Izaskun Chinchilla Moreno, un'architetta radicale alla GNAM - CTD
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Cecilia Anselmi

8 Ottobre 2021

Izaskun Chinchilla Moreno, un’architetta radicale alla GNAM

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“C’è un femminismo patriarcale anche in architettura e premia le donne che si comportano come uomini”

“È vero che le istituzioni hanno cercato negli ultimi anni figure femminili di rilievo per ricoprire cariche importanti: figure capaci di fare le stesse cose degli uomini che consideriamo autorevoli, donne che sono state scienziate, hanno dipinto grandi quadri o progettato edifici e diretto la loro costruzione. Quello che le istituzioni non hanno mai cercato sono però donne che abbiano ricamato, cucinato, allevato bambini, apparecchiato tavole meravigliose o scritto belle lettere d’amore. Tutto questo fa parte di un modo di pensare e agire ancora una volta tipico della filosofia patriarcale. Le istituzioni danno per scontato che le attività per le quali le persone meritano di essere onorate siano quelle da sempre praticate principalmente dagli uomini. Io penso che esista un ‘femminismo patriarcale’ che cerca di misurare costantemente le capacità delle donne in base alla somiglianza con gli uomini. Guardate le prime donne in politica. Erano, e in molti casi lo sono ancora adesso, più mascoline di tanti uomini”. 

Parlare con Izaskun Chinchilla Moreno, architetta spagnola e docente, significa raccogliere un punto di vista inedito e coraggioso su architettura, design e questione di genere. Un punto di vista che in Italia abbiamo potuto conoscere e apprezzare grazie a una mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, fortemente voluta dalla direttrice Cristiana Collu e aperta fino al 10 ottobre, dal titolo Cosmowomen, places as constellation. Il punto di partenza della mostra, spiega Chinchilla Moreno, è l’idea che esistano un capitale e un patrimonio femminili nella storia che non sono stati studiati, valorizzati e celebrati in modo adeguato. “Educare le persone, amministrare l’economia familiare, migliorare la qualità della vita o le attività di cura sono attività decisive, storicamente svolte dalle donne. Io rivendico il diritto di conoscere al meglio tutto questo, di imparare ancora per poter dire che le persone dovrebbero essere onorate più per aver eccelso in queste attività che per essere andate in guerra. Inoltre, molte epoche del passato potrebbero essere comprese meglio se ne sapessimo di più sulla cucina, sull’educazione e sulle abitudini sessuali”. 

Portato nel mondo dell’architettura e del design, questo pensiero spinge a chiedersi perché nel tempo non sia stato dato il giusto peso e valore, per esempio, alle caratteristiche di leggerezza, precarietà e fragilità delle creazioni femminili – dall’ikebana all’uncinetto, dalla maglieria al ricamo – liquidate in genere come fenomeni minori, quando invece una consapevolezza maggiore e una sensibilità diversa potrebbero aprire nuove strade per temi cruciali come la sostenibilità, la lotta agli sprechi, lo sfruttamento delle risorse del Pianeta.

Cosmowomen, 65 architette e una macchina narrativa originale

Cosmowomen, places as constellation è una macchina narrativa potente accesa da una selezione di progetti di sessantacinque architette originarie di venti Paesi e nata all’interno di un master della Bartlett School of Architecture di Londra, guidato da Chinchilla Moreno. Sia il pensiero, sia l’allestimento della mostra ruotano in maniera originale attorno al concetto filosofico e spaziale di sfera, in particolare la sfera armillare usata anticamente dagli astronomi per studiare la Terra, il cosmo e le relazioni tra i corpi celesti. Nella mostra alla Gnam, tre grandi sfere armillari (realizzate in cartone riciclato da studio Cartonlab) sono dedicate ciascuna a un luogo di convivenza che ha avuto un ruolo importante nella costruzione della cultura comune delle donne. La sfera Gineceo indaga la casa come luogo di solidarietà e complicità, ma anche come strumento di mantenimento nel privato del modello di ordine sociale pubblico. La sfera Onsen si concentra sulla relazione tra gli esseri umani con la natura e il paesaggio, la sfera Parlamento analizza questioni come il diritto di voto delle donne e la presenza femminile in politica. 

Che cosa ha detto la mostra al mondo dell’architettura e del design

Spiega Chinchilla Moreno: “Cosmowomen ha guardato a concetti per nulla usuali nella storia dell’architettura, fatta soprattutto da uomini che hanno coltivato un pensiero assertivo. Penso a fenomeni come l’attenzione al corpo, l’accettazione dei limiti naturali, la responsabilità pubblica delle attività di cura. Con questa mostra, abbiamo cercato di dimostrare che esiste una maggioranza di donne impegnate tutti i giorni ad aprire nuovi fronti e spazi”. 

