Vito Nesta al Palazzo Reale: quello che il design aggiunge a 400 anni di storia - CTD
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Paolo Casicci

4 Ottobre 2021

Vito Nesta al Palazzo Reale: quello che il design aggiunge a quattrocento anni di storia

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A Genova, la personale sulla creatività durante il lockdown diventa un filo per cucire passato e presente

Cerchi il design e trovi la storia. I Savoia, che come interior ante litteram spostano arredi da un palazzo reale all’altro e vanno a caccia di stoffe alla moda per le tappezzerie. Una tela del Veronese spostata di notte da Genova a Torino per volere del re sabaudo, con grande collera della Lanterna. E poi l’abbaino con la vasca da bagno di Carlo Alberto, i campioni di stoffe che dovevano rimpiazzare i parati scelti dai reali e segnati dal tempo, l’archivio di un museo che è una sorta di database del gusto e della manifattura italiani quando ancora l’Italia non esisteva. E tanto altro ancora. 

Vito Nesta in una foto di Cartacarbone

Si possono scrivere moltissime cose della mostra Diario di un designer. Sessantanove giorni nel segno di Vito Nesta, la personale del creativo pugliese ospitata dallo scorso giugno al Palazzo Reale di Genova e prolungata fino al 30 ottobre. La prima, ovviamente, è la bella sorpresa di ritrovare il design ospite di un museo storico all’interno di un gioiello barocco. La seconda, meno scontata, è il racconto di come un allestimento che inizialmente doveva mettere in luce la creatività di un progettista durante i 69 giorni del lockdown più duro, quello del 2020, sia poi diventato un filo che entra e esce continuamente dalle sale del Palazzo Reale e ne cuce la storia con il design contemporaneo. 

L’allestimento con i cento piatti decorati nei 69 giorni del lockdown 2020

Due vasi realizzati con Effetto Vetro, omaggio alle torri di Porta Soprana a Genova: vetri da bagno stampati degli anni ’60 e vetri colorati fuori produzione come il grigio Italia, il blu cobalto, l’ambra.

Prendiamo la Sala delle Copie, detta così perché i due capolavori che la impreziosiscono sono sostanzialmente dei falsi: la Cena di David Corte, che nel 1837 rimpiazzò l’originale del Veronese, quando i Savoia decisero di portarsela a Torino, e un lampadario a dieci luci in rame e bronzo dorato, troppo veneziano per essere genovese. È qui che Nesta ha giocato con il tema del falso progettando le panche per i visitatori del museo e rivestendole dei tessuti Rubelli che riproducono le carte da parati, ormai lise, ritrovate per caso negli archivi del Palazzo. 

Le panche pensate come dorsi di libri e rivestite con tessuti Rubelli ispirati alle carte da parati del Palazzo Reale al tempo dei Savoia

Nella Sala della Pace, invece, quella con tre grandi dipinti su seta che occupano le pareti senza finestre e riproducono gli affreschi della scuola di Raffaello nelle Logge Vaticane, Nesta ha collocato una serie di putti tra nastri e ghirlande, come se l’alzata ottocentesca disegnata per Fratelli Majello uscisse dalla tela, prendendo un senso tridimensionale.

I putti realizzati con Fratelli Majello nella Sala della Pace

Sala delle Battaglie: il tappeto Turquerie per Les-Ottomans e le sedute rivestite con le stoffe ricavate da un tappeto francese Savonnerie dismesso.

Questo dialogo continuo tra antico e contemporaneo significa due cose: il rispetto del designer per il luogo che lo ospita, ma anche la sfida di reinventare il concept via via che l’allestimento prende corpo. “La mostra” spiega Vito Nesta “non è stata una passeggiata. Innanzitutto abbiamo potuto farla grazie a una convenzione tra Palazzo Reale e la Facoltà di Architettura di Genova, dove insegno, ma soprattutto grazie all’impegno di Luca Parodi, uno dei due curatori insieme ad Alessandro Valenti, che ha tenuto diversi incontri con il direttore del Palazzo raccontando il progetto e il mio lavoro, facendolo pian piano apprezzare dalle istituzioni che inizialmente erano un pò restie a ospitare una mostra di design contemporaneo. Diciamo che è stato un corteggiamento nato da un flebile interesse e sfociato in una grande e folle storia d’amore”.

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Perché, tranne che durante le varie design week, musei e palazzi storici pubblici aprono poco al design contemporaneo? 

