Roma e la scienza, due mostre sfidanti per far (ri)partire un dialogo indispensabile - CTD
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Barbara Marcotulli

14 Gennaio 2022

Arte e scienza, per capire che cosa è una mostra “sfidante” bisogna venire a Roma

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Le mostre di Quayola alla Fondazione Terzo Pilastro e Tre Stazioni per Arte-Scienza al Palazzo delle Esposizioni sono due iniziative sfidanti che avvicinano il grande pubblico alla complessità nell’era della semplificazione di massa

Ho avuto la fortuna di visitare Tre Stazioni per Arte-Scienza, la mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni, e Quayola I Re:coding,  ospitata a Palazzo Cipolla, sempre a Roma, nello stesso periodo e, improvvisamente ho sentito un brivido. 

Non lo sbam! che forse mi avrebbero sbattuto in faccia Parigi o Londra, ma un deciso momento di sbandamento: due mostre sul rapporto tra arte, scienza e tecnologia in un colpo solo, nella città più bella e spesso anche più immobile del mondo. Niente Impressionisti, Dalì o Warhol che così spesso abbiamo declassato a staccabiglietti (mi piacciono tutti moltissimo, MOLTISSIMO, ma…). No: due mostre nelle quali la centralità della scienza si manifesta prepotente.

Ti con Zero, Palazzo Delle Esposizioni Roma

Tre stazioni per arte-scienza, la mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni, si propone di avvicinare a un pensiero, quello scientifico, in continuo divenire e sempre all’avanguardia ma mai inserito – a Roma – in un contesto pienamente adeguato. Le mostre sono tre, in effetti: Ti con zero (e come altro, sennò?) accoglie subito il visitatore, fin dall’ingresso. Il titolo rimanda molti a un racconto di Calvino; molti altri, agli anni del liceo e alle lezioni di fisica: è, infatti, una notazione matematica con cui si indica il momento iniziale di osservazione di un fenomeno, un istante di arresto fissato nel tempo e nello spazio che si apre a infinite possibilità. E che apre, anche, possibilità al visitatore, di sovrapporre conoscenza e creatività e stupore e rivedere il proprio punto di vista sulle cose. 

Accade anche con Quayola I Re:coding, in corso a Palazzo Cipolla, la prima personale dell’artista romano di origine e londinese di adozione, tra gli esponenti più importanti della scena dell’arte digitale internazionale, che avvalendosi di intelligenza artificiale e stringhe di codice generativo ricodifica la storia dell’arte attraverso una nuova prospettiva, utilizzando un linguaggio innovativo capace di riflettere la sua visione poetica del mondo digitale e ci restituisce strumenti indispensabili di lettura della nostra società contemporanea.

Quayola, Iconographies

Insomma, due occasioni per sfidarsi un po’, se si appartiene a quel tipo di visitatore che l’arte la frequenta più con l’idea di trovare conferme che di fare nuove scoperte, rischiando anche che possano essere scomode.

In attesa della smentita, provo a chiarire il mio punto.

Credo che, ciclicamente, arrivi un momento nel quale musei e istituzioni culturali debbano offrire l’idea che la conoscenza possa farci sentire a disagio. Credo che quel momento sia ora, e credo che a Roma questo acquisti un significato persino più potente. 

Roma e la scienza hanno un rapporto profondamente radicato, ma anche fatto di perimetri ed esclusioni, seppur spesso inconsapevoli.

La mia personalissima sensazione è che i curatori di entrambe queste mostre vogliano che i visitatori rivalutino ragioni e limiti di quei perimetri; che passeggiando tra le sale possano pensare al proprio rapporto – e a quello collettivo – con la conosc(i)enza in modo nuovo. Che possano desiderare di aprire conversazioni, approfondire, imparare, condividere la propria nuova percezione della scienza e della tecnologia. Soprattutto, che comprendano le dinamiche collaborative che hanno permesso di costruire l’infrastruttura di ricerca nel corso del tempo; che il rapporto con la tecnologia e con la scienza come lo conosciamo non sia inevitabile, ma il risultato di un processo decisionale della nostra collettività.

A Roma tutto è molto distante eppure molto vicino, e vale anche per gli spazi che ospitano le mostre, entrambi non lontani dal Centro Enrico Fermi, in quella via Panisperna dove si fece la storia della fisica e nel quale, solo pochi mesi fa, Sony ha scelto di aprire uno dei suoi Computer Science Lab, il secondo in Europa dopo quello di Parigi, per lavorare sulle città sostenibili e sul ruolo dell’informazione nel dialogo sociale.

Roma e la scienza hanno un rapporto profondamente radicato, ma anche fatto di perimetri ed esclusioni, seppur spesso inconsapevoli. Forse, i curatori di entrambe queste mostre vogliono che i visitatori rivalutino ragioni e limiti di quei perimetri; che passeggiando tra le sale possano pensare al proprio rapporto – e a quello collettivo – con la conosc(i)enza in modo nuovo. Che possano desiderare di aprire conversazioni, approfondire, imparare, condividere la propria nuova percezione della scienza e della tecnologia.