Perché non è stato dato il giusto peso e valore alle caratteristiche di leggerezza, precarietà e fragilità delle creazioni femminili – dall’ikebana all’uncinetto, dalla maglieria al ricamo – liquidate in genere come fenomeni minori, quando invece una consapevolezza maggiore e una sensibilità diversa potrebbero aprire nuove strade per temi cruciali come la sostenibilità, la lotta agli sprechi, lo sfruttamento delle risorse del Pianeta?

L’approccio di genere all’architettura e al design rischia sempre di attirare le critiche di chi considera questa una battaglia di retroguardia. Moreno non sembra curarsene più di tanto: “In primo luogo, è fondamentale rendersi conto che, sebbene noi crediamo che i ruoli di genere stiano cambiando concettualmente o culturalmente, i numeri ci dicono che non sta cambiando granché. Il gap salariale sta ancora colpendo le donne in modo consistente, molte altre disuguaglianze persistono in settori meno permeabili alle sfumature nei ruoli di genere, dall’industria alla scienza passando per gli eserciti e i board delle grandi aziende. Per non parlare di quei contesti geografici che sono davvero ancora del tutto riluttanti a cambiare i ruoli: parlo di quasi tre continenti di questo Pianeta. In secondo luogo, dietro la tendenza a dire che quella di Cosmowomen è una battaglia di retroguardia c’è un pericoloso tentativo, ancora una volta patriarcale, di associare le donne alle minoranze. A conclusione di un corso di design che ho condotto di recente in un’università internazionale, il direttore ha detto letteralmente: ‘È fantastico che tu stia portando questi temi sull’architettura, le città e le donne, in questa università abbiamo sempre avuto una sensibilità sociale a riguardo delle minoranze, abbiamo precedentemente lavorato con i senzatetto, i rifugiati e i gay’. Sono rimasta davvero scioccata da questa dichiarazione. Il recente riferimento alla sensibilità non binaria contribuisce a far pensare che guardare alle questioni di genere sia guardare alle minoranze… Ma le donne sono il 56 per cento della popolazione globale e, nel corso dei secoli, abbiamo fatto funzionare il mondo. È ora di capire come abbiamo fatto e cosa abbiamo imparato”.

Perché Cosmowomen può contribuire a un pensiero onirico e fantastico nel progetto

Tornando al mondo del design, pensare al contributo delle donne significa anche provare a sconfiggere l’omologazione del gusto estetico e degli stili, superare la monotonia degli spazi minimali asettici, l’assenza dell’onirico e del fantastico e la rimozione totale del decoro che ha caratterizzato lo stile moderno/razionalista/funzionalista e che in parte continua a caratterizzare il gusto contemporaneo: tutti fenomeni che possiamo ascrivere alla cultura architettonica dominante, mentre dall’altre parte aspettano di essere valorizzate cose come l’approccio al dettaglio, la morbidezza, i contorni sfumati del pop, la protezione essenziale e la periferia come alternativa, alcuni tra i temi sviluppati dalle architette in questa che è davvero una mostra corale. 

Insomma, It’s time to action!, come dice Cristiana Collu nell’introduzione al catalogo della mostra. Aggiunge Chinchilla Moreno: “Il consiglio che cerco sempre di dare, o il coraggio che cerco di infondere alle giovani attraverso questa mostra, è di non assumere un ruolo maschile tradizionale per avere successo nella professione”. Il che vuol dire anche “non associarsi per forza con un uomo per far sì che l’iniziativa intrapresa somigli a uno studio associato di progettazione convenzionale. La mostra è un monito alle donne a scegliere se rimanere sempre ‘immigrate’ in un paese straniero, quello del design e dell’architettura tradizionale (e maschile), oppure decidere di scuotere davvero le regole di questi territori. Bisogna contrastare dogmi iniqui e stupidi come ‘l’ornamento è un crimine’ o la visione tecnocratica che si cela dietro l’idea che la società ha bisogno di essere educata dalla ‘cultura alta’, l’assoluta mancanza di consapevolezza ambientale o la tendenza assertiva e non riflessiva a non mettersi mai in discussione, devono essere urgentemente contestati. L’unica possibilità che le donne hanno per raggiungere una vera parità è cambiare profondamente le regole e affrontare la crisi ambientale, etica, sociale e finanziaria che sta colpendo il design e l’architettura da più di cinquant’anni. Pratico questa professione da venti con questo spirito e penso che questa sia l’unica strategia realistica ed efficace. Se le donne si aspettano che gli uomini dell’establishment condividano gentilmente le loro posizioni per continuare a praticare come hanno sempre fatto… dovranno aspettare altri tre secoli”.  

Izaskun Chinchilla Moreno

Le foto di Cosmowomen alla GNAM sono di Alessandro Garofalo

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