Credo per due motivi. Da una parte, la solita antica ritrosia verso il nuovo. Dall’altra, la scarsa lungimiranza di dirigenti e funzionari che dovrebbero lavorare per accogliere, scegliere, ricercare e canalizzare il contemporaneo ma si giustificano dicendo che ‘non è affatto facile’. È però anche vero che ai designer manca spesso il coraggio di proporsi fuori dalla comfort zone milanese, senza capire che se Milano è la capitale del design, c’è un pubblico in tutta Italia fatto non di soli addetti ai lavori ma di appassionati che non aspettano altro. In realtà c’è stato un passato in cui personalità come Ugo La Pietra o Alessandro Mendini inauguravano una mostra al mese in giro per l’Italia e non solo, coinvolgendo artigiani locali e istituzioni. Parliamo di grandi artisti e designer, dal valore riconosciuto in tutto il mondo, e credo che il fatto di allestire in spazi storici, oltre che la loro genialità, abbia contribuito a farli conoscere al grande pubblico, cosa che è sicuramente servita a far ritenere il loro lavoro un bene da tutelare.

Quanti modi c’erano di entrare al Palazzo Reale di Genova come designer contemporaneo e perché hai scelto un filo che lega passato e presente?

Per me è stato come entrare in un parco giochi. Ho trascorso ore ad ascoltare Simone Frangioni, responsabile della documentazione storica e della fototeca del Palazzo. Uno con una passione fortissima per il suo lavoro. Parlargli è come arrivare a sentire gli odori delle varie epoche. Credo che le mie collezioni si siano integrate in quel contesto per due motivi: il primo è senz’altro la curatela di Alessandro Valenti e Luca Parodi, che hanno contribuito per mesi a scegliere i pezzi da esporre, a raccontare il mio lavoro sulla quarantena attraverso i cento piatti dipinti nei sessantanove giorni del lockdown. L’altro motivo è che, appunto, mi sono totalmente immerso nella storia di quel luogo. L’ho visto, rivisto, ascoltato, guardato nei minimi particolari sino a sentirmi quasi appartenere a quelle stanze. Credo che alla base di un buon progetto ci sia questa totale immersione.

Qual è la storia che racconta meglio questa immersione?

La mostra si stava man mano costruendo e, come in tutte le cose che nascono e crescono bene, l’appetito veniva mangiando. Un giorno la direttrice del museo, Alessandra Guerrini, e il direttore delle collezioni Luca Leoncini mi dicono che nel Palazzo Reale non ci sono panche per far accomodare i visitatori e mi chiedono se per caso non volessi progettarne due per la mostra destinate a restare nella dotazione del museo. Chiaramente mi è sembrata subito un’impresa non facile. Ho tenuto presente l’invito, ma ogni volta che ci pensavo non mi veniva in mente nulla che non spezzasse la continuità estetica di quelle sale. Un giorno ritorno in visita e mi faccio una delle tante e piacevolissime chiacchierate con Simone. Questa volta visitiamo gli archivi. Credo di non aver mai visto tanta bellezza ammassata in un luogo che sa di fiaba. L’archivio di Palazzo Reale è un vero museo dentro il museo. Ci trovi tutti gli arredi dei Savoia in un sottotetto che sembra parigino. Sotto un abbaino trovi la vasca da bagno di Carlo Alberto, da una piccola finestrella ti affacci sul controsoffitto della Sala degli Specchi fatto da cannucce e paglia, in uno stanzino ci sono scatole con tutti gli scampoli dei tanti tessuti che si sono avvicendati sulle sedute di Palazzo sino ad arrivare in un piccolo vano che ospita tutti gli attrezzi in metallo per pulire e alimentare i camini. Non credevo ai miei occhi! Per caso trovo due matasse di tessuto che Rubelli aveva rifatto trent’anni fa per le stanze di Carlo Alberto. Tessuti a parete che nel frattempo si erano sgranati. Ho avuto un’illuminazione e pensato che con quei tessuti si potevano rivestire le panche che il museo mi aveva chiesto. Sono tornato a Milano portando con me quelle stoffe e ho subito disegnato le sedute, che ricordano le coste dei libri in una libreria. Come a voler scrivere una nuova storia, un nuovo libro…

Chi erano i Savoia, visti con gli occhi di un designer? 

Degli Interior designer ante litteram. Spostavano arredi nelle loro residenze, ricercavano disegni delle ultime sedute di tendenza parigine per farle rifare dagli artigiani locali. Se la porta di un Palazzo funzionava bene in un altro, la facevano smontare e rimontare dove gli sembrava più consona. Sì, erano proprio dei designer.

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