27 anni di QRcode, il laureato fuori corso che ha svoltato con l'emergenza - CTD
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Barbara Marcotulli

4 Ottobre 2021

Ventisette anni di QRcode, il laureato fuori corso che ha svoltato con la pandemia (ma che usiamo ancora poco e male)

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Nato vecchio e sdoganato dall’emergenza, eppure potrebbe essere uno strumento di digital marketing efficace. A patto di inquadrarlo bene…

Diciamoci la verità: fino al marzo del 2020, se si voleva nascondere qualcosa non si utilizzava più la seconda pagina di Google, piuttosto un QRcode (se credi che questa sia una battuta da boomer, forse non sai che il QRcode ha 27 anni. Ventisette).

Sebbene tecnologia di provata efficacia e di grande versatilità, nel nostro paese il QRcode non aveva mai davvero attecchito come si era sperato.

QRcode concettuale per denunciare le nuove schiavitù

Sì, certo, di QRcode se ne trovavano  un po’ ovunque; un po’ meno erano invece gli utenti disposti a utilizzarlo davvero. Nonostante questo codice 2D si fosse dignitosamente fatto spazio un po’ in ogni settore, il suo utilizzo non aveva davvero raggiunto la penetrazione attesa. Probabilmente, l’esperienza che generava non rispondeva a una reale esigenza: essere indirizzati a una pagina web scansionando il codice con un’app installata separatamente (come spesso è necessario fare tuttora su molti dispositivi Android) non risultava così utile e funzionale. Soprattutto, realizzava un percorso già determinato dall’ideatore del codice stesso. Un po’ poco per una tecnologia che prometteva di abilitare esperienze più gratificanti di quelle fino ad allora disponibilii.

Basti pensare all’uso del QRcode nei musei, per esempio.

Però poi è arrivata lei: la Pandemia. Maiuscola. 

È incredibile cosa ci fanno fare le pandemie.

E con le mascherine, il gel disinfettante e la voglia di cambiare vita di molti di noi, è tornato prepotentemente alla ribalta anche lui. 

Probabilmente, il QRcode rappresenta meglio di qualsiasi altra cosa – persino meglio dello smart working, che infatti nessuno ha capito esattamente cosa sia (e col cui nome abbiamo finito per definire ogni modalità lavorativa che implicasse del senso di colpa)  – il ponte tra il mondo fisico e quello digitale. 

A 27 anni dalla sua nascita, finalmente il QRcode conosce la libertà di uscire dal guscio. Praticamente, come un laureato medio italiano, insomma: i tempi sono quelli (e anche per i laureati italiani valgono probabilmente le stesse osservazioni fatte per il QRcode: incomprensione, esperienza gradevole ma non esaltante, percorso predeterminato da altri – ma qui si aprirebbe un capitolo profondo come la Fossa delle Marianne e sarebbe l’opposto della sintesi che intendo onorare in questo articolo. Mi riservo di scriverne quando l’editore mi chiederà un pezzo sui numeri).

Ok, lo smart working no. Ma il QRcode, invece, lo abbiamo capito?

Ventisette anni che si condensano improvvisamente fanno ben sperare (meno, se pensiamo che possano occorrere anche per lo smart working. Armiamoci di pazienza)

La risposta è sì, dovremmo averne compreso il potenziale, e potrebbe persino esserci venuta qualche idea più frizzante della digitalizzazione del menu del ristorante.

Retail, ristorazione ma anche editoria, musei, turismo, trasporti. Se non hai un QRcode non sei nessuno.

In un QRcode ci si possono infilare tante di quelle cose che a Marie Kondo verrebbe ansia solo a pensarci (no, Marie, non farci su un’altra serie Netflix).

È un piccolo scrigno di tesori, cui possiamo affidare praticamente ogni tipo di contenuto: collegamenti a pagine web, informazioni di contatto, grafiche, video, audio documenti, biglietti da visita, moduli, mappe, testi. È un QRcode anche il cuore del Green Pass – di cui non parleremo però, voglio vivere.

La qualità di questi contenuti è tutta da vedere; al solito, siamo ancora al punto in cui la maggior parte si limita a riversare in QR gli stessi contenuti che avrebbe offerto  con un’altra modalità. 

La reale necessità di azzerare ogni tipo di distanziamento fisico ha funzionato da propulsore. Ma verso dove lo stiamo sparando il QR? È entrato in orbita come un satellite qualunque e ora gira placido sempre alla stessa altitudine, sempre fornendo lo stesso tipo di informazioni, o è più una roba alla SpaceX, che ha la sfacciataggine di andare incontro a nuove opportunità e pazienza se dovesse andar male, ci si è provato? 

È semplice, è immediato, è sostenibile.

E questa combinazione non riesce a fare a meno di essere noiosa. 

È capace di un guizzo, il QR? E noi?

Peroni, per esempio, lo ha sistemato sul collo delle sue bottiglie. Chissà, magari i contenuti cui rimandava erano sorprendenti e però sul collo curvo di una bottiglia in vetro il QR non c’è verso di inquadrarlo a modino. Inutile, forse persino dannoso.

Una UX di qualità è tutto. L’adozione senza intoppi è fondamentale e il processo deve essere fluido. La facilità d’uso è fondamentale. Se sistemi una tecnologia su un birrino deve piacere a tutti. L’ultima cosa che vuoi fare è complicare un’esperienza a cui i consumatori sono abituati da anni.

Se si sceglie di adottare un QRcode, deve essere una scelta di scopo. Dimenticare il “perché”, o assegnare a quel “perché” un valore residuo non aiuta le persone a migliorare, anche di poco poco, le proprie vite. Non aiuta il ristorante che aveva il menu sempre tutto unto e pasticciato, insomma, a diventare improvvisamente raffinato.

Con molta probabilità, il QR potrebbe vivere allegramente altri 27 anni se superassimo il mantra di ‘un’esperienza senza contatto al 100 per cento’ sul quale si basano molte delle decisioni di adottarlo.

Ci sono una quantità apparentemente infinita di scenari nei quali il QRcode potrebbe trovare nuove strade e passano, sì, dalla creazione di esperienze – anche touchless – personali rilevanti, ma passano, più indirettamente ma in misura nettamente più potente, dal tracking che abilitano. Questo perché i codici QR possono memorizzare informazioni digitali su quando, dove e con quale frequenza si verifica una scansione. Possono anche aprire un’app o un sito che tiene traccia delle informazioni personali delle persone, o che richiede loro di inserirle.

I ristoranti li hanno adottati in massa, il retail – soprattutto negli USA, dove vigono privacy policy piu deboli – li ha inseriti sul packaging di prodotti al dettaglio, nel direct mailing, sulle affissioni, persino nelle pubblicità televisive. 

Il QRcode permette alle aziende di integrare strumenti per il monitoraggio, il targeting e l’analisi dei dati. Usando un QRcode potremmo, potenzialmente, entrare in una sovrastruttura di monitoraggio che renda una scelta apparentemente banale, come quella di un pasto, un’operazione di digital marketing in piena regola. Improvvisamente, un’attività offline come la pausa pranzo potrebbe trasformarsi in un tassello di attività online parecchio più articolata.

I ristoranti più smart (e che sanno come regolarsi con GDPR, o non ne hanno la necessità) potrebbero creare un database delle cronologie degli ordini e delle informazioni di contatto dei propri clienti. Nel commercio al dettaglio, i clienti potrebbero confrontarsi  con proposte commerciali ultra personalizzate, grazie all’uso pregresso di QRcode che ha permesso di raccogliere dati sui comportamenti di acquisto.

Il QRcode contiene, oltre alle informazioni, l’enorme potenziale di alimentare i profitti dei brand. Con i media tradizionali, come un’affissione o l’adv o persino la Tv,  è possibile stimare quante persone potrebbero aver visto un messaggio ma non anche sapere quante abbiano effettivamente interagito con esso.  Oh, be’, ma c’è già il digital marketing. 

Appunto.

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