Luca Gnizio: dalle mie sedie d'asfalto nascono i fiori - CTD
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Ludovica Proietti

16 Settembre 2021

Luca Gnizio: dalle mie sedie d’asfalto nascono i fior

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Dal carbonio della BMW alla collezione presentata all’ultimo Fuorisalone

Sotto una cupola immaginaria, delineata da una serie di sacchi neri simbolo dello scarto umano che è il suo tema d’indagine, Luca Gnizio, ecosocial artist (“non sapevo in che altro modo definirmi, perché non sono un architetto, né propriamente un industrial designer, ma uno sperimentatore che tocca con mano”), ha esposto nel nuovo Superstudio Maxxi, invitato da Gisella Borioli per il Fuorisalone 2021, la sua istallazione Pandemicdesign.

Una sedia, un tavolo e un quadro. Tre elementi familiari, tre archetipi che rappresentano la casa, fatti d’asfalto – riciclato, proveniente dallo smantellamento del manto stradale – ci chiamano ad analizzare meglio la loro identità. Avvicinandoci notiamo la loro essenza, il nodo del progetto: una serie di crepe dalle quali escono fili d’erba, piante, persino un fiore. Un’installazione che parla di fragilità umana, della forza – letteralmente – della natura, ma anche del nostro rapporto con l’umanità. “Durante il lockdown” dice Gnizio “ho visto la natura riprendersi i suoi spazi; gli animali, come i cervi e caprioli, vivere nelle strade che sono state create per l’uomo, i delfini riprendersi Venezia. Così ho pensato di modificare questa installazione, che stavo portando avanti con un’operazione incentrata sulla plastica, e di trasformarla in quello che sentivo. Ho la fortuna di avere una casa studio dove sperimento e creo. Il lockdown per me è stato comunque un modo per riconnettermi profondamente al mio lavoro”.

Per Luca Gnizio non è nuova l’idea di lavorare con lo scarto. Questa avventura comincia intorno al 2009, quando decide, dopo un’esperienza in azienda, di usare la sua voce e “toccare con mano quello che era solo uno schizzo”. Decide di farlo con ciò che reperisce più facilmente, arrivando agli scarti perché, da sempre, sensibile a quell’idea ecologica che, ora più che mai, dovrebbe essere il motore della produzione industriale. 

“Ho iniziato con l’autoproduzione, con i materiali più facili da reperire, se vogliamo poveri. Immediatamente ho intuito, però, che lo scarto di produzione poteva avere anche un valore aggiunto, economicamente parlando. Dunque, chiedevo alle aziende i loro scarti per classificarli e capire come poterli far evolvere in prodotto, e quindi in profitto attivo anche per loro stesse. Devo dire che non sono stato subito accolto bene, qualcuno pensava anche allo spionaggio industriale, ma ancora dieci anni fa queste tematiche venivano viste con sospetto e con meno attenzione rispetto a ora. Fiera dopo fiera, progetto dopo progetto, sono riuscito a guadagnarmi una credibilità”.

Questa credibilità ha portato Gnizio a lavorare con gli scarti della fibra di carbonio della BMW, o con lo sporco accumulato su panni di carta per il restauro del Vittoriale degli italiani, creando sedute anche dal forte impatto visivo e scultoreo, dove le persone sono parte integrante dell’istallazione. Ma anche a raggiungere aziende come Levi’s, e con queste sviluppare un approccio sociale, lavorando con il fattore umano e inserendo disabili all’interno della filiera produttiva.

 

Gnizio pensa che il design, se sviluppato in questo modo interattivo, possa davvero inserirsi nella produzione industriale e cambiare le cose. “Il design, il progetto, quando coinvolge più attori, può cambiare la vita delle persone e modificare l’impatto che l’industria ha sull’ambiente. Adesso, è lo scarto il vero materiale su cui, secondo me, dovremmo concentrarci, senza creare nulla di nuovo. Nel mio caso, poi, lavorando con persone diversamente abili e con aziende che producono rifiuti specifici, ho dovuto attivare connessioni sempre differenti, che modificano la riuscita finale del prodotto, cucito addosso agli attori coinvolti. Poi c’è comunque un lato artistico del design, che attiva le riflessioni che fanno parte della sfera emotiva e, al di là del gusto personale, può effettivamente cambiare la percezione che noi abbiamo delle cose, restituendo al mondo qualcosa di intelligente. Il concetto di coinvolgimento sociale può sicuramente essere una delle soluzioni alle sfide del domani”.

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