Ricardo Bofill, l'anti Le Corbusier che ha unito sogno e bisogno | CieloTerraDesign
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Ludovica Proietti

16 Gennaio 2022

Ricardo Bofill, l’anti Le Corbusier che ha unito sogno e bisogno

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Addio all’architetto catalano della Muralla Roja. Le sue visioni scenografiche citate dall’arte e dalle serie tv

Il 14 gennaio scorso abbiamo dato l’addio a un gigante dell’architettura. Perché questo è stato Ricardo Bofill, architetto dall’impeto pari alla forza estetica che ha riversato nella sua carriera.

Nato a Barcellona, formatosi tra la Catalogna (all’università della città natale da cui era stato cacciato per “motivi politici” nella Spagna di Franco) e la Svizzera, aveva aperto il suo Taller de Arquitectura nel 1963 nel capoluogo catalano. 

Ricardo Bofill, morto lo scorso 14 gennaio per complicazioni da Covid-19

Figlio d’arte, aperto alle soluzioni più diverse e mai costretto in uno solo movimento, da subito aveva mostrato un’indole che andava oltre la concezione dell’architettura del tempo, ma anche di quelle più proiettate verso il futuro. Un’indole personale, fatta di regole proprie, governate dal colore, in cui forme pure si mescolavano a stilemi dell’antichità, dove struttura ed estetica lavoravano di pari passo, senza dimenticare la forte presenza materica e scenografica che riversava nei suoi progetti.

Mohammad University

Bofill considerava il progetto qualcosa in divenire, un work in progress, un concetto aperto. Il suo era un modus operandi che da sempre ha contraddistinto gli edifici che firmava. Basti pensare alla Fabrica, il suo studio-casa per più di quarant’anni, una ex fabbrica di cemento che aveva svuotato e riempito nuovamente, o alla modularità della sua Muralla Roja, emblema insuperato di una poetica che lo ha reso non solo famoso, ma anche di ispirazione per il mondo dell’arte.

Fabrica, l’edificio-studio di Bofill

Un po’ storico, un po’ futuristico, nei suoi lavori Bofill è sempre riuscito a parlarci di esotici mondi lontani ma anche inaspettatamente familiari, senza tempo e insieme precisamente collocati nello spazio. Nella pratica di professionista, la sua visione è sempre aperta alle contaminazioni. L’antica Roma e i materiali tecnologici, gli archi e il vetro, il colore e la geometria si incontrano, nei suoi progetti, in armonie e disarmonie controllate e stabili.

“Le Corbusier è stato colui che ha ucciso la città. Aveva un disrispetto totale per la sua storia. Voleva dividere la città, frammentarla in zone per vivere, zone per lavorare, per il commercio e via dicendo. Lui pensava alla città e agli edifici come a macchine. Il mio punto di vista è sempre stato l’opposto. Ogni città è uno spazio molto più complesso, uno spazio conflittuale, contraddittorio, corrotto”.

Un’architettura che poteva sembrare fuori dal contesto del periodo, ma che l’ha trasformato in paladino e bandiera di un nuovo modo di concepire la professione di architetto. Bofill, sperimentatore e filosofo, ci ha regalato una visione critica non solo del costruire, ma anche del costruito. Ha trattato l’antichità come si tratta un libro prezioso, da cui reperire forme, riferimenti e regole da portare con sé come lezioni. 

Teatro de Catalunya

Così, ritroviamo nel suo linguaggio piramidi a gradoni come ne La Pyramide di Perthus, al confine tra Francia e Spagna, costruita nel 1976, archi a tutto sesto tipici della sua città nella Fabrica, o ancora colonne doriche scanalate e timpani pronunciati, enormi, dal forte impatto, di cui le proporzioni e la matericità non possono che riportarci all’antica Grecia, ne Les Spaces d’Abraxas, architettura in cui è ambientata, proprio per il suo monumentalismo eccessivo e volutamente iconico, una parte della trilogia degli Hunger Games.

Les spaces de Abraxas in Hunger Games

La città per lui era spazio di sperimentazione, la sua poetica un modo di affrontare il futuro, il suo passato un esempio e un punto di partenza fondamentale da capire se si vuole mettere in relazione l’uomo – al centro del discorso – e lo spazio che costituisce l’abitare contemporaneo. Bofill è stato l’esempio perfetto di come l’architettura dovrebbe tradurre il bisogno in linguaggio.

Questo il suo pensiero sulla città che consegnò a un’intervista con Vladimir Belogolovsky:

“Le Corbusier è stato colui che ha ucciso la città. Aveva un disrispetto totale per la sua storia. Voleva dividere la città, frammentarla in zone per vivere, zone per lavorare, per il commercio e via dicendo. Lui pensava alla città e agli edifici come a macchine. Il mio punto di vista è sempre stato l’opposto. Ogni città è uno spazio molto più complesso, uno spazio conflittuale, contraddittorio, corrotto. Le città hanno bisogno di essere riparate e curate, non demolite e ricostruite da zero. Le città sono nate 10.000 anni fa, ma per Le Corbusier la storia non esiste. I suoi manifesti guardavano solo avanti. Ma è chiaro che le persone preferiscano vivere in centri storici, non in nuove città. Io provo a cercare alternative al Modernismo semplicistico riportando lo spirito della città Mediterranea”.

Nella foto grande in alto, la Muralla Roja a Manzanera, in Spagna

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