Uno sguardo al Museo del Futuro di Dubai
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Ludovica Proietti

19 Aprile 2022

Uno sguardo dentro al Museo del Futuro a Dubai

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Tra propaganda e tecnologia, la struttura colossale ospita anche la Libreria delle specie viventi del Pianeta

Immaginate un sasso architettonico sorvolato da un uomo in tuta antigravitazionale che lo percorre come se stesse passeggiando nell’aria in un volo raso superficie innaturale eppure fluido. Immaginate che quell’uomo sia Richard Browning, il “real life Iron Man” che è stato capace di creare il Jet Suit – questa tuta che lo fa gravitare in aria proprio come un supereroe – e fino a ora capo pilota per quanto riguarda il funzionamento di questo mezzo di trasporto, per promuovere il Museo del Futuro, ultima grande attrazione della città/parco divertimenti per adulti più famoso del mondo: Dubai.

Sono anni che il governo di Dubai promuove una visione delle cose a lungo termine. Lo fa attraverso la propaganda dei suoi regnanti, lo fa tramite le iniziative – come Expo, spettacolarmente pubblicizzato ovunque nel mondo, o i mondiali di calcio – lo fa tramite la sperimentazione e lo fa tramite una ricerca culturale. Non è un caso che sia nata qui nel 2016 la Dubai Future Foundation.

Gigantesca e imponente, disegnata da Killa Architecture Studio, l’architettura di questo spazio trasuda già dall’esterno il messaggio di innovazione di cui si fa baluardo. Il Museo è stata addirittura definito “l’edificio più bello del pianeta Terra”. Sette piani incastrati in questa organica navicella spaziale direttamente visibile da una delle grandi autostrade della città, distribuiti in una struttura ellittica sapientemente ricoperta di acciaio inossidabile, curva, sinuosa, sensuale, con un foro al centro a mimare un occhio che guarda proprio il futuro. La superficie, incisa e bucata con le citazioni del regnante di Dubai, Mohammed bin Rashid Al Maktoum, tutte riguardanti un futuro su cui lasciare traccia, è la prima al mondo a essere completamente ricoperta di scritte calligrafiche. Così come questa architettura è una delle prime a ricevere il bollino di platino per sostenibilità e attenzione alle emissioni. Tutto in questo edificio vuole parlare del futuro. Sicuramente eccentrica e attrattiva, come tutto ciò che accade nella città degli Emirati. 

 

Dopo sette anni di progetto, rimandate aperture e mostre promosse dalla fondazione a Madinat Jumeirah – micro-città artificiale che rispecchia in tutto e per tutto la tradizione araba del costruire e del vivere – aperto definitivamente all’inizio di questa primavera, il Museo del Futuro è una scommessa e una promessa, accolta dalla città di Dubai per continuare a promuovere una visione del mondo altamente antropizzata, che sembra quasi uscita da un film di fantascienza, dove le vesti degli emiri convivono con le tecnologie più avanzate e la sabbia si insinua tra le facciate in titanio.

Già dal nuovo sito, ci immergiamo in un’atmosfera accattivante: tra navi volanti, abiti tradizionali, grattacieli plastici, tute spaziali ma anche bioluminescenze, segni del cambiamento climatico, nuovi mezzi di trasporto, la sponsorizzazione di questo Museo gioca tutte le carte possibili, mostrandoci mondi lontani e vicini e una grande presa sul pubblico internazionale. Un viaggio verso il 2071, una visione di ciò che il progresso – tanto osannato, tanto temuto, decisamente controverso negli ultimi anni – può farci ancora raggiungere, sul nostro pianeta e oltre.

Ma cosa dobbiamo aspettarci di trovare dentro questo edificio, davvero? 

Un progetto tecnologico da tanti punti di vista, che mostra possibilità, più che certezze, e cerca visioni anche eccessivamente spinte nella direzione dell’evoluzione positivista. Per quanto riguarda il design, quello che racchiude sono, per la maggior parte, mezzi di trasporto e macchine che svolgono le funzioni più svariate, sempre nell’ottica di ottimizzare il lavoro umano. Per quanto riguarda la ricerca, si spinge oltre il conosciuto, e vive di ipotesi che si basano sui concreti campi di ricerca della scienza, attraverso esperienze immersive per il pubblico.

Ci sono spazi provenienti da mondi futuribili, come una base spaziale sulla Luna che ci mostrerebbe come il nostro satellite potrebbe diventare un laboratorio sperimentale per l’energia rinnovabile, aiutati dalle sperimentazioni digitali o ricreati via computer, o anche un osservatorio di pianeti lontani, o ancora un simulatore di realtà aumentata che ci spinge nella foresta amazzonica e che di questa ci fa vedere sia la realtà che la natura nascosta a occhio umano, con un approccio davvero scientifico. Ma anche spazi fisici, come la stanza per la disconnessione, ambiente pensato come una Spa in cui rinunciare alla tecnologia in favore di una riconnessione tra mente, corpo e spirito, come in un santuario, o uno spazio dove poter fare esperienza del potere guaritore dell’acqua e il suo rapporto con essa. 

A riconnetterci col mondo della progettazione è la gigantesca Libreria della vita disegnata da Superflux, installazione immersiva in cui sono inserite tutte le specie di vita conosciute sul pianeta, disposte in un labirinto a forma di semicerchio che si staglia in colonnine sottili che, come un’enciclopedia tecnologica, mostrano l’abbondanza della natura e le sue immense possibilità.

E forse da questo dovremmo ripartire. Non da una struttura spettacolare, o da un tentativo di spingere il progresso in avanti, ma dal rivalutare ciò che abbiamo per sperimentarne ancora le infinite potenzialità, per abbracciarne positivamente le sfaccettature e da queste trovare nuova linfa vitale. Non che il progresso sia un motore sbagliato per la ricerca del futuro, ma, consci di dove siamo, siamo sicuri che sia ancora l’unica spinta disponibile per raggiungere un futuro fruibile a tutti? Dove saremo nel 2071? 

Intanto, aspettiamo la futura promessa del Museo: un intero edificio dove ospitare l’Office del Museo del Futuro. 

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