La bruttezza del Padiglione Italia a Dubai spiegata bene - CTD
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Vincenzo Bernardi

4 Ottobre 2021

La bruttezza del Padiglione Italia a Dubai spiegata bene

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Doveva essere l’esaltazione di un progettare bello e sostenibile, è un guazzabuglio di soluzioni che non rende giustizia al made in Italy

Il primo ottobre, con un anno di ritardo a causa del Covid, ha aperto i battenti Expo Dubai 2020. Connecting Minds, Creating the Future è il tema ufficiale di questa edizione che già vanta il record di 192 Paesi partecipanti e in cui ancora si prevedono i 25 milioni di visitatori attesi prima della pandemia. La manifestazione, all’insegna del sapere condiviso e dell’innovazione tecnologica, è strutturata sui tre concetti chiave di sostenibilità, mobilità e opportunità a cui corrispondono le tre aree tematiche in cui è suddiviso il sito. L’Italia, che proprio a Dubai ha consegnato il testimone di Expo Milano 2015, si presenta con l’idea di unire le persone con la bellezza e per farlo si affida ad un padiglione che vuole essere uno spazio non solo espositivo ma rappresentativo del migliore ingegno italiano e capace di mettere insieme creatività e innovazione. L’edificio, secondo Carlo Ratti e Italo Rota che insieme a F&M Ingegneria e Matteo Gatto ne hanno curato la progettazione, più di un’architettura in senso canonico è una grande installazione sperimentale sul tema naturale/artificiale e si pone l’obiettivo di essere un esempio della nuova architettura post-Covid.

Materiali innovativi che usano fondi di caffè e bucce d’arancia, plastica riciclata dagli oceani, nessun ricorso a metodi di climatizzazione artificiale, depurazione dell’aria mediante alghe coltivate negli spazi interni in grado di catturare la CO2 prodotta dai visitatori e produzione di acqua per l’irrigazione dall’umidità dell’aria sono alcune le collaborazioni con la natura messe in atto dal padiglione.

Dubai, presentazione del Padiglione Italia a Expo 2020 con il David 3d 2021-04-27  © MASSIMO SESTINI PER @ITALYEXPO2020

Sicuramente uno degli elementi di maggiore interesse sono quelle che Rota definisce neo-materie vale a dire materiali da costruzione di origine organica e biologica realizzati, anche impiegando batteri, da imprese italiane grazie al ricorso a un uso intelligente delle sponsorizzazioni in kind. In questo sistema complesso un ruolo fondamentale è svolto dal digitale che per la sua capacità di monitorare e tenere insieme le performance delle varie componenti – secondo Ratti – è da annoverare tra i materiali del futuro. “Un’architettura interamente circolare sfuma i confini tra naturale e artificiale nel quadro di un’ecologia in cui tutti gli oggetti e gli elementi fisici, tra loro connessi digitalmente, estraggono dati e ci comunicano in tempo reale le condizioni dell’ambiente, consentendoci puntuali interventi di miglioramento. In quest’ottica il Padiglione Italia ha rappresentato una straordinaria occasione di sperimentazione collaborativa dal momento che nuove tecnologie e materiali stanno iniziando a comporre nuovi canoni formali”.

