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Ludovica Proietti

10 Gennaio 2022

Perché la storia incredibile del fungo matsutake parla al mondo del design

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Il saggio di Anna Tsing su questo esemplare raro di fungo è la metafora del vivere tra le rovine del nostro mondo immaginandone un altro basato su valori nuovi. Che è anche un compito del design

Che cosa hanno in comune le foreste dell’Oregon, i profughi di etnia Iu Mien emigrati dal Laos negli Stati Uniti dopo la guerra in Vietnam e il pino rosso del Giappone? Un odore. E molto altro.

Un odore antico, che viene esaltato dai poeti giapponesi già dal XVI secolo. 

È il profumo – o l’olezzo, dipende dalla sensibilità e da altri fattori, innanzitutto dall’essere umani, alci o lumache – del fungo matsutake. 

Marrone, dal piede spesso e dal cappello bombato e liscio, questo abitante delle foreste è considerato una vera e propria specialità in tutto il Giappone, dove serve estrema maestria per prepararlo. 

Da sempre, è il simbolo meraviglioso e incontrastato dell’autunno che avanza. Ha un odore pungente, che preannuncerebbe l’arrivo della stagione delle piogge, secondo altri invece sa di putrefazione. Per gli europei è nefasto – la classificazione della tipologia euroasiatica fu Tricholoma nauseosum, ovvero tricoloma nauseante, anche se è stata modificata poi per rispetto verso i giapponesi in Tricholoma matsutake – mentre per gli orientali è un cibo prelibato. Per alcuni, gradevolezza o disgusto dipenderebbero dalla predisposizione d’animo che si ha quando incontra i nostri nasi.

Quella che ci racconta Anna Lowenhaupt Tsing nel saggio Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo (Keller editore) è una storia speciale di progetti, di vita, di mercato, di libertà. 

E da questa storia in cui natura, cultura, sociologia e ambientalismo si intrecciano abbiamo da imparare moltissimo su come interpretare l’esistenza che verrà ai limiti, “nelle rovine” del capitalismo, quelle rovine verso cui secondo l’autrice ci stiamo muovendo. 

La particolarità del matsutake è infatti proprio quella di crescere nelle rovine. Cresce tra gli alberi storti che sopravvivono agli incendi, negli ambienti umidi dei luoghi abbandonati, addirittura dopo i disastri nucleari – si dice che sia stata la prima forma di vita ad apparire dopo i disastri di Hiroshima e Nagasaki, che, per un gioco del destino, ci saltano in mente come un’esplosione a forma di fungo. E si adatta a un’esistenza precaria, diventa preda di cacciatori di qualsiasi tipologia, simbolo di libertà e di emancipazione. 

Grande protagonista della letteratura – al matsutake sono dedicate poesie e haiku – è anche il centro di tante storie umane. Sin dalla scoperta della bontà e della rarità di questo esemplare, la condizione di cercatore di funghi ha caratterizzato zone del pianeta e condizioni umane tra le più disparate. L’autrice incontra i profughi Iu Mien nelle foreste dell’Oregon, dove la tipologia americana del matsutake viene raccolta per essere inviata come specialità allo stesso Giappone, terra originaria del fungo insieme a tutto il Sudest asiatico. Ci racconta di condizioni di vita precarie, di riscatto e di libertà, di sistemi come l’Open Ticket – un modo di vendere il fungo, ma anche un “luogo” dove venivano relegati gli immigrati asiatici negli Stati Uniti fino al secolo scorso. Ci racconta di momenti di condivisione, ma anche di morti tragiche e di sogni che non si realizzeranno mai, sempre con il distacco di chi persegue una ricerca scientifica. 

Il fungo alla fine del mondo, Anna Tsing (Keller)

La storia del matsutake diventa metafora di un modo nuovo di osservare la realtà e progettarla. Per questo, leggere il saggio di Anne Tsing è anche un modo per esplorare le possibili frontiere del design, della cultura del progetto: “Dovremmo provare a guardarci attorno e osservare questo nuovo mondo, e dovremmo ampliare gli orizzonti della nostra immaginazione fino ad abbracciarne i contorni. E qui ci vengono in soccorso i funghi. La prontezza con cui i matsutake spuntano in paesaggi devastati ci permette di esplorare le rovine in cui ora abitiamo tutti”.

Dovremmo provare a guardarci attorno e osservare questo nuovo mondo, e dovremmo ampliare gli orizzonti della nostra immaginazione fino ad abbracciarne i contorni. E qui ci vengono in soccorso i funghi. La prontezza con cui i matsutake spuntano in paesaggi devastati ci permette di esplorare le rovine in cui ora abitiamo tutti.

Il libro ci racconta di grossisti come Makoto Ogawa, sorta di antichi consulenti che intercettano i funghi e ne trovano i migliori acquirenti, e lo fanno inseguendo l’odore di queste manifestazioni naturali come un tempo perduto, paragonandoli alle madelaine di Proust. La ricercatrice ci fa scoprire come il fungo matsutake migliore venga qualificato ormai come dono e la sua qualità preziosa dipenda dalle relazioni che si creano intorno alla sua presenza. 

Il fungo e il design

L’esistenza del fungo matsutake è un intrecciarsi di storie, è la creazione di un sistema sotterraneo, proprio come quello che co-esiste tra la natura che lo circonda e con cui scambia continuamente informazioni, e ha tantissime analogie con il mondo del design. Il matsutake, del resto, non esisterebbe senza gli scambi con lassociazione simbiotica fra il micelio di un fungo e le radici dei pini.

Il design è simbolo di libertà espressiva, sensoriale, comunitaria, ma allo stesso tempo deve assoggettarsi alle logiche della produzione e del mercato, oltre che a quelle della ricerca pura. E infatti nel suo libro Anna Lowenhaupt Tsing racconta di come si tenti di dare vita a foreste in rovina, pur di vederci spuntare il matsutake per poi venderlo.

Anche il design genera un risultato diverso partendo dalla stessa matrice di ricerca – esistono funghi matsutake in ogni emisfero, e se il loro odore pungente rimane, la percezione ne è sempre diversa. Anche il design, come il matsutake, è al centro di valutazioni affettive prima ancora che di prezzo, e come il matsutake esprime uno status, un’appartenenza. Infine, come il matsutake, il design è potenzialmente immortale: non muore di vecchiaia, ma di incuria, di mancanza di risorse e di popolarità.

Calato nella realtà precaria dei nostri giorni, la storia del matsutake diventa una sorta di metafora della trasformazione dell’individuo, della socialità, delle professioni e della vita. “Quasi ogni sviluppo può essere considerato un co-sviluppo. Per co-sviluppo intendiamo l’abilità delle cellule di una specie di contribuire allo sviluppo normale del corpo di un’altra specie”, per dirla con Wilcott Gilber e David Epel, autori di Ecological Developmental Biology. I funghi ci insegnano proprio le connessioni: nascono dall’intercettarsi delle spore che volano col terreno umido a ridosso degli alberi, con cui scambiano nutrimento e informazioni, e da queste prendono odori e forme, plasmano la loro esistenza in un sistema aperto e potenzialmente infinito: proprio come dovrebbe essere il buon progetto, quello atemporale, che parla a generazioni passate e future con un linguaggio capace di modificare e modificarsi.

Ma anche specie come il calamaro delle Hawaii – che non sviluppa una capacità di bioluminescenza fondamentale per la sua sopravvivenza senza l’aiuto di batteri – e la farfalla Maculinea arion – che non sopravvive senza essere infestata da una colonia di formiche – o lo stesso essere umano, che non digerirebbe il cibo senza la presenza di batteri dello stomaco, ci insegnano come l’assemblaggio inteso proprio come sistema aperto e fruibile sia il fulcro della sopravvivenza. 

È la ricerca di terreni comuni e inter-specie che deve farci riflettere su come procedere nella direzione giusta, verso un progetto che viva al di là delle mere logiche del mercato e abbracci quanto di buono esiste evolvendosi in coscienza mirata, esplorando realtà come le comunità rurali giapponesi satoyata, più volte citate nel libro, che hanno dovuto rifarsi e riconcepirsi come comunità proprio in seguito all’industrializzazione.

Anche nel mondo del progetto, che sta sviluppando nuove forme di contaminazione, creando e scoprendo sacche vuote da occupare con una missione anche politica, per sopravvivere alla sovrapproduzione, alla speculazione di più bassa lega e alla deculturalizzazione del settore, questa teoria dovrebbe farci abbracciare la novità e proiettarci verso un mondo dove il profitto viene meno in nome di una collettività culturale ed emozionale sempre più profonda.

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