così specificano: “Ci interessa l’Italia «di mezzo», della qualità accessibile, in cui «il saper fare», espresso attraverso il design e il gusto di vivere, gioca – insieme all’automazione delle macchine – un ruolo decisivo”.

L’alfabeto della rinascita, Egea

Un libro scritto a quattro mani e immaginato durante la prima ondata pandemica, che esamina un numero statisticamente significativo di aziende italiane – o con una forte presenza sul territorio italiano (come Würth) -, descrivendone “la straordinaria e faticosa capacità, da parte dei protagonisti, di vivere il senso dell’impresa: sempre in prima linea e in prima persona”. In un arco temporale lungo un secolo: dal 1921 (Alessi) al 2021 (AideXa).  

“Ci interessa l’Italia «di mezzo», della qualità accessibile, in cui il saper fare, espresso attraverso il design e il gusto di vivere, gioca – insieme all’automazione delle macchine – un ruolo decisivo”

Oltre cinquecento pagine da consultare periodicamente oltre che da leggere; in una forma grafica poco accattivante, forse perché gli autori auspicano un generale superamento de “l’idea del potere dell’immagine e della comunicazione, che è un potere di fascinazione – passivo – ma non vitale, per rivalutare il potere autentico della relazione umana”. E viceversa una pubblicazione acuta nella determinazione degli assunti, nella selezione, nell’ampio spazio dato alle riflessioni su “i limiti della globalizzazione”; sull’importanza dello storydoing (più che dello storytelling); sulla necessità di praticare un nuovo paradigma, una “manualità del pensiero”: espressione originale quanto mai efficace e densa di buoni auspici. 

Nel ricostruire un’inedita narrazione del “design italico” degli ultimi cento anni, sono state scelte quelle aziende che meglio hanno saputo rispondere con flessibilità e tempestività – ognuna a proprio modo e nei diversi settori del design – al mutare dei tempi, prendendo le distanze da un certo business, e dalla spersonalizzazione dei processi e degli obiettivi. Aziende più che note degli anni Cinquanta e Sessanta, o meno conosciute, accanto a storie e filosofie imprenditoriali fondate nei primi decenni del secolo scorso, come Treccani (1925); o degli anni Duemila, come Opto Engineering (2002) e Nexi (2017). 

Claudio Sedazzari, ad di Opto Engeneering

Realtà produttive e tecnologiche che hanno scommesso sull’internazionalizzazione e l’interculturalismo, mediante forme diverse d’innovazione, e ispirate da un immaginario sostenibile, da una “energia dei territori” da intendersi come stratificazione di conoscenze, relazioni e know-how. 

Tutte inscritte in un nuovo decalogo/manifesto per la costruzione di un “Italian Human Design” (ultimo paragrafo); dopo essere state ordinate in un acronimo lungo quanto un alfabeto: “un abbecedario delle utopie d’impresa che possano ispirare, stimolare, insegnare, educare”. 

Restituendo infine valore progettuale al libro stesso, che ad Aldo Manuzio e ad Adriano Olivetti dedica le ultime battute. 

Francesco Morace

Nella foto grande in alto, il nuovo hub Zanotta a Nova Milanese

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