Dubai, pubblico al padiglione Italia EXPO 2020 2021-10-21 © Massimo Sestini

Ma anche se economia circolare e sostenibilità sono i concetti chiave alla base della progettazione, emerge una serie di limiti come quelli dovuti al fatto che si tratta di un edificio in acciaio. D’accordo che a Dubai hanno deciso che il Padiglione Italia non sarà smantellato e che resterà al suo posto a Expo finita, ma, visto il concept, non sarebbe stato più interessante provare a evitare le trenta travi calandrate di quasi settanta metri? Così come pure le tre sagome a forma di imbarcazione poste in copertura a 27 metri d’altezza per realizzare, secondo una logica abbastanza discutibile, il più grande Tricolore della storia pienamente apprezzabile solo da satellite. Anche se secondo Ratti potrebbero in futuro essere destinate alla navigazione, il quesito vero è se si possa definire sostenibile la realizzazione di qualcosa per farne un uso diverso da quello per cui è stata ottimizzata attraverso millenni e a cui dovrebbe tornare in seguito a una riconversione. Oltretutto la complessità strutturale del tetto deriva in parte anche dalla necessità di doversi sagomare secondo la forma delle imbarcazioni capovolte, incapaci evidentemente a reggersi staticamente in maniera autonoma. Analogamente, appare difficile pensare a un riuso anche dei 70 chilometri di corde della facciata tagliate in pezzi di 27 metri. Da un edificio che si pone l’obiettivo di essere un modello per l’architettura del futuro ci si sarebbero aspettati in questo caso altri fattori di sostenibilità oltre al semplice riciclo, nell’ottica di un uso quanto più possibile intelligente delle risorse.

Dubai, pubblico al padiglione Italia EXPO 2020 2021-10-21 © Massimo Sestini

Doveva essere, secondo il bando di concorso per la progettazione, la celebrazione del giardino all’italiana ed effettivamente all’interno si trovano orti e giardini utilizzati anche per il miglioramento microclimatico del Padiglione, ma tutto questo finisce per essere un catalogo didascalico di soluzioni che vanno dal Rinascimento all’architettura vernacolare fino al paesaggio mediterraneo senza riuscire a comunicare un’idea italiana di bellezza contemporanea.

Dubai, pubblico al padiglione Italia EXPO 2020 2021-10-21 © Massimo Sestini

Ma le critiche più feroci rilevate sui social hanno riguardato principalmente l’aspetto estetico e hanno rilevato l’assenza di quella bellezza che il Padiglione Italia si propone di celebrare e che dovrebbe svolgere il ruolo fondamentale di tenere insieme le diverse componenti e le innovazioni tecnologiche.

Dubai, pubblico al padiglione Italia EXPO 2020 2021-10-21 © Massimo Sestini

I nuovi canoni formali auspicati da Ratti e Rota, nonostante lo abbiano definito un bellissimo laboratorio per il domani del nostro Paese, si sono concretizzati in un tentativo mal riuscito in cui la collocazione della copia del David di Michelangelo, con le nudità nascoste per non disturbare la sensibilità araba, è divenuta simbolo di rinuncia alla capacità di produrre quella bellezza che fa parte della nostra storia come orgogliosamente rivendicato dai  due progettisti che all’inaugurazione indossavano entrambi una maglietta nera con la scritta I was born designer.

La facciata di corde che consente la circolazione dell’aria e che, grazie anche al fatto che Expo si svolge nei mesi climaticamente più favorevoli nella penisola arabica, permette di evitare l’installazione di sistemi di raffrescamento è l’unica innovazione formale di rilievo in un edificio altrimenti tozzo e in cui anche l’ingresso a forma di duna di sabbia ha suscitato diverse ironie. Doveva essere – secondo il bando di concorso per la progettazione – la celebrazione del giardino all’italiana ed effettivamente all’interno si trovano orti e giardini utilizzati anche per il miglioramento microclimatico del Padiglione, ma tutto questo finisce per essere un catalogo didascalico di soluzioni che vanno dal Rinascimento all’architettura vernacolare fino al paesaggio mediterraneo senza riuscire a comunicare un’idea italiana di bellezza contemporanea.

Dubai, pubblico al padiglione Italia EXPO 2020 2021-10-21 © Massimo Sestini

Dubai, pubblico al padiglione Italia EXPO 2020 2021-10-21 © Massimo Sestini

Certo, vedendo tutta Dubai 2020 emerge chiara la considerazione che è l’idea stessa di una Expo così strutturata a non essere non più al passo con i tempi. Edifici e infrastrutture dai costi enormi, sforzi ingegneristici e logistici impressionanti per durare – nella stragrande maggioranza dei casi – solo sei mesi sono la negazione stessa del concetto di sostenibilità. 

Dubai, clone del David al Teatro della Memoria al padiglione Italia EXPO 2020 2021-10-01 © Massimo Sestini

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