I dati siamo noi. La DataMeditation di Iaconesi e Persico al Maxxi - CTD
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Paolo Casicci

7 Novembre 2021

I data siamo noi. Che cosa abbiamo scoperto con l’ultimo esperimento di Iaconesi e Persico al Maxxi

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DataMeditation, l’autobiografia corale di 80 volontari per entrare in empatia tra di loro e generare consapevolezza sulla crisi ambientale

Fino a ieri mattina, se mi avessero chiesto una definizione di data, avrei risposto usando il mio bagaglio di giornalista: un flusso di informazioni raccolte e organizzate e che, se ben interpretate, orientano le nostre scelte, private e pubbliche, in qualsiasi ambito, dalla sanità all’ambiente, dall’economia all’alimentazione. A seconda dell’interlocutore, avrei specificato o meno che i data non sono mai neutri, perché non è mai neutro il modo in cui li raccogliamo. E che quindi anche le informazioni che i dati ci restituiscono vanno interpretate secondo quella che, forse un po’ semplicisticamente, avrei definito la buona fede dell’analista.

Con questo background sono arrivato al Maxxi per scoprire DataMeditation, l’ultimo progetto di Oriana Persico e Salvatore Iaconesi, gli artisti/ricercatori con una lunga storia di cyberattivismo alle spalle e che sui data hanno fondato durante il primo lockdown il centro Her She Loves Data/ Nuovo Abitare. Per tutta la settimana precedente la mostra, Persico e Iaconesi hanno radunato in un sito open source a cui accedere con un nickname e senza dover scaricare nessuna app, gli ottanta volontari tra i 19 e i 76 anni di questo esperimento che voleva raccogliere in una sorta di respiro collettivo il sentimento delle persone sulla casa e l’ambiente. 

Per un’ora, dalle 21, è stato chiesto tutte le sette sere dell’esperimento a ciascuno degli ottanta datameditanti di scrivere dove fosse in quel momento, che cosa stesse facendo, quale fosse il proprio rapporto con l’ambiente e il proprio livello di comfort o di discomfort. E, infine, di inviare un messaggio nella bottiglia al proprio “partner” dall’altra parte del software, che il sistema aveva scelto casualmente tra gli altri settantanove partecipanti. Il flusso di risposte veniva tradotto in suoni: sull’orecchio sinistro, i propri dati, sul destro quelli dell’altro. 

Nella Videogallery del Maxxi, si possono vedere fino a oggi i risultati dell’esperimento: sul monitor sono proiettati i dialoghi, ovviamente anonimi, tra le coppie di datameditanti, accompagnati dai rispettivi suoni, mentre quella che potremmo definire l’infografica con i risultati dell’esperimento è esposta su un tavolo sotto forma di un rotolo che ricorda quello sacro della Torah. 

È proprio davanti a quel rotolo illuminato come in un museo di arte sacra che la percezione dei data e della loro funzione può cambiare completamente. 

In me, è cambiata con la prima domanda che ho rivolto a Oriana e a Salvatore subito dopo avere visto la “Torah”. Volevo sapere che cosa emergesse da quel diario collettivo, qual era il senso dei pensieri estratti da quelle sette ore, una al giorno, di meditazione di gruppo. Pretendevo, insomma, di usare gli istogrammi come uno qualsiasi dei grafici che troviamo in un giornale o in un libro e che, sotto a un titolo e accanto a un testo, ci dicono, per esempio, quante ore abbiamo passato a casa nell’ultimo anno e mezzo, se nutriamo sensi di colpa verso l’ambiente, se ci sentiamo felici o infelici nei nostri spazi. Tutte risposte che, senza dubbio, quei grafici danno. Il punto, però, è che più interessanti delle risposte sono le domande che dai quei dati possono nascere se proviamo a leggerli come una specie di grande autobiografia collettiva. Se cioè proviamo a pensare a quel flusso non tanto come a un dato matematico, ma come a un racconto corale. Non a caso, oltre al “rotolo”, l’altra forma che ha preso l’esperimento è quella di un libro in cui tutte le risposte dei datameditanti sono state remixate dando vita a un vero e proprio romanzo in cui tutti potevano riconoscersi, frase per frase.  