Roma non ha ancora un museo della scienza. A Roma, mostre che invitano il visitatore a toccare, giocare e interagire come mezzo per costruire, attraverso la scienza, la comprensione dei fenomeni reali o di futuri possibili non sono affatto frequenti. Ci sono altri tipi di eventi, come Maker Faire Rome. Ci sono anche le mostre a tema scientifico, dai corpi in formaldeide ai calchi di dinosauro, ma si tratta di curatele e allestimenti che limitano il focus a quegli aspetti della scienza che sono facili da esplorare in brevi esplosioni di attenzione ed escludono quelle che richiedono approfondimento, memorizzazione o un pensiero complesso. 

Per questo, forse, vivo Tre Stazioni per Arte-Scienza e Quayola I Re:coding come una forma di incoraggiamento.

Viviamo nell’era delle città. Sono le città i motori dell’innovazione e del cambiamento globale. Può una proposta culturale adeguata contribuire a rendere le città più vivibili per più persone? Quando al centro di discussioni innovative, creative, che esplorano le intersezioni tra scienza e società, certe mostre – come le due citate – incarnano la tremenda opportunità di aiutarci a immaginare il nostro ruolo nelle città e nel quotidiano contemporaneo.

Roma ha bisogno di quello che viene definito pre-attivismo, l’approccio che descrive come affrontare i problemi prima che esistano. Ogni progetto nel quale artisti e curatori lavorino insieme per sensibilizzare e responsabilizzare i visitatori, non necessariamente su una causa specifica ma sul proprio ruolo di attori della contemporaneità e di (s)oggetti che la ricerca e l’innovazione mettono al centro, può dirsi già solo per questo un buon progetto.

Quayola, Lacoon

La proposta culturale gioca un ruolo fondamentale nel perfezionamento del significato di cittadinanza e, prima ancora, del significato e del riconoscimento di sé nella collettività.

Roma ha bisogno di quello che viene definito pre-attivismo, l’approccio che descrive come affrontare i problemi prima che esistano. Ogni progetto nel quale artisti e curatori lavorino insieme per sensibilizzare e responsabilizzare i visitatori, non necessariamente su una causa specifica ma sul proprio ruolo di attori della contemporaneità e di (s)oggetti che la ricerca e l’innovazione mettono al centro, può dirsi già solo per questo un buon progetto.

La pandemia ha messo la scienza alla prova: alla prova del sentiment collettivo, per rispondere ai suoi dubbi e alle sue paure; alla prova del tempo, perché il presente sembra non riconoscerle lo stesso ruolo cui l’aveva consacrata in passato; alla prova della politica, che l’ha alternativamente incoraggiata e usata ma che, di fondo, se ne era dimenticata da molto tempo.

Quel pre-attivismo non può prescindere da una cultura scientifica e, diciamoci la verità, manca. Non solo a Roma, manca proprio nel Paese un rapporto sereno di larga scala con la scienza. Spesso mancano anche i fondamentali. Altrove, il problema – che non è soltanto italiano – è stato preso di petto con iniziative come il programma Public Understanding of Science nel Regno Unito, o quello per la promozione della Culture scientifique in Francia. Iniziative che si propongono di familiarizzare con la scienza più che comprenderne pienamente i concetti. In Italia, il dibattito non ha ancora conosciuto il salto di specie ed è rimasto, appunto, un dibattito.

Quayola, Jardins d’eté

La comprensione allargata, pubblica, dell’impegno di e con la scienza – intesa come capacità di riconoscere e integrare processi e risultati delle scienze all’interno della nostra visione del mondo – è essenziale e no, non soltanto per fermare questa pandemia, ma anche per imparare qualcosa ed evitare che sia arrivata invano.  Falliremo ancora, ma falliremo meglio. O forse non falliremo. Ogni tanto capita di azzeccarla, come alla scienza; il progresso funziona cosi.

Disclaimer

Roma non ha un museo delle scienze. Roma ha pure diversi altri problemi con altri musei inqualchemodoscientifici e ha abbandonato a metà strada diversi progetti.  Questa cosa non va affatto bene. Su Micromega qualche tempo fa questo articolo mappava lo stato dell’arte.

Ho definito le mostre sfidanti non perché siano a tema scientifico o la scienza ne sia comunque protagonista. Basta anche con questo pregiudizio che le STEM siano difficili; se lo sono, è perché non ce le hanno ancora spiegate in modo che noi si sappia comprenderle, o anche solo apprezzarle.

Un assessore municipale romano ha lanciato la proposta di un dopolavoro matematico per accorciare quella distanza tra le persone e il mondo che gli sta intorno di cui accennavo. È una bellissima idea e credo che attori pubblici e privati dovrebbero sostenerla, nell’interesse di tutti. Non esistono solo gli NFT, ma tra dieci anni forse sì e non è mai troppo presto per non farsi trovare impreparati o, peggio, spaventati.

Da leggere ascoltando Bowie, che moriva sei anni fa e che della scienza non aveva paura.

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