In questo esperimento più che i numeri contano le forme a cui danno vita: gli istogrammi diventano un racconto con le risposte dei volontari remixate in ordine casuale e l’artefatto il modo per generare consapevolezza emotiva sulla crisi ambientale

Ma a che cosa serve questo modo speciale di accostarsi ai data? Iaconesi parte da lontano: “I dati non sono più quelli di una volta. L’epoca dell’industria era lineare, e i dati erano importanti perché si potevano contare. Ora è l’epoca delle reti, e nulla più è lineare: tutto è interconnessione. Anche i dati. Nell’enormità della globalità e nella condizione dell’iperconnessione, i dati non sono più importanti perché si possono contare, ma perché ci si possono trovare forme dentro. Che è quello che fanno le intelligenze artificiali: ci trovano le forme dentro, come noi faremmo guardando le nuvole. Questo passaggio dal conteggio alla forma segna un’epoca e apre nuove questioni, perché ‘trovare forme ricorrenti’ vuol dire ‘interpretare’. Quando la computazione ‘interpreta’, sorge il problema etico e della possibilità di attribuire una responsabilità. Sono questioni relazionali, di sociologia e psicologia degli algoritmi che, data la loro complessità, sono solo parzialmente controllabili dai loro creatori. Servono nuovi ruoli sociali per la computazione, nuove relazioni, nuove alleanze. La computazione non può rimanere chiusa nei data center, deve stare con noi, nella società, nelle comunità, nell’ambiente, nello spazio pubblico, e deve essere possibile negoziare, fare amicizia, litigare, denunciare un agente computazionale, proprio come con qualsiasi altro attore delle nostre società”. 

I dati non sono più quelli di una volta. Viviamo l’epoca delle reti, e nulla più è lineare: tutto è interconnessione. Anche i dati, che non sono più importanti perché si possono contare, ma perché ci si possono trovare forme dentro. Che è quello che fanno le intelligenze artificiali: ci trovano le forme dentro, come noi faremmo guardando le nuvole. Questo passaggio dal conteggio alla forma segna un’epoca e apre nuove questioni, perché ‘trovare forme ricorrenti’ vuol dire ‘interpretare’.

L’altro aspetto fondamentale di cui Iaconesi e Persico si fanno interpreti è il passaggio dai modelli estrattivi a quelli generativi. “Dati e computazione, attualmente, sono interpretati secondo modelli estrattivi, proprio come il petrolio. Questo parallelo è altamente problematico, ed è alla base della quasi totalità dei problemi che si stanno manifestando globalmente riguardo la gestione dei dati, la violazione dei diritti e delle libertà delle persone. Ora i dati vengono estratti e separati dal contesto, per ricomparire poi sotto forma di prodotti, servizi e decisioni. Un po’ come avveniva nelle colonie. I dati, invece, dovrebbero diventare a chilometro zero. Il che non vuol dire assolutamente che deve esistere un’industria. Ma vuol dire che quest’industria deve essere sostenibile per l’ambiente, la società, i diritti e le libertà delle persone. Avere il dato a chilometro zero, presso chi lo genera, risolve tutti i problemi della filiera del dato, da quelli della privacy, alla portabilità, alla verificabilità, su su, fino all’enorme insostenibilità ambientale dei grandi data center, che squagliano i ghiacciai, dove invece, per mantenere i dati della mia azienda agricola mi basta un pannellino solare da pochi euro. Dai modelli estrattivi occorre passare ai modelli generativi, in cui è il soggetto che genera e mantiene i dati, e li mette a disposizione in maniera ecosistemica, individualmente e secondo i suoi ruoli nelle comunità e nella società: i dati diventano autobiografia, espressione, auto-rappresentazione”.

L’esperimento di DataMeditation questo era: un’autobiografia corale in cui un gruppo di persone diverse per età, geografia e lavoro ha generato i suoi stessi dati lavorando sullo scambio umano e sull’empatia. Il risultato, oltre ai numeri, sono quelle forme (i suoni, il racconto “remix”) che possono innescare il cambio di consapevolezza che i due ricercatori chiamano “sense-ability”, diventare sensibili a fenomeni complessi come il cambiamento climatico attraverso, appunto, i dati e la computazione, che però assumono le forma di esperienze artistiche e pratiche quotidiane. “Viviamo dentro una crisi, quella ambientale, ma continuiamo a muoverci con una consapevolezza vecchia, nonostante una quantità sterminata di dati ogni giorno ci comunichi lo stato del Pianeta. L’arte può servire a cambiare il nostro status, ma per farlo dobbiamo predisporci a entrare in contatto con sensibilità diverse, aliene, queer, che devono essere tradotte le une nelle altre, oltre l’utilità. Questo è il ruolo dell’arte: rendere sensatili queste espressioni e rappresentazioni, ovvero esposte ai sensi e, quindi, generando sensazione e senso”